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James Harden: Genesi della Barba più famosa del Pianeta

Di solito questi articoli si scrivono a fine Regular Season o dopo i Playoff, per decantare le gesta di un giocatore durante tutta la stagione. Ma per un tipo fuori dagli schemi come James Harden è giusto fare un’eccezione. Perchè il Barba si sta affermando sempre più come il protagonista assoluto di quest’annata, guidando i suoi Rockets al comando della Lega e predicando basket in lungo e in largo.

Ma per James non è stato facile arrivare fino a questo punto, gli ostacoli da fronteggiare non sono mancati. Anzitutto, l’asma: Harden fin da piccolo soffre di una grave forma d’asma, che causava forti attacchi di tosse e gli impedivano di giocare troppo a lungo. Nulla di drammatico, intendiamoci, ma spesso sono i dettagli a decidere chi emerge e chi resterà per sempre nell’ombra.

In secondo luogo, James deve fare i conti con il difficile ambiente dove è nato. Si scrive Rancho Dominguez, si legge criminalità. Perché nel piccolo sobborgo di Compton, a due passi da Los Angeles,  la legge viene fatta rispettare a fatica, mentre le gang malavitose pullulano per le strade adescando i più deboli. E tra le maglie della criminalità locale cade anche James Senior, il papà del piccolo Harden. Dopo gli anni da ufficiale in marina, anche lui si lascia trascinare in questa spirale di delinquenza e tra droga e piccoli furti si ritrova ben presto dietro le sbarre. Di fatto l’unico contatto che avrà col figlio sarà durante i colloqui in prigione.

 

Ma malgrado la violenza per le strade, Rancho Dominguez un pregio ce l’ha: i campetti da basket. Lì puoi trovare gente che con lo Spalding tra le mani sa fare di tutto, e quale posto migliore per passare i pomeriggi? James vive nei playground ed è lì che, tra il rimbombo di un proiettile e il suono di un sirena, si crea una reputazione. Del resto incarna lo stereotipo del giocatore moderno: alto, atletico, scattante, ma anche molto molto tecnico. Anche troppo per i suoi avversari, che spesso devono alzare bandiera bianca quando lui si presenta sul campo.

Ma Harden non eccelle solo sui campetti. Anche a scuola si distingue come uno studente modello, tanto perspicace quanto scrupoloso e serio. Peccato però che nella scuola di Rancho Dominguez gli episodi di violenza sono all’ordine del giorno. Decide allora di intervenire mamma Monja. La signora Willis ha la fortuna di lavorare all’AT&T, una delle compagnie telefoniche più note al mondo, e sceglie così di investire parte del suo stipendio nell’educazione del figlio. Lo iscrive per questo alla Artesia High School di Lakewood, a una ventina di chilometri da casa, dove non solo l’offerta formativa è ottima,ma anche la squadra di basket è tra le più competitive. E James si convince in breve, soprattutto dopo aver scoperto che il suo idolo d’infanzia Jason Kapono ha militato proprio in quella squadra.

Nella nuova scuola il problema ambientale è risolto, resterebbe solo la questione legata all’asma. Ma per quello ci pensa la divina provvidenza: dopo anni e anni controlli, con la crescita la tosse asmatica viene meno. Si può finalmente iniziare a pensare in grande.

Alla Artesia James aumenta notevolmente il suo livello di gioco. Non solo diventa letale in penetrazione, ma dimostra un QI cestistico sopra la media, vincendo per due anni consecutivi il titolo statale. Le università fanno a gara per accaparrarsi i suoi talenti, ma alla fine lui opta per Arizona State: qui vive due stagioni in continuo miglioramento, ma la squadra non gira e le soddisfazioni latitano. E se questa mancanza di risultati avesse un effetto negativo sul Draft del 2009?

Per fortuna ci pensa Sam Presti a sventare questo pericolo. Il GM dei Thunder resta letteralmente affascinato da Harden, al punto di puntare tutto su di lui. E’ così che, contro i pronostici iniziali, Oklahoma lo seleziona con la terza scelta assoluta.

Da allora di cose ne sono cambiate. Anzitutto, The Beard entra nelle Lega come specialista difensivo. Il che fa sorridere, visto che negli anni è stato spesso e volentieri etichettato come un pessimo difensore, un telepass che risulta deleterio nella propria metà campo. Critiche sacrosante e più che giustificate, di cui però negli ultimi tempi sembra essersi liberato grazie a prestazioni difensive perlomeno dignitose.

Ad essere cambiato è anche il ruolo nelle propria squadra. A Okc per anni ha rivestito le vesti di sesto uomo ( nel 2012 fu anche eletto Sixth Man of the Year), colui che doveva spaccare il match entrando dalla panchina. Ora a Houston è il go-to-guy, l’indiscussa stella della squadra, il leader dello spogliatoio. Una condizione resa ancor più netta con l’arrivo in panca di coach D’antoni, che non solo lo ha trasformato in un playmaker, responsabilizzandolo, ma gli ha consegnato le chiavi della squadra, rendendolo il motore, il cuore pulsante dei Rockets.

 A cambiarlo sono stati anche gli incredibili record siglati sul parquet. Come ad esempio la storica tripla doppia da 53 punti, 17 assist e 16 rimbalzi messa a segno  la notte di Capodanno 2016 contro i New York Knicks. Oppure la prima tripla doppia da 60 punti di sempre, messa a referto contro gli Orlando Magic lo scorso gennaio. Prestazioni che lasciano il tempo che trovano, ma comunque mostruose.

Però di pari passo con i record infranti sono giunte anche parecchie delusioni. Al di là della mancata conquista del titolo – le Finals del 2012 in maglia Thunder contro gli Heat di Lebron e le WC Finals del 2015 contro i Warriors le delusioni più cocenti -, per ben due volte il titolo di MVP gli è sfumato per un nonnulla. In molti sostengono che almeno uno di quei titoli gli sarebbe spettato, ma è inutile starne ancora a discutere. Di sicuro in entrambi i casi le motivazioni per non assegnarglielo non sono mancate: la competizione con due stelle del calibro di Curry e Westbrook, le sue croniche lacune difensive, l’inconsistenza nei momenti clou di partite importanti – ad esempio l’oscena prestazione in gara 6 gli scorsi playoff contro gli Spurs, che decretò l’uscita di scena dei Rockets -.

Una sola la costante nella carriera di James Harden: la sua Barba. Un segno distintivo tanto banale quanto rappresentativo della sua persona, del suo atteggiamento, del suo stile. Quella barba così retrò che lo accompagna da sempre, dagli anni del College, quando era un’icona a Arizona State, fino ad oggi. Ogni sera, con quella barba d’altri tempi, con quelle movenze lente e sincopate, con quella classe unica.

 Ma è giunto il momento che questa classe porti i suoi frutti. Quest’anno il titolo di MVP sembra vicino più che mai, ma non è questo il principale obiettivo. Il Barba vuole vincere.  E a differenza degli scorsi anni può contare su un secondo violino come Chris Paul, un altro campione assetato di vittorie. Malgrado il record in Regular Season i Warriors restano gli avversari da battere. E se il Barba riuscisse a rovinargli la festa? Con dei Rockets in questo stato, nulla è impossibile.

Lorenzo Martini
A cura di

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