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Justin Fashanu, il fratello “sbagliato”

Justin Fashanu, il fratello “sbagliato”

Il  2 maggio 1998 moriva Justin Fashanu, il primo calciatore professionista a fare coming out e dichiarare la sua omosessualità. Per questo motivo fu bersaglio della discriminazione e vedendo tutti i suoi sogni infrangersi, trovò come unica via d’uscita il tragico epilogo. Vi raccontiamo la sua storia di coraggio.

I trentenni, o chi gli gira intorno, a quell’età, ricordando John Fashanu. “Idolo” della Gialappa’s e di “Mai dire gol”. Specialità della casa: errori tragicomici sotto porta. La storia di Justin, fratello di John, è invece, solo tragica.

Justin nasce nel 1961, nella zona est di Londra. A 17 anni è nel Norwich City. Un anno dopo, esordisce da professionista. Nel 1980 segna il “gol dell’anno” al Liverpool e si prende le prime pagine di tutti i giornali. 39 gol in 103 presenze. Quanto basta per vestire la maglia del Nottingham Forest. É il primo calciatore di colore che sfora il tetto della cifra a sei zeri di stipendio.

A Nottingham, però, le lotte per l’eguaglianza sociale e i pari diritti sono una leggenda. Già, come quella di Robin Hood. Favole da raccontare ai bambini. La realtà è ipocrita e intollerante. E mette all’angolo Justin. Colpevole di essere omosessuale. Difficile dichiararsi omosessuale oggi. Figurarsi nell’Inghilterra puritana e bigotta, anche un filino razzista, di fine anni ’80.

Il centravanti del Forest nero e omosessuale? Figuriamoci. Il tecnico Clough è un “duro”. E non accetta fottuti finocchi in squadra. “Fottuto finocchio”. Lo definisce così.

Justin, lo sanno anche se non lo dice, è “frocio”. E anche “negro”. Beh quello è evidente. Come il becerume, che abbonda negli stadi inglesi. Sin troppo facile, per tifosi, lanciare banane in campo. Fashanu è sensibile, giovane. Ne risente. Appena 3 gol, in 32 partite. É l’inizio della fine della sua carriera. Clough lo scarica: la carriera prosegue al Southampton. 9 partite 3 gol. Abbastanza per convincere il Nottingham County, l’altra squadra della città di Robin Hood. E questa volta il rendimento è come la favola: Justin “Robin Hood” Fashanu entusiasma la squadra povera. 64 partite e 20 reti. Poi un grave infortunio al ginocchio ne condiziona il rendimento. Nel 1985 Fashanu è costretto a lasciale il Brighton per curarsi negli USA. Guarisce. Ci riprova. Però non è più il “Fash” di inizio carriera.

Nel 1990, ha 29 anni, è allenatore-giocatore del Southall, ritiene sia il momento giusto: dichiara al mondo la propria omosessualità. Il 22 ottobre il “Sun” pubblica l’intervista esclusiva. Justin non è in cerca di pubblicità. Vuole squarciare il velo dell’ipocrisia.  Il proposito è lodevole. Il risultato devastante. Justin è lasciato solo. “Bollato”. La comunità nera lo rinnega pubblicamente. Compreso il fratello, John. Calciatore anche lui, sale, di corsa, sul carro dell’intolleranza e prende il treno diretto in Premier. Un affarone, per John, avere il fratello omosessuale. Scaricandolo, la sua carriera ne beneficia. Non fosse altro perché le società inglesi si litigano, per mettere in vetrina la loro “sobrietà” il “Fashanu normale”.

L’altro Fashanu, il “negro”, il “finocchio” il “diverso” continua a giocare, inseguito dai media a caccia di uno scandalo. Del resto, gli sciacalli sono pronti. Testimonianze pagate a peso d’oro dai tabloid. E poco importa se siano vere. Justin è uno strumento di massa. Può spostare equilibri sportivi e politici. La carriera di Fashanu è un flipper. Inghilterra, Canada, Svezia, Scozia, USA.

L’ultimo atto si consuma nel 1998,  oltreoceano nel Maryland: Ashton Woods il 25 marzo si presenta alla polizia. Dichiara di essersi svegliato nel letto d Justin Fashanu, dopo una serata spesa fra alcool e fumo. Il ragazzo lo accusa di averlo narcotizzato e di essersi svegliato mentre Justin gli praticava del sesso orale. Fashanu è interrogato dalla polizia: offre la massima collaborazione. Il 3 aprile è il giorno fissato per il test del DNA. Quando la polizia bussa a casa di Justin, l’appartamento è vuoto. Fashanu è in Inghilterra, impegnato a trovare un legale che lo difendesse. Nessuno si offre. Un mese dopo il suo corpo è trovato privo di vita. Appeso a un cappio del garage.

Accanto, un biglietto, in cui dichiara la propria innocenza, ammette il rapporto reciproco e precisa di aver subito un ricatto. Del denaro. Le ultime frasi racchiudono il dramma interiore:  “Spero che il Gesù che amo mi accolga: troverò la pace, infine”. Il suicidio chiude un processo penale che lo avrebbe comunque portato alla condanna: sino al 1998, nel Maryland, è stata in vigore la legge “anti-sodomia” che dichiarava punibile con il carcere i rapporti orali anche in assenza di stupro.

Nel 2016, a 18 anni dalla sua morte, qualcosa è finalmente cambiato, il calcio riscrive i regolamenti: chi userà parole come “finocchio” o “frocio” sarà punito come razzista, sino a 19 giornate di squalifica. Justin era “negro” e “frocio”. La società, i suoi compagni, la sua famiglia, lo hanno squalificato e rinnegato. Il tempo, a differenza degli uomini, gli rende giustizia.

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