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Jimmy Connors e quel desiderio indomabile di lottare per vincere

Jimmy Connors e quel desiderio indomabile di lottare per vincere

Compie oggi 69 anni Jimmy Connors, iconico e fenomenale tennista statunitense. Per celebrarlo vi raccontiamo quella partita in cui dimostrò al mondo che i campioni non mollano mai, malgrado tutto.

Lo sport racconta storie che, una volta scritte, accompagnano la vita di chi ne è appassionato. Storie di tutti i giorni: talvolta banali, ordinarie, spesso curiose. Oppure vicende che sanno di romanzo o di impresa epica: è in quest’ultima categoria che trova il suo alveo naturale la partita tra Mikael Pernfors e Jimmy Connors, ottavi di finale dell’edizione 1987 di Wimbledon. In un pomeriggio caldo di inizio estate, con le scuole finite e l’idea di come spendere le vacanze sempre più presente nei pensieri di chi lavorava in uffici non ancora ristorati dagli sbuffi dell’aria condizionata, sul centrale dell’All England Lawn Tennis and Croquet Club andava di scena un incontro che lascerà il segno nella storia del tennis.

Protagonisti due atleti che hanno poco in comune, se non il fatto di conoscere bene l’America. Uno perché ci è nato, l’altro perché ci è andato a vivere: Pernfors, svedese di Malmoe, classe 1963, membro della nidiata dei “nipotini” di Borg che, da Wilander a Edberg passando per Sundström e Nyström, invade i campi di tutto il mondo negli anni Ottanta. Discreto giocatore (pochi mesi prima ha raggiunto la sua miglior posizione in classifica, entrando nella top ten) che rimane in mente più per il suo cognome originale che per le caratteristiche di un gioco basato quasi esclusivamente sulla tenacia del palleggio.

E Connors… beh, cosa dire di Jimbo? Sarebbe quasi offensivo costringerlo in poche righe per presentarlo. A quasi trentacinque anni vederlo ancora girare per tornei con la grinta indomabile di un ragazzino alla ricerca del successo smuove gli animi anche di chi gli rimprovera un passato intriso di impeti maleducati che hanno fatto arricciare il naso ai puristi di uno sport che nel suo codice comportamentale contempla l’autocontrollo, il rispetto dell’avversario e l’eleganza degli atteggiamenti. Connors, però, a tutto questo non ha mai dato peso: è un leone indomabile, un animale da battaglia, un irriducibile combattente che vive ogni match come una lotta nel Colosseo. E’ per questo che, alla sua “veneranda” età, gioca gli ottavi di finale a Wimbledon contro un avversario molto più giovane.

C’è il sole a Londra quel pomeriggio, il sole tiepido ed eccezionale delle estati inglesi che illumina il campo centrale mettendone in evidenza l’erba già pesantemente ruminata dagli spostamenti laterali a fondo campo e le repentine discese a rete delle precedenti partite. Pernfors produce il suo gioco semplice, costruito su qualche accelerazione da fondo campo, i pochi errori e i colpi smorzati. Connors sembra un felino addormentato: i suoi passanti non entrano, il suo servizio è facilmente aggredibile, i rantoli da battaglia un orpello dimenticato nella cassetta degli attrezzi. Lo svedese lo surclassa: 6-1, 6-1, 4-1, 40-0 col servizio a favore. Il match sembra non aver più nulla di speciale da dire: gli inglesi forse scommetteranno quanti minuti può ancora durare mentre i ragazzi che devono preparare gli esami di maturità cominciano a riaprire i libri, delusi che non ci sia almeno un quarto set che li possa allontanare dalla pena dello studio.

Nei circoli sportivi tennisti amatoriali prendono accordi sul campo da prenotare per disputare l’ennesima partita da giocare come se fosse un turno degli Internazionali. Tutto sembra definitivamente indirizzato e il destino di Jimbo cancellato dal tabellone di Wimbledon 1987. Sarà per la prossima volta. Ma quando? Connors ha quasi trentacinque anni. Ce la farà l’anno prossimo a essere ancora qui, sul campo centrale, a recitare se stesso e non una sua grottesca parodia? Forse è la domanda che passa per la mente di Jimmy, che rianima lo spirito guerriero che gli rugge dentro e riprende a respirare, si libera del torpore dal quale si era fatto ammansire e lo spinge a chiudere in tuffo a rete un 40-15 che probabilmente non farà la differenza. Ma Connors ha il fuoco dentro: per lui il tennis è lotta furibonda. Contro l’avversario, contro l’arbitro, contro il mondo se i primi due non bastano. Anche se la situazione, apparentemente disperata, lascerebbe spazio a qualche considerazione di pragmatica più che a slanci di fiducia: risparmia le energie per il prossimo torneo, Jimbo. Sei vecchio, questa è finita: lasciala andare, prova a far meglio alla prossima. Inutile spendere tempo e risorse per inseguire la chimera di una rimonta impossibile.

Non è questo, però, il vero Connors. E’ sulla breccia da quindici anni: è stato numero uno del mondo, ha visto sorgere e declinare gente come Nastase, Panatta, Borg, McEnroe, Wilander. Se c’è riuscito è perché per lui “la cosa più importante è potermi guardare nello specchio e dire “I like myself””. E Jimbo si piace solo se lotta, se dà il massimo senza compromessi, anche nelle situazioni più difficili.
Strappa il servizio a un Pernfors probabilmente già con la testa al turno successivo. Scrolla la criniera il vecchio leone: pensa che può valerne la pena, che ci può provare, che lui, James Scott Connors detto Jimmy, è ancora vivo. Lui e la sua racchetta Wilson che, a guardarla oggi, sembra un retino elettrico per ammazzare le mosche d’estate. Lui e il suo rovescio a due mani, col quale esprime tutta la sua cattiveria agonistica con colpi incredibilmente piatti e anticipati. Lui con la sua capigliatura da ragazzino sveglio e sfrontato, al quale l’età ha levigato le asperità caratteriali senza togliergli l’amore naturale per la competizione.

Ce la fa Jimbo: uno, due, tre set di fila (7-5, 6-4, 6-2) ribaltano un risultato che rimarrà per sempre inchiodato al tabellone di Wimbledon come esempio indelebile della voglia di vincere a dispetto di qualsiasi situazione, facendoci imprecare contro il tempo che ce lo ha sottratto, avversario insuperabile che possiamo battere solo con la forza dei ricordi.

A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo "Ci vorrebbe un mondiale" – Ultra edizioni. Nel 2021, sempre con Ultra, ha pubblicato "Da Parigi a Londra. Storia e storie degli Europei di calcio".

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