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Ken Norton: l’Ercole Nero, il vero Apollo

Ken Norton: l’Ercole Nero, il vero Apollo

Il 18 settembre 2013 moriva Ken Norton, il pugile afroamericano che riuscì a rompere la mascella a Sua Maestà Muhammad Ali. Per l’occasione vi raccontiamo la storia dell’Ercole Nero che ispirò la figura cinematografica di Apollo Creed.

Scriviamo anche per restituire quella parte di luce a chi non è riuscito a brillare come avrebbe meritato, noi che raccontiamo storie di sport e di campioni, compresi quelli che lungo il corso della propria storia hanno mostrato di avere tutto per poter essere considerati tali eppure, dopo aver intrapreso la via del successo che gli sarebbe spettato, hanno brillato soltanto riflettendo la luce della gloria altrui. 

Storie di voli interrotti, di altezze mirate e mai raggiunte, di chi è scivolato un passo prima di aver toccato l’apice.

Quando, nelle scene di “Django unchained” in cui il ricco schiavista Mister Candie, interpretato da un superlativo Leonardo Di Caprio, si vanta di avere tra i suoi lottatori un Ercole nero, quel particolare è l’unico da non poter attribuire al genio di Quentin Tarantino, ma alla muscolatura poderosa che, sin dagli anni dell’adolescenza, cominciò ad aggrapparsi alle ossa di un ragazzo di Jacksonville, Illinois. Forse non tutti lo sanno, che l’Ercole nero è stato Ken Norton. Forse non lo sapeva nemmeno lui, che sarebbe diventato tale, perché prima della boxe aveva conosciuto quasi tutte le altre discipline sportive, soprattutto negli anni della “Jefferson High School”, quando in otto distinte specialità riuscì a vincere altrettante medaglie, generando imbarazzo nei vertici dell’istituto. Allora, la maggior parte della gente non sa nemmeno che a causa del suo strapotere fisico e atletico la scuola dovette adottare la “Ken Norton Rule”, la regola che non permette di praticare più di tre discipline sportive contemporaneamente, nell’istituto. Anche se difficilmente capiterà un altro Ercole nero, un metro e novantuno per cento chili che sembravano ricavati da una colonna di marmo scuro, cesellati da un qualche Michelangelo della genetica.

Forse non tutti sanno nemmeno che Apollo Creed non è nato, nel pensiero e nella sceneggiatura di Sylvester Stallone, per scimmiottare le pose provocatorie di Muhammad Ali, ma perché prima di pensare a Carl Weathers Stallone aveva scelto proprio lui in persona, Ken Norton, conosciuto sul set di “Mandingo”, dove il futuro Rocky aveva interpretato una particina minuscola e dove invece Norton aveva un ruolo di spicco. Perché il cinema, peraltro in più di un’occasione, non poteva non prendere in prendere in prestito quelle proporzioni perfette tra potenza e definizione, sulle quali era montato un viso dai lineamenti regolari, dagli occhi magnetici.

Nel frattempo, aveva già affrontato due volte Ali, vincendo la prima volta, restando in piedi la seconda, aspettando la terza, che sarebbe arrivata nel 1976 e che lo avrebbe visto in bilico, assieme alla milza massacrata del più grande, sul filo di un verdetto tanto discusso quanto poco convincente. E quasi certamente nemmeno Ali ha mai saputo con certezza quale fosse stata la ripresa in cui l’Ercole nero gli aveva frantumato la mascella, la prima delle tre volte in cui se lo era trovato davanti e in cui Norton s’era preso la fama temporanea, i titoli dovuti alla sorpresa, le premesse di una definitiva grandezza che avrebbe tenuto aperte le porte del vagone che gli era riservato per un tempo troppo breve, quando il treno della gloria definitiva sembrava essersi fermato davanti a casa sua. 

Un grande destino, potenzialmente, incespicando però sempre contro la sorte dei giganti: con Ali è sempre rimasto in piedi, ma il suo nome in quella locandina sarà sempre incidentale, se messo a confronto con le smorfie di dolore di “The greatest”; è andato giù alla seconda contro Foreman quando il futuro Reverendo avrebbe buttato giù anche un muro di cemento armato (salvo poi incappare nel genio tattico e nella soglia del dolore di Ali); ha poi incrociato l’ascesa di Larry Holmes, quando stava iniziando una nuova epoca nell’empireo dei pesi massimi.

E il suo tempo, il tempo di Ken Norton, quando era cominciato, quando aveva iniziato a trascorrere con troppa fretta e quand’è stato, esattamente, che gli era sgusciato tra i guantoni? La risposta è nei nomi che hanno costellato la sua stessa epoca, nello scherzo giocatogli da un decennio feroce nel seminargli attorno troppa gente così speciale da sopportare i suoi colpi, o da affrontarlo quando la sua parabola iniziava a scivolare più in basso, dopo averlo sfiorato con gli spigoli delle corone altrui.

Il bello è che questo glielo hanno sempre ricordato gli altri, quando hanno riparlato di lui. Non ha mai rimpianto ciò che non è stato, Kenneth Howard Norton, semplicemente perché non doveva essere, non doveva esserci quello che non ha afferrato. Lo abbiamo chiamato col suo nome per esteso, stavolta, perché ce lo ha insegnato lui: – La realtà non mi ha mai tradito -.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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