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Jochen Rindt: Campione oltre il destino

Il campione firma un autografo, che non è soltanto l’ennesimo, stavolta. Sono da poco passate le 15, la sua penna disegna sul foglio, portogli da un tifoso emozionatissimo, un ghirigoro quasi incomprensibile, come sono quasi sempre i nomi dei campioni, quando li scrivono a chi glielo chiede.

Chissà cosa pensa, nemmeno un’ora dopo, quel tifoso, con la sua reliquia di carta e quello scarabocchio così prezioso. Il sole impertinente appiccica sull’asfalto gomme larghissime, di macchine troppo belle per pensare che qualcosa possa scalfirle. La Lotus numero ventidue, per esempio, sa essere austera e sgargiante, diversamente rossa rispetto alla Ferrari, col musetto dorato che sembra disegnato apposta per farle percorrere un tappeto di velluto rosso a Buckingam Palace. Però non la guida un inglese, in un giorno senza alettoni per renderla più inquieta e scattante: la guida un tedesco di Magonza, cresciuto in Austria perché gli inglesi, assieme ai loro alleati, gli hanno tolto i genitori con un bombardamento.

Ma il sole di Monza è come se non avesse memoria, quando abbaglia non guarda in faccia nessuno, mentre cuoce gli spettatori di una tribuna stracolma, vestiti quasi come in spiaggia, con gli occhiali scuri e la mano di taglio sopra gli occhi, per cercare di scorgere le scie colorate, per godersi il punto in cui rallentano e diventano nitide le scritte degli sponsor, i colori dei caschi, per qualche istante. Perché sempre di istanti si tratta, che fuori da un autodromo fanno molta meno differenza. O forse no, perché quando c’è di mezzo il destino è sempre un istante quello che conta; non il precedente, non il successivo. Sembra saperlo la Lotus, che scuote i fianchi quasi all’ingresso della Parabolica. Il campione indossa il casco integrale, che in Formula Uno è scontato per tutti tranne che per lui, che poco lo sopporta e che lo indossa soltanto nei circuiti meno tortuosi, come Monza per l’appunto. Monza 70, la Ferrari di Ickx che insegue in classifica un uomo imprendibile, col naso storto come quello dei pugili, con l’aria da duro, anche se soffre il mal d’auto quando non è lui a guidare. Apparentemente buffo, coerente in realtà, a pensarci bene.

Nina è bellissima e diligente, ai box non fa solo presenza, come molte compagne dei piloti; Nina ha sempre in mano il cronometro, e un taccuino per i tempi. Hanno tutto della coppia da rotocalco, eppure sono una coppia autentica, di quelle che sembrano fatte per durare per sempre, in un modo o nell’altro.

Il pubblico strizza gli occhi, perché non è facile afferrare le monoposto, a Monza; certo, durante le prove a volte girano più lente, per testare l’assetto, evitare il traffico. Se non le è facile cogliere le scie, la folla si gode però il rumore: totale, assoluto, che dall’asfalto si arrampica fino al cielo nitido. La sinfonia della Formula Uno all’iniziodegli anni settanta, spalle possenti e pistoni all’aria, orchestra fragorosa di cui, nel frastuono, si capisce il rigoroso ordine, la sincronia degli elementi. Il campione la suona sempre con brio, la sua Lotus; del resto è un tedesco cresciuto in Austria, la terra di Mozart; non può che pensarlo come un concerto, ogni gran premio. E ogni giro serve ad accordare i suoi strumenti, in prova; come sempre, come il 5 settembre del 1970, con la McLaren arancione di Hulme che lo segue a distanza. Forse Hulme è il primo a capire, dal modo in cui si scuote la Lotus, che non ha gli alettoni perché in quel modo deve compensare la potenza che a Monza le manca rispetto ai motori Ferrari. Forse i piloti sanno sempre capire tutto e subito, quando non tocca a loro.

Nina a ogni passaggio prende nota; come prima di ogni passaggio attende il rumore, che sa riconoscere.

C’è più sabbia o più fumo, nella nuvola che sale dopo la carambola? Di certo c’è stato, nell’istante precedente, qualcosa che ha spezzato la sinfonia: un rumore improvvisamente sordo, nota stonata nel fragore; qualcuno dirà che l’impianto frenante non ha retto alle sollecitazioni eccessive, mentre il campione già accarezzava con lo sguardo i fianchi della curva che appiccica le macchine al suolo. Non si dovrebbe mai morire in un giorno di sole come quello di Monza ai primi di settembre: meglio una giornata come quella in cui il destino attese Jim Clark, di cui il campione potrebbe battere il record, nel tempo. Ma a lui non interessa: vuole vincere il titolo e poi godersi la vita, godersi Nina e sua figlia. Gli riuscirà soltanto una delle due cose, in realtà non può saperlo ma gli è già riuscita quando picchia contro la barriera, sotto la tribuna, dopo che la Lotus ha girato su se stessa, rosso e oro che si confondono. I suoi punti nessuno più se li prenderà, saranno al sicuro nel “sempre” che c’è in ogni almanacco. Ci penserà Emerson Fittipaldi, nell’ultimo gran premio, quello degli Stati Uniti, a proteggerli da Ickx e Ickx deve ringraziarlo, ancora oggi, perché mai si sarebbe goduto quel titolo fino in fondo.

Ora il Campione si merita la maiuscola di un titolo mondiale e la morte è solo un dettaglio, come quelli che cambiano all’improvviso il rumore dei motori. Ogni volta che ricomincia un Campionato del mondo, è come se una foglia d’alloro si staccasse dalla corona per fuggire dove l’attende Jochen Rindt, con la tuta bianca Firestone e il naso storto, il casco aperto e l’aria da duro.

Resta la sua ultima firma sul foglio di un tifoso; resta l’assenza della sua scia negli occhi di Nina, che ha il cronometro in mano e un taccuino.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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