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Jamie Vardy e i gradini sui quali riflettere

Jamie Vardy e i gradini sui quali riflettere

Fu dopo la perdita di mio padre. Ero seduto sui gradini della camera mortuaria. Un amico mi disse che forse anche da questo c’è da imparare qualcosa. Io ad esempio mi dissi che non volevo andarmene da questa terra con una sensazione di spreco. Di aver perso tempo dicendomi che quello che amavo fare lo avrei fatto domani.

E iniziai. Certo, ancora adesso parecchie sbandate ci sono e guai se non fosse così, altrimenti saremmo integralisti. Ma dare ad una giornata il sapore della passione che si coltiva, fa circolare meglio il sangue. Che sia fare il pane, scrivere o alzarsi presto con l’amore che il proprio mestiere chiede. La vera sensazione bella è che cambi atteggiamento, non ti interessa che chi ti disprezzava adesso ti loda, non cerchi consensi a tutti i costi, non ti importa se qualcuno coglie o meno quanto fuoco hai dentro. Vai avanti e basta. Come questo signore qui.

Si chiama Jamie Vardy. Ha vinto un campionato col Leicester su cui nessuno aveva puntato un baiocco e segnando una caterva di gol. Jamie è passato in poco tempo dal lavorare in fabbrica ad essere un campione. All’inizio però era davvero una testa calda. Condannato per rissa e gran bevitore. Quando il Leicester lo prese, guadagnava così tanti soldi che arrivava agli allenamenti completamente ubriaco. E rispondeva male a tutti.

Finchè un dirigente lo chiamò e gli parlò come un padre. Gli disse che era libero di massacrarsi se voleva, ma che così la sua vita e la sua carriera sarebbero finite presto. Se davvero amava quello che faceva, doveva riflettere. Il risultato fu sotto gli occhi di tutti. Un campione sobrio che ha creato una scuola calcio per bambini disagiati che non stiano in strada.

Ognuno può sedersi su un gradino e riflettere. Davvero è questo il tempo che abbiamo scelto?

Ettore Zanca
A cura di

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