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Jonah Lomu, più forte del suo destino

Jonah Lomu, più forte del suo destino

Il 18 novembre 2015 ci lasciava, nella città neozelandese di Auckland, Siona Tali “Jonah” Lomu, da tutti conosciuto semplicemente come Jonah. Egli è stato uno dei più importanti rugbisti della storia della Nuova Zelanda e del mondo ed ha militato, ricoprendo il ruolo di ala trequartista, nelle file dei mitici All Blacks: la squadra della palla ovale del paese australe.

Lomu è considerato uno dei più forti giocatori del mondo del rugby recente. I numeri, d’altronde, stanno tutti dalla sua parte: le 37 mete in 62 partite con gli All Blacks e le 15 marcature in due edizioni della Coppa del Mondo (record tuttora imbattuto) riescono probabilmente a spiegare per intero la sua leggenda.

Tutto questo Lomu lo ha fatto in una carriera sui campi relativamente breve. Esordì infatti nella squadra di rugby del posto in cui studiava, il Wesley College, nel 1993 e si dovette ritirare nel 2010 a causa di una brutta malattia renale: la sindrome nefrosica.

Johan Lomu, oltre alla malattia, ha dovuto affrontare anche una infanzia veramente difficile. Secondo molti, questo suo passato burrascoso, fu un motivo che maggiormente lo spinse a dare tutto durante una partita e quindi contribuì alla crescita della sua fama.

Lomu, per chi non lo sapesse, crebbe in uno dei quartieri più malfamati di Auckland: Mangere dove, all’ordine del giorno, si registravano violenze tra gang rivali per il controllo del territorio. Anche dal punto di vista familiare la situazione non era delle più idilliache: i rapporti con il padre erano alquanto conflittuali e una zio ed un cugino pagarono con la vita la loro scelta di seguire uno stile di vita “poco raccomandato”.

Di tutto questo Johan ne era ben consapevole. D’altronde, come ha raccontato lui stesso: “non avrei potuto vivere senza rugby: sarei senz’altro morto o finito in galera”.

La svolta arriva quando la madre decide di iscriverlo al Wesley College. Proprio qui il giovane mette subito in evidenza due le sue qualità tecniche ma anche la sua velocità. Nonostante la sua altezza e la sua corporature robusta (196 cm per quasi 130 kg di peso) riesce, infatti, a correre la distanza di 100 metri in appena 10 secondi e 8 decimi.

Il percorso, da quel momento in poi, è rapido ed inesorabile. Nel 1993 veste per la prima volta la maglia della nazionale, quella Under 19, mentre l’anno successivo entrerà nelle file dell’Under 21. La consacrazione, invece, arriva nel 1994 quando esordisce con la maglia degli All Blacks facendo colpo, su molti esperti del settore, per le sue qualità sovra-citate.

Nel 1995 prende parte alla spedizione neozelandese in Sudafrica, paese che ospita la Coppa del Mondo di Rugby di quell’anno. In quell’occasione gli All Blacks arrivano fino alla finale contro gli Springbocks, la squadra di casa riammessa dopo che il governo centrale aveva abolito lo sfregio razzista dell’apartheid, dove perdono con il risultato di 15-12 dopo una partita più che sofferta.

In quel torneo, il gigante di Auckland, viene ricordato essenzialmente per un episodio in particolare. Durante la semifinale, giocata contro l’Inghilterra, Johan Lomu mise in mostra, in maniera chiara e precisa, le doti per cui era conosciuto: velocità, agilità e forza fisica devastante.

A farne le spese fu Mike Catt. Leggenda vuole, infatti, che Lomu camminò letteralmente sopra l’utility back inglese prima di andare a realizzare una sua meta.

A fine partita, il capitano dei tre leoni, Will Carling, contribuì ad accrescerne la leggenda. “E’ un mostro, prima se ne va e meglio è”: furono queste le parole precise di Carling che, a parere di chi scrive, non lasciano spazio ad alcuna interpretazione.

La coppa del mondo del 1995 non viene ricordata, purtroppo, solamente per la sconfitta patita dagli All Blacks in finale. Una volta rientrato in patria, siamo nel 1996, all’ala neozelandese venne diagnosticata una disfunzione renale.

Da quel momento, la lotta contro la malattia, sarà la sua vera sfida da vincere. Per questo motivo, nel 2002 a soli 27 anni, Johan Lomu gioca la sua ultima partita con la maglia della Nuova Zelanda. Si chiude così una breve ma intensa avventura con gli All Blacks che, ancora oggi, lo considerano uno dei migliori giocatori mai avuti di sempre.

Dall’addio alla nazionale la carriera di Lomu inizia ad indirizzarsi verso una inevitabile caduta. Poco dopo, però, viene ammesso nell’International Rugby Hall Of Fame.

Nel 2007 arriva la resa definitiva a causa di un trapianto di rene che, negli anni successivi, non si rivelerà buono. Proprio in quell’anno infatti, appena trentaduenne, Johan Lomu annuncia il ritiro definitivo dal rugby agonistico.

Sempre nel 2007, gli viene conferita l’onorificenza di membro all’Ordine al merito della Nuova Zelanda. Questo importante conferimento se lo aggiudica per “il suo contributo al rugby”. Nonostante la resa, a Lomu, ciò che non viene a mancare è sicuramente l’affetto dei suoi tifosi. Egli, infatti, resta il rugbista più conosciuto ed amato della storia ma anche una delle icone dell’ambito sportivo mondiale in generale.

Per la fase finale della Coppa del Mondo 2015, svoltasi in Inghilterra, il gigante neozelandese viene chiamato come testimonial. Rientra in patria pochi giorni dopo la fine della competizione e, subito, le sue condizioni di salute sembrano disperate.

Johan Lomu muore il 18 novembre successivo, nella sua casa di Auckland, a causa di un arresto cardiaco. Il suo feretro viene esposto, per ricevere una pubblica commemorazione, nel mitico stadio di rugby della più importante città neozelandese, Eden Park: un vero e proprio tempo sacro per i tifosi locali.

A Jonah Lomu sono stati attribuiti numerosi riconoscimenti, noi ne vogliamo citare uno in particolare in chiusura del pezzo. Nel 2009 il regista americano Clint Eastwood, durante le riprese del film sulla coppa del mondo di rugby 1995 “Invictus”, fece interpretare la figura dell’ala degli All Blacks, sul grande schermo, da un suo connazionale ed ex rugbista professionista: Isaac Malaetia Feau’nati.

Se questa non è una dedica “ad hoc”, poco ci manca…

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