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Jan Jongbloed: c’erano una volta un tabaccaio, un pescatore e un portiere di calcio

Jan Jongbloed: c’erano una volta un tabaccaio, un pescatore e un portiere di calcio

Compie oggi 80 anni Jan Jongbloed, storico portiere di quella Olanda che ha impressionato il mondo, lasciando una traccia indelebile nel calcio. Vi raccontiamo la sua storia che sembra uscita da un romanzo.

C’erano una volta un tabaccaio, un pescatore e un portiere di calcio. Ma non è una barzelletta: forse è una favola, forse soltanto utopia, ma in molti ci credettero, innamorandosene. Poi quando svanì decisero che avrebbero continuato a raccontarla, anche perché qualcuno la fece rinascere in tante altre forme diverse, tra una sigaretta e l’altra. Quel qualcuno si chiamava ma soprattutto continuerà a chiamarsi Johan Cruijff, però questa non è la sua storia, anche se nell’Europa occidentale dopo Carletto Marx non c’è stata altra utopia che non ci abbia fatto pensare a Cruijff.

.Non è nemmeno la storia di Rinus Michels, se è per questo; ma lui ci mise il naso, come Cruijff ci mise becco.
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C’erano un tabaccaio, un pescatore e un portiere di calcio, dicevamo; tutti e tre erano Jan Jongbloed, castano di capelli, statura media, gambe tozze e pelose.
Partire per una Coppa del mondo quasi per hobby, giocarne due, far parte della squadra più epocale di tutte le epoche, passare alla storia mettendo in valigia una canna da pesca, i galleggianti, i piombi, le esche, perché anche in Germania, in uno dei pomeriggi lasciati liberi da Michels, vuoi che non si trovi almeno un laghetto, nell’estate del 1974?
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Come può essere vera, una storia del genere? Se è vera la società olandese degli anni sessanta e settanta, allora può accadere tutto il resto: socialdemocrazia di benessere e apertura mentale, che è tutt’altra cosa dalla mentalità aperta, quella che tutti pensano di avere; il calcio non può fare eccezione, anche se la maglia arancione non significa ancora nulla nel panorama internazionale. l’Olanda infatti non contempla, fino all’avvento degli anni settanta, lo status di professionista per un calciatore; anche in quel caso i cambiamenti passeranno per i piedi e per la sagoma ossuta e spigolosa di Cruijff, Il tabaccaio si gode una presenza in nazionale nel 1962, subentrando durante una partita contro la Danimarca: Olanda già sotto per tre a uno, lui fa in tempo a prendere il quarto.
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Già così, vale la pena viverla, una vicenda da calciatore semiprofessionista in quella nicchia calcistica di Amsterdam chiamata Door Wilskracht Sterk (DWS), quel poco che non è Ajax, perché ogni angolo di mondo ha il suo Everton, il suo Sporting, il suo Monaco 1860. Vince anche un titolo nazionale nel 1964, se vogliamo dirla tutta, ed è la vetta prima del declino.
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Nessun uomo è un’isola, scrisse un giorno Thomas Merton: il nostro destino ne incrocia sempre altri ed è così che si determina. Perché Rinus Michels cercava un portiere che fosse bravo con i piedi, una sorta di libero aggiunto che sapesse scambiare la palla con il grande Arie Haan, dopo il suo arretramento come regista difensivo. E perché Cruijff poteva dire la sua su tutto, in verità, permettendosi di giocare con due sole strisce sulla manica arancione, in barba all’Adidas, per esempio, o decidendo che van Beveren, del PSV, titolare designato, in quel gruppo avrebbe rotto le scatole.
E poi quel ragazzo con la tabaccheria sempre aperta gioca bene con i piedi, meglio che con le mani e non è una battuta. 
Nel momento in cui l’anonima Olanda del calcio sta diventando Arancia meccanica e poco prima che il mondo se ne accorga, Jan Jongbloed torna in nazionale. Terzo portiere per i mondiali di Germania, 1974. Potrà sempre raccontarlo al suo piccolo Erik, ai clienti fumatori, ai compagni durante una battuta di pesca.
