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Jean-Marie Pfaff, un sorriso tra i guanti

Jean-Marie Pfaff, un sorriso tra i guanti

Sai che c’è? C’è che se da ragazzino passi il tempo in una roulotte, nel centro di Anversa, con i tuoi genitori che fanno i venditori ambulanti e i tuoi fratelli raccolti a grappolo sotto quel tetto che traballa, come marcatori stretti in area per proteggere il tuo buonumore, capisci come debba sentirsi un portiere, ancora prima di diventare tale. Sempre saltellando da un palo all’altro, come se cercare di capire quale sia il piazzamento migliore possa metterti davvero al sicuro da tutte le palle sporche che potrebbero metterti fuori causa per mezzo passo avanti di troppo.

Forse è la vita stessa che assomiglia a una serie di rimbalzi, vale quindi la pena scaldare le mani dentro guanti colorati, sapendo che non potrai intercettarli tutti; punteggiatura sgargiante della solitudine del ruolo.

Pfaff: un cognome che sembra il tonfo sordo che fa la palla quando la parata soffoca il tiro; come uno scappellotto quasi affettuoso e morbido sulla testa di un compagno che non t’ha coperto come avrebbe dovuto. Forse perché quando tuo padre se ne va senza preavviso quando tu hai dodici anni, capisci che il tempo per ricordarlo sarà meglio trascorrerlo a ridere di tutto, come a dire che nulla potrà mai essere del tutto serio da quel momento in poi, invece che a farsi opacizzare i giorni dalla disperazione, per tutte le cose che non gli sentirai più dire, per i consigli che non ti potrà dare, per i rimproveri dei quali sei diventato orfano.

Una cosa aveva fatto in tempo a farsi promettere, suo padre: che Jean – Marie avrebbe giocato in porta, in modo da guardare le cose dall’ultima posizione utile per sorprendersi di qualcosa, senza avere il tempo di preoccuparsene. E lui deve averglielo promesso nell’unico modo nel quale gli era sempre venuto naturale rispondere: sorridendo. Così come faceva quando gli altri ragazzini tentavano di farlo arrabbiare dandogli del ciccione; oppure quando a causa del sovrappeso accettava di buon grado di starsene nei pressi di quella linea bianca, oltre la quale nessuno avrebbe messo una toppa sopra i suoi sbagli. Per dimagrire era dimagrito, una volta cresciuto, anche per merito di tutti quei chilometri percorsi in bicicletta per andare ad allenarsi, una volta cresciuto, con le giovanili del Beveren. Fu lì che cominciarono ad apprezzare il suo stile, fatto di balzi istintivi sotto il tetto di una traversa, condito di sorrisi e battute per ogni volta in cui si rialzava.

C’è sempre un punto in cui il nastro si velocizza, come nelle comiche; gli eventi iniziano a scorrere in un crescendo. Per lui fu quando poté smettere di andare in officina, o in magazzino, per dedicarsi soltanto a smorzare la forza del pallone con i suoi guanti colorati, sempre scelti ad arte. Fino a usarli per applaudire Cruijff dopo avere parato il parabile, in quel quarto di finale contro l’Olanda a Euro ‘76 quando il Belgio capitolò soltanto contro il 14 in persona. Non molto tempo e un bel po’ di soldi dopo, con il più importante dei viaggi di nozze consistito nell’abbandono della roulotte subito dopo il matrimonio con Carmen, per stabilirsi in un vero appartamento. 1,80 per 78 chili di peso forma, ma è sempre sembrato più grande, perché ha riempito la porta dei suoi riflessi, delle battute scambiate anche con i fotografi, dell’orsacchiotto di peluche che posizionava sempre in fondo alla rete; di guanti più grandi del normale, perché in fondo quando scendeva in campo lui cominciava sempre un po’ anche il circo.

E stabilite voi se sia più fenomenale vincere tre Bundesliga e tre Coppe di Germania di fila con il Bayern Monaco, strabiliare i messicani al Mondiale del 1986 fino a farsi eliminare soltanto da Maradona in persona, in semifinale; oppure diventare adulti senza aver mai avuto un vero pavimento sotto i piedi.

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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