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Kimi Raikkonen, quando non è una vittoria a fare il valore

Kimi Raikkonen, quando non è una vittoria a fare il valore

È molto probabile che più d’uno, vedendolo lontano dal vertice sia in qualifica che per gran parte della gara, durante il Gran Premio del Messico abbia borbottato che fosse di nuovo il “solito” Raikkonen, anonimo e sonnacchioso. Ed è altrettanto plausibile che costoro appartengano alla variegata e folta schiera degli specialisti del salto sul carro del vincitore e che giusto la settimana prima, dopo il successo di Austin, avessero dato un saggio delle loro doti acrobatiche balzando come felini sulla Ferrari di “KR7”, ritornato a conquistare una corsa dopo cinque anni di astinenza.

Tifosi bipolari

Molte le litanie dopo la bandiera a scacchi del Texas. Da “Straordinario Kimi!” a “Sempre detto fosse un campione!”. Da “Aaaah! Ma la Ferrari dovrebbe tener lui, non l’altro! (Vettel, ndr) a “Kimi, non ti meritano!”, “Gliel’ha fatto vedere lui, chi è il più forte!”. E via blaterando. Ad accompagnarli, anche una parte dei media che, come spesso purtroppo accade in Italia (non solo nello sport), d’incanto spande incenso sopra chi fino al mese prima ricopriva di reprimende e giudizi senz’appello. E così il Raikkonen ormai da tempo sul sunset boulevard dell’automobilismo, demotivato, stagionato e penalizzante per il team perché incapace d’aiutare il compagno di squadra nella lotta per il titolo mondiale, come d’incanto ritornava a essere l’highlander del volante, il guerriero intramontabile, il campione senza età. Iceman is back ha spopolato sui social e il suo carattere mite, bollato come colpa quando non vinceva, improvvisamente è diventato originale, speciale, figo. Addirittura i suoi team radio, che a confronto un verso d’Ungaretti può rischiare la contestazione di prolissità, di colpo erano gettonati più d’una hit su Spotify.

Tanti rovesciamenti umorali, roba da “italiano medio” superficiale e pressapochista, non devono però stupire. Purtroppo. Perché nel nostro Paese c’è il vizio di vedere la bravura solo quando è accompagnata dalla vittoria. Basta un secondo posto e automaticamente non sei più nessuno. Poco importa, anzi non importa proprio niente, come nel caso di Raikkonen – ultimo campione del mondo della Ferrari, l’unico del “dopo Schumacher – avere alle spalle quindici anni di F1 ad alti livelli. E c’è poco interesse, anzi proprio nessuno, a voler capire che nello sport il valore di un atleta è determinato dalla piena e costante espressione delle sue capacità. Non dal numero di successi, funzionale per entrare nella galleria dei cosiddetti leggendari, ma non per stabilire se tu sia bravo o meno.

I numeri che fanno la differenza

E se già l’impresa del 200718 punti recuperati ad Hamilton in 8 gare con 2 punti all’arrivo tra primo e secondo – basterebbe per cristallizzare lo spessore del finnico, c’è un’intera carriera che parla per lui. Assieme ad Alonso – i due piloti più longevi del Circus attuale – Raikkonen ha vinto almeno due gare con tre scuderie differenti (McLaren, Ferrari, Lotus); con esse è stato anche l’unico pilota ad arrivare nei primi tre del Mondiale con tre team diversi; corridore in attività col maggior numero di giri veloci, ha vinto quattro volte a Spa, la pista dei campioni, e detiene anche il record di arrivi a podio nel maggior numero di gran premi differenti (26).

Il nordico ha un impasto di prima qualità e ha confezionato ricette squisite anche quando la cucina non permetteva molto. Come la Lotus (2 vittorie e 4 giri veloci, un 3° e un 5° posto nel Mondiale) o le Ferrari del 2015, centrato l’obiettivo del 4° posto finale, e soprattutto del 2016. In un’annata nefasta per il team, nessuna vittoria, strappò la riconferma grazie a prestazioni di rilievo che a metà stagione lo volevano davanti a Vettel in classifica. Su queste schermate il particolare non sfuggì. Come il suo spirito di servizio del 2017, quando in Ungheria rinunciò al successo personale per scortare il compagno di squadra e aiutarlo nella lotta al titolo.

39 anni e non sentirli

Avuta una macchina ancor più competitiva della precedente, ha continuato ad andar veloce a trentanove anni. Con 21 successi è il finlandese più vincente di sempre, anche di Mika Hakkinen, che di titoli mondiali ne ha il doppio. Straordinario nella gestione delle gomme e maestro di costanza ad alti livelli, chi gli ha imputato mancanza di grinta e coraggio si riveda Suzuka 2005 (partito 17° e 1° al traguardo con sorpasso all’esterno alla Renault di Fisichella all’inizio dell’ultimo giro), Silverstone e Shangai 2007, Spa 2009 o le vittorie in Lotus dove, se non fossero finiti i soldi, chissà come sarebbe proseguito quel 2013 che a metà campionato lo vedeva 2° dietro Vettel e davanti anche alla Ferrari.

Chi conosce la F1 e lo sport, insieme a chi sa valutare con equilibrio, si ritroverà nelle sue parole dopo la gioia di Austin: Non mi cambia la vita. Perché i successi, ciò che otteniamo, vanno e vengono. Ma i valori, cioè quello che siamo, restano.

Il dubbio

Rimane solo un dubbio. La peggior stagione di Raikkonen è stato il 2014, quando la Ferrari lo richiamò per al fianco di Alonso, reduce da tre secondi posti in quattro stagioni, per spingerlo a rendere di più. La vettura si rivelò altamente problematica, ma il confronto fu vinto dallo spagnolo. Però, visti i suoi trascorsi e il suo prestigio, perché Maranello non lo vide, e così ha continuato negli anni successivi come dimostra anche l’ingaggio di Vettel, come il fulcro intorno al quale ruotare la costruzione di un nuovo ciclo di successi? Perché non eleggerlo prima guida con un giovane al suo fianco? Ci piacerebbe conoscere la risposta. Nel frattempo, fino a quando non smetterà, stop alle critiche a vanvera nei suoi confronti. Leave Kimi alone, please.

Perché he knows what he’s doing.

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Tommaso Nelli
A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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