L’assegnazione delle maglie, nell’Olanda calcistica e non che tutto tollera a metà anni settanta tiene conto di un minimo ordine, quello alfabetico: tra sorrisi divertiti a Jongbloed, che gioca senza guanti, ma sempre con le ginocchiere, che è come un programma politico, o una dichiarazione d’intenti, tocca la numero otto. Anche in questo caso Cruijff non è nella lista: la maglia numero quattordici è il Graal che si adagia per diritto divino sulle scapole del cavaliere perfetto.
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– Jan, contro l’Uruguay giochi tu… –: il tono calmo e profondo di Michels, come se gli stesse chiedendo un pacchetto di Gitanes.
Il resto di quella storia lo scrivono Cruijff, Neeskens, Krol, Rensenbrink e tutta una squadra perfetta, che è un condensato di collettivismo quasi socialista, con Cruijff segretario del partito, e di piacere allo stato puro; quel piacere perfetto che secondo Oscar Wilde deve durare poco e lasciare un po’ insoddisfatti. Fino alla finale contro i tedeschi dell’ovest, in casa loro. Jongbloed, arrivato per caso, titolare per destino, fino a quel momento ha subito un solo gol, un’autorete di Krol.
A proposito di destino, non dev’essere casuale che il dio del calcio designi un maoista celebre ricco e forse un po’ di facciata come Paul Breitner per battere dal dischetto un autentico socialista come Jongbloed, uno che mentre vive l’utopia del calcio arancione, parzialmente realizzata, attende quella con la U maiuscola, che non si realizzerà mai.
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Diviene professionista con il Roda, dalla stagione seguente, poi veste molte maglie. In nazionale frequenta, per così dire, poi viene aggregato alla comitiva che parte per il mondiale argentino dei Colonnelli, quello del 1978, quello di Videla e dei desaparecidos, quello di Daniel Passarella che è una specie di caudillo in pantaloncini e fascia da capitano.
Stavolta non c’è Cruijff a imporre la titolarità di Jongbloed, che in Argentina si è portato i guanti, otre alle canne e ai mulinelli, eppure tocca ancora a lui. Fino alla gara contro la Scozia, quando i britannici gli rifilano tre gol che finiscono persino in un film e nel verso di una canzone, tanto straordinario è l’episodio.
Viene sostituito da Schrijvers, che però si frattura uno zigomo nella semifinale contro l’Italia. E allora ecco di nuovo Jongbloed, al Monumentàl, ancora una volta in finale contro la squadra di casa, stavolta ancora più obbligata a vincere, più minacciosa e cupa per il vero significato che ci sarebbe, e ci sarà, dietro quella festa in parata con la scia di sangue che tutti sanno, che nessuno in Argentina apertamente dice.
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.Cielo d’Olanda, mutevole e incostante; prodigo di tolleranza e, una volta almeno, figlio di puttana: Jan Jongbloed il 23 settembre del 1984, a quarantaquattro anni, è appena sceso in campo con i Go Ahead Eagles, perché ancora gioca; ancora è lì tra i pali, o meglio un poco più oltre, partecipando al gioco, aprendo la strada ai portieri di Arrigo Sacchi e di Zdenek Zeman. 
Poco prima, su un terreno di quarta divisione, con la maglia di ciò che era rimasto nel calcio olandese della DWS di Amsterdam, suo figlio Erik, cresciuto nel frattempo con il sogno di fare il portiere, si accingeva a rinviare, in un giorno di pioggia. A volte può spaccarsi anche il cielo, come fa la terra, lasciando cadere una scintilla in terra, addosso a un ragazzo che sta per rinviare un pallone. Come se un dio distratto stesse fumando, durante il racconto di una storia in cui c’erano un tabaccaio, un pescatore, un portiere di calcio.
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A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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