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Quando Joe e Sugar non erano bianchi

Quando Joe e Sugar non erano bianchi

I più grandi di sempre. Lo dicono le statistiche e, più delle statistiche, lo dice quello che è stato il valore “pound for pound”, ossia a prescindere dalle categorie di peso. Ray Sugar Robinson e Joe Louis, il primo Campione del mondo unificato dei Welter e dei Medi; il secondo monarca incontrastato dei Pesi Massimi, per tredici anni.

Uno stile inimitabile da allenare col sottofondo dell’orchestrina jazz a bordo ring, da lui stesso ingaggiata e stipendiata, per il primo; una furia demolitrice educata dalla coordinazione e dalle doti atletiche naturali, per il secondo.

Orgoglio d’America entrambi, quando esportavano la loro grandezza o nei casi in cui i loro pugni intersecavano le linee della Storia. Perché Ray Sugar Robinson era accolto a Parigi come un re, anche quando ci andava per esibirsi come ballerino o trombettista jazz. O perché Joe Louis sentiva il soffio di tutta l’America, quella nera e quella bianca, in particolare ebrea, quando incrociava i guanti con Max Schmeling, l’Ulano nero, idolo di Hitler e amante segreto – lo si sarebbe scoperto soltanto dai diari di lei negli anni cinquanta – di Eva Braun, il quale aveva una svastica cucita sulla vestaglia scura.

Seconda Guerra mondiale, entrambi al fronte. A servire la bandiera, come gli altri. Nel loro caso, a omaggiarla con la loro classe, con le loro esibizioni che tenevano alto il morale delle truppe. Prestidigitazione pugilistica per Sugar Ray; ganci e montanti esibiti come in un rodeo per Louis, “The Brown Bomber”. Per dispensare orgoglio e un po’ spensieratezza ai loro commilitoni, che per tutta la vita avrebbero potuto raccontare di aver condiviso una camerata con loro due. Già campioni, ricchissimi, celeberrimi.

Però non tutti i soldati americani potevano assistere a quelle esibizioni. I due campioni neri potevano dare spettacolo soltanto per i soldati bianchi. E per questo Sugar cominciò a rifiutarsi, a litigare con gli ufficiali, fino a che non lo congedarono facendolo quasi passare per pazzo. La questione Joe Louis l’avrebbe sempre sopportata e sofferta con un po’ di silenzio in più; come in una delle tante occasioni in cui persino il Campione del mondo doveva passare per una porta di servizio, oppure consumare il suo pasto a base di aragoste e champagne nella suite del lussuoso albergo in cui alloggiava, perché solo i bianchi potevano cenare in sala.

 

Nel dopoguerra, già divenuti buoni amici e dispensatori di consigli vicendevoli, entrarono nel business della distribuzione dei liquori. I tanti soldi che occorrevano per foraggiare l’attività erano i loro; per la licenza dovettero però nominare un prestanome bianco; uno che potesse ottenere con una firma ciò che non avevano il diritto di richiedere loro due. Joe Louis e Ray Sugar Robinson. Che avevano già avuto il mondo ai loro piedi, ma a cui il vento che tendeva le stelle e le strisce della bandiera che onoravano di quando in quando tornava a far sentire la puzza del ghetto, dal quale non era lecito sconfinare, quando erano ragazzini.

Sembra di sentirla ancora, la puzza di quel ghetto, ogni volta che un uomo respira a fatica con un ginocchio sul collo. Senza nemmeno un titolo mondiale che gli garantisca un po’ di rispetto.

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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