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La Formula-1 e la “maledizione” di Zandvoort

La Formula-1 e la “maledizione” di Zandvoort

Si scrive Zandvoort, si legge canto del cigno. Di ambizioni e di vittorie. Domenica prossima, dopo trentasei anni, la Formula-1 ritorna in Olanda. Era il 25 agosto 1985 quando si corse l’ultimo Gran Premio dei Paesi Bassi. Sempre a Zandvoort, Olanda Settentrionale, in riva al Mare del Nord, tra garriti di gabbiani nell’aria e folate di sabbia sulla pista. Ma del tracciato storico, trenta edizioni sull’asfalto, è rimasto molto poco: la storica curva sopraelevata Tarzan dopo il via e il veloce saliscendi che conduce alla vecchia curva Scheivlak. Da dove non si progredirà più in velocità lungo un settore intervallato da qualche curva e completato dalla sopraelevata finale (la Pulleveld) che ricongiungeva al traguardo, bensì si ripiegherà verso un tratto misto ossequioso dei dettami prediletti dalla Formula-1 odierna: brevi accelerate e brusche frenate.

Una conformazione adatta più alla Mercedes o alla Red Bull? Al momento, chissà. Certo è che se guardassero al passato, i due pretendenti al titolo, Lewis Hamilton e Max Verstappen, non punterebbero al primo posto. Perché tra le particolarità della corsa dei tulipani, anche quella di esser stata il teatro dell’ultimo successo in carriera di cinque dei suoi diciannove vincitori. Vale a dire più del 25%. E tranne lo svedese Jo Bonnier (BRM, 1959) non si tratta di sconosciuti baciati per un giorno dalla gloria, bensì di protagonisti della storia della Formula-1 se non addirittura di veri e propri campioni del mondo.

Come Niki Lauda, che nel 1985 esultò alla guida della McLaren per concludere qualche mese più tardi una storia sportiva straordinaria come quell’ultima perla, aggiunta alla collana dopo essere partito dalla decima posizione. La stessa della Ferrari di René Arnoux nel 1983. 28 agosto, il moschettiere di Grenoble, che qui ha il record di pole-position (3), è in piena rimonta iridata. Però quel pomeriggio sembra destinato a fare da spettatore ai principali contendenti per il campionato, il connazionale Alain Prost e il brasiliano Nelson Piquet. Sennonché al 42.mo giro la Renault e la Brabham si agganciano alla Tarzan e gli spianano la strada verso un trionfo meritato, che in classifica lo proietta a -8 da Prost. Mancano tre gare alla fine, ma il titolo andrà a Piquet. Che quel giorno è a -14 dal vertice come l’altro ferrarista, Patrick Tambay, secondo al traguardo. E il bel René, pur correndo fino al 1989, non arriverà mai più davanti a tutti.

Anche nel 1982 aveva esultato un altro enfant del volante in tuta rossa: Didier Pironi. Prese la testa al quinto giro per non mollarla più e scalare la vetta di un mondiale rimasto utopia a causa dell’incidente alle gambe che il mese dopo, nelle prove libere del Gran Premio di Germania, pose fine alla sua carriera.

Ancor più inconsapevolmente tragico il podio del 1978. Mario Andretti vince per l’ultima volta. Dietro di lui, il compagno Ronnie Peterson. Colin Chapman è felice, la sua Lotus è campione del mondo costruttori. Ignora che non ricapiterà più. Come vedere i suoi piloti insieme. Due settimane dopo, a Monza, Peterson perderà la vita in ospedale dove era stato ricoverato per un incidente dopo il via.

Se sapessero di questa “maledizione”, probabilmente Hamilton e Verstappen sarebbero già a congegnare una soluzione per un comodo arrivo a punti con gli applausi di giornata destinati ai loro compagni di squadra o a qualche novizio (Lando Norris). Se però volessero mitigare i loro scongiuri, sappiano che Zandvoort ha anche bagnato il primo successo in Formula-1 di uno scapigliato James Hunt e della sua eccentrica Hesketh (1975) e dell’unico autore della Triple Crown, Graham Hill (1962, BRM. Prendi nota, Fernando Alonso). O che ha ospitato il debutto di figli del vento come Jim Clark (re del circuito con quattro affermazioni), di bucanieri del sorpasso tipo Clay Regazzoni e di marchi storici come Porsche.

Mercedes vi ha anche già vinto (1955, Juan Manuel Fangio), ma la scuderia regina è la Ferrari (8 volte), che nel 1952 firmò addirittura una tripletta (Ascari, Farina, Villoresi). L’unico evento che siamo sicuri non accadrà domenica prossima.

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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