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Josef Masopust, il ragazzo d’oro di Must

Josef Masopust, il ragazzo d’oro di Must

Tanti anni dopo quelli come lui li avrebbero definiti centrocampisti “box to box”, con l’inarrivabile e sintetica efficacia dell’inglese. Eppure, nel suo caso, la definizione non sarebbe mai bastata a descrivere e a racchiudere tutte le sue doti: atletiche, tattiche, tecniche.

Tante altre parole, prese singolarmente, non sarebbero mai bastate a definire uno come Josef Masopust, che ebbe sempre l’umiltà di non sentirsi ciò che negli anni era diventato, in una Cecoslovacchia che aveva bisogno di esaltarsi e riconoscersi in nome di qualcuno che riuscisse a farla sentire una patria, non un regime: un eroe nazionale. Quello che sarebbe rimasto, nei riconoscimenti e nel ricordo, anche dopo che la Storia, con la maiuscola, aveva soffiato via la breccia residua del Muro di Berlino e che la Repubblica Ceca lo aveva eletto suo miglior calciatore di sempre. Non che ci sia mai stato dubbio, o dibattito, in merito a questo.

Pretendere di darne una definizione, tecnica ed esclusiva quanto al ruolo, soprattutto se ragionassimo sulle porzioni di campo calpestare e sulla percorrenza chilometrica durante le partite, equivarrebbe a omettere qualcuna delle sue doti. Quelle che ne facevano un giocatore avveniristico, futuribile se pensiamo al tipo di calcio che sarebbe arrivato negli anni settanta. Potremmo dire, per rendere almeno un poco il concetto, che i tabellini lo collocavano nella linea mediana e che lui, al tempo stesso, aveva tutto per fare il trequartista: il passo, la dote innata dell’ultimo passaggio, la nitidezza degli inserimenti e infine la conclusione, perché il tiro di Masopust era di per sé già paradigmatico: una sintesi di potenza e precisione.

Lo sperimentò sulla sua pelle, o sulla sua rete se preferite, Gilmar in un pomeriggio cileno di metà giugno, nel 1962.

Nato a Most, nel nord ovest del paese, il suo talento calcistico venne alla luce nel modesto Baník Most; lo svezzamento lo visse con la casacca del già più blasonato Teplice e, sbocciato il fiore dell’indiscutibile, variegato talento, si ritrovò addosso la casacca del Dukla Praga. Non che potesse scegliere, del resto, un giovane calciatore cecoslovacco all’inizio degli anni cinquanta: il Dukla era la squadra dell’esercito, tanto più blasonata rispetto alle altre e ancor più detestata, se possibile. Una legge bizzarra (o molto logica, nell’Europa dell’est di quegli anni) permetteva al club di tesserare i giocatori migliori del paese senza dover sborsare nulla, bastava che avessero svolto il servizio militare. Poi, i dirigenti del Dukla valutavano se lasciarli al club in cui militavano o portarli subito a Praga. Nel caso di Masopust non c’era nulla da valutare: bastava aver visto una sua partita, nemmeno intera, per portarselo via.

La sua carriera racconta di scudetti e coppe mietuti in patria, ovviamente; dell’affaccio del Dukla sulla ribalta europea, fino ai quarti della Coppa dei campioni. Del rammarico, che forse lui non visse come tale ma che col senno di poi fu naturale attribuirgli, per l’impossibilità di varcare la frontiera e andare a vestire la maglia dei più grandi club europei, che se lo sarebbero litigato. Il regime gli concesse una sorta di “gita fuori porta”, per meriti acquisiti, soltanto nel 1968, quando ormai trentasettenne poté firmare un biennale con i dirigenti del Crossing Molembeek, in Belgio.

Sei anni prima, in un gelido dicembre praghese, era stato svegliato dal trillo del telefono: all’altro capo del filo c’era un redattore di France Football che lo informava che il Pallone d’oro 1962 avrebbe portato il suo nome. Eletto, in tutti i sensi e in questo caso per distacco: molti voti dietro di lui, Eusebio e Schnellinger.

Ciò che aveva fatto, e fatto fare alla Cecoslovacchia nel Mondiale del 1962 era già storia mentre si consumava la cronaca, fino alla finale persa per tre a uno contro il Brasile di Garrincha, Zagalo, Zito e Djalma Santos. Cecoslovacchia in vantaggio: Pospichal era stato bravo a controllare il pallone al limite dell’area, senza aver bisogno di guardarsi intorno: sapeva che l’inserimento di Masopust sarebbe arrivato puntuale e, in ragione del suo tempismo, il ragazzo di Most era riuscito ad anticipare Gilmar soffiando il vantaggio inaspettato verso l’angolino lasciato scoperto. A quindici minuti dall’inizio, aveva fermato il mondo, che si sarebbe rimesso in moto nel corso dei minuti successivi, al ritmo del palleggio inarrivabile della Seleção. Sconfitta, ma non umiliata la Cecoslovacchia di Masopust.

Il Brasile quel pomeriggio era privo della sua stella più grande; ma i cecoslovacchi l’avevano incontrato già nel girone di qualificazione, quando si era consumato l’infortunio e, in un calcio senza sostituzioni, il fuoriclasse era rimasto in campo fino all’ultimo minuto, claudicante. Masopust se lo era trovato di fronte e avrebbe potuto affondare il tackle agevolmente; invece aspettò che passasse la palla a un compagno.

– È stato uno dei gesti più belli del calcio. Un atto di fair play, del quale oggi si parla tanto. Una vera dimostrazione di rispetto per le persone, un gesto che non dimenticherò mai –: questo, negli anni a seguire, avrebbe sempre ricordato Pelé.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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