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Jorge Carrascosa, il Lupo solitario

Jorge Carrascosa, il Lupo solitario

/Quello che non ho, è una camicia bianca, 
quello che non ho, è un segreto in banca 
quello che non ho sono le tue pistole, 
per conquistarmi il cielo per guadagnarmi il sole…/

Fabrizio De André

Il lupo è solitario, per definizione. Forse è per questo che un giorno è rimasto solo. O, per meglio dire, è uscito dal branco. 

“Papelitos”: quadratini di carta bianca, che quasi nascondono il verde dell’erba tagliata ad arte, sul terreno dello stadio “Antonio Vespucio Liberti”, che se lo chiami così quasi nessuno riconosce il Monumental. Papelitos, identici, senza alcun segno distintivo, come i destini di tutti quelli che da un momento all’altro non si sono più affacciati alla finestra, non si sono più visti all’università per le lezioni, non sono più entrati in fabbrica, non sono più usciti dalla lista. Qualcuno dice sottovoce che quando gioca la Selecciòn, perlomeno, smettono temporaneamente di torturarli. Perché l’Argentina il suo Mundial lo ha voluto luccicante, tronfio, impeccabile. E i papelitos svaniti dall’anagrafe che li rosicchino pure i topi in qualche scantinato umido, o che finiscano pure nell’oceano, scaraventati giù da un elicottero. Semplicemente spariti, destinati a non tornare.

Nemmeno “El lobo”, sarebbe più tornato, lo aveva già deciso, prima di quella sera prestigiosa del 1977 alla Bombonera, contro la Germania di Berti Vogts: la fascia ceduta a Daniel Passarella, che non gliel’avrebbe più restituita; la stretta di mano con Tarantini, pronto a sostituirlo, il saluto al pubblico che lo sta omaggiando. Poi in panchina dice a un compagno che lui scenderà alla prossima: il suo viaggio non può proseguire a bordo della stessa carrozza del generale Jorge Videla, della sua giunta militare, dei suoi potenti fiancheggiatori statunitensi, occidentali, ecclesiastici anche.

A un anno dal mondiale che l’Argentina sa di poter vincere, perché la nazionale è “anche” molto forte; di dover vincere, perché il regime vuole l’argenteria lucida e le torture sotto il tappeto; a un anno dalla gloria assicurata e dalla gratitudine degli aguzzini, Jorge Carrascosa si sfila di dosso la maglia della nazionale, dopo aver tolto dalla manica quella fascia per consegnarla al più adatto di tutti per la storia che il paese sta vivendo in quel momenti: lo chiamano “El Caudillo”, Passarella, a ogni primo piano si ha la sensazione che un taglio debba aprirsi nella caviglia di qualche attaccante. Se Videla provasse a disegnarselo, il leader del “suo” mondiale, non gli verrebbe così bene.

“El lobo” Carrascosa saluta solamente il pubblico: non può salutare il popolo. Sugli spalti della Bombonera la gente è ignara, soltanto euforica perché il paese di lì a un anno sarà sotto gli occhi del mondo. A pochi chilometri dallo stadio del Boca Juniors e a uno soltanto da quello del River Plate, altre urla vorrebbero sovrapporsi a quelle che saluteranno i gol di Kempes, ma le pareti dell’ESMA, la Scuola di meccanica dell’esercito, trattengono lo strazio per gli elettrodi nei genitali, per braccia e gambe spezzati, elettroshock, frustate.

È un terzino destro arcigno, infaticabile, El lobo: compatto nella muscolatura, sfiora il metro e settanta; folti baffi e sguardo limpido, sa anche lui di non essere un fuoriclasse: gli è più naturale essere un leader, perché è così che lo percepiscono i compagni, così che lo sente Luis Cesar Menotti, commissario tecnico assieme al quale Carrascosa aveva regalato il sogno del 1973 ai tifosi dell’Huracàn, la squadra irripetibile. Anche “El flaco” disprezza i colonnelli, ma la sua filosofia è più transigente: dice ai suoi giocatori di concentrarsi sulla gioia da regalare al pubblico, non sulla soddisfazione da garantire a quei figli di puttana in tribuna.

Carrascosa non riesce a operare un simile distinguo: non riesce a scindere la probabile passerella trionfale dei carnefici dalla gioia spontanea dei ragazzini di un qualunque barrio.

Lascia il branco, il lupo, proprio alla vigilia del pasto più sostanzioso. In sordina, anche perché di lui non si dovrà più parlare, dopo l’affronto a una nazione che non è più paese, a una maglia striata di menzogne.

Lui che aveva avuto la nausea già al Mondiale del 1974, quando i suoi compagni cercarono di corrompere i polacchi affinché segnassero il più possibile contro l’Italia, come potrebbe mai sopportare i retroscena della partita contro il Perù, con la naturalizzazione tempestiva di Quiroga tra i peruviani e la passeggiata intimidatoria di Videla, a braccetto con Henry Kissinger, nello spogliatoio della nazionale andina al termine del primo tempo? O l’atteggiamento dell’arbitro Gonella durante la finale contro Krol e contro Neeskens che ci rimette due denti? Cosa proverebbe, guardandosi le mani, dopo aver toccato la Coppa?

Dicono sia invecchiato bene, El lobo, come tutti quelli che disputano soltanto le partite giuste, quelle che in ogni caso hanno scelto loro; ha smesso presto, per iniziare una carriera da assicuratore: nella sua casa in provincia di Buenos Aires cerca di non perdere mai una partita dell’Huracán, che forse è il posto, non semplicemente il club, dove è stato poi felice durante la vita. Potrebbe raccontare di aver fatto in tempo a giocare assieme a Omar Sivori quando “El cabezòn” aveva imboccato il viale del tramonto, di aver assistito da compagno di nazionale allo sbocciare di Diego Maradona, quando aveva un ombrello di riccioli in testa e gli zigomi ossuti.

Ogni tanto un pensiero lo attraversa, per forza, su ciò che poteva essere e non è stato, per una scelta che ha fatto tutta la differenza del mondo; ma basta un filo di vento a soffiarlo via, come i papelitos di quella finale del 1978, della quale seppe fare a meno, scrollandosela dagli scarpini per non portarsela sulla coscienza.

 

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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