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James “Buster” Douglas: nemmeno Dio c’avrebbe scommesso

James “Buster” Douglas: Tutti i numeri della mia vita

Questa storia va declinata attraverso i numeri, per far capire quanto straordinaria sia stata. E anche perché quelli che la ritenevano possibile, prima che si verificasse, vennero accusati di darli, i numeri, per l’appunto. Perché, poi, si dovesse ipotizzare che potesse accadere, nessuno poteva avere motivazioni accettabili per giustificarlo. Nemmeno i bookmakers, che in effetti si rifiutarono di quotare l’evento. Tranne uno, e così arriva il primo numero del nostro racconto: al Mirage Hotel di Las Vegas, il boss dei bookmaker Jimmy Vaccaro si persuase a quotare l’evento, con una proporzione stratosferica, ossia stabilendo per una vittoria dello sfidante la quota di quarantadue a uno. Ogni dollaro investito su di lui ne avrebbe fatti intascare quarantadue. Un esito non pensabile, contemplato soltanto in quella folle, provocatoria quotazione che, in effetti, era come se ne confermasse l’impossibilità.

Nessuno, sulla faccia della terra, pensava potesse accadere, a cominciare da Mike Tyson, il Campione in carica. Perché c’erano i suoi, di numeri, che non lasciavano campo ad alcuna interpretazione e meno che mai a qualsiasi sorta di dubbio: trentasette e trentatré. Trentasette su trentasette gli incontri vinti da professionista; trentatré quelli terminati per KO. Come in quel celebre spot con George Clooney: – What else? –

Un altro numero che non possiamo non citare è il quarantasette: sono gli anni della signora Lula Pearl, destinata ad avere per sempre quella età, visto che il suo cuore si fermò, per sempre, un giorno di gennaio del 1990, esattamente ventitré (eccone un altro ancora, di numero) giorni prima che suo figlio, James Buster Douglas, si trovasse davanti Mike Tyson sul quadrato del Tokyo Dome, l’undicesimo giorno di febbraio del 1990.

Nessun rinvio del match, per il ragazzone di Columbus, solo come può essere soltanto chi abbia appena perso la madre e interrotto i rapporti con il proprio padre (che infatti non lo raggiunse in Giappone) e che si sia separato da pochi mesi dalla propria moglie. Nemmeno Bertha, di conseguenza, gli volle essere accanto nella notte più dura e pericolosa.

Contro “quel” Mike Tyson c’era, ragionevolmente, da temere anche per l’incolumità di Buster. Altro che sconfitta. Insomma: se fosse stata una sceneggiatura, tutti avrebbero detto che era venuta male, per la ridondanza delle concomitanze sfortunate abbattutesi su Douglas ancora prima dei distruttivi montanti di Tyson dalla corta distanza.

Tyson che nel frattempo fece di tutto per dimostrare al mondo che lui non aveva nemmeno bisogno di prepararlo, quell’incontro: non perché ci sarebbe stato Douglas di fronte; lo avrebbe pensato con qualunque avversario. Perché ormai si fidava delle sue vittorie precedenti, di come aveva quasi brutalizzato la maggior parte dei suoi antagonisti, anche quelli con i nomi più altisonanti come Holmes e Spinks.

Nel frattempo, aveva fatto a meno della guida tecnica di Kevin Rooney, per affidarsi a una coppia di “allenatori” che erano in realtà solamente due amici d’infanzia: Aaron Lowell e Jay Bright, due individui dei quali Teddy Atlas, allenatore e opinionista televisivo, ebbe a dire: – Quei due ragazzi non sono in grado di insegnare neppure come si nuota a un pesce. –

Un altro numero, ancora: uno virgola tre. Sul contratto c’era scritto 1,3 milioni di dollari per la borsa di Buster Douglas. Per lui fu la più grande borsa di sempre.

Con la consueta sobrietà, i commentatori statunitensi utilizzarono una serie di similitudini per rendere l’idea di quanto sorprendente sarebbe risultata una eventuale vittoria di Douglas, o più precisamente una sconfitta di “Iron Mike”: la più iperbolica fu quella secondo la quale se Tyson avesse perso quell’incontro, al confronto il crollo del Muro di Berlino, risalente a qualche mese prima, sarebbe stato declassato a rissa di quartiere. Qualcuno si sentì anche di precisare che sarebbe bastato che Douglas superasse le riprese centrali dell’incontro. Siccome tutto assomigliava a una formalità, nessuno si sentì nemmeno di prendere in considerazione il fortissimo virus intestinale che Tyson aveva contratto un paio di settimane prima dell’incontro. Del resto, il primo a non curarsene era stato proprio il detentore del titolo.

Poi, una volta finiti la grancassa e il battage pubblicitario, davanti al pubblico giapponese euforico ed entusiasta per la presenza del campione, cominciò l’incontro.

Una cosa apparve chiara molto presto, diciamo dalla seconda ripresa: non era il Tyson dei trentasette, vittoriosi incontri precedenti: non attaccava, o non gli riusciva di farlo, per cercare subito le sue potentissime combinazioni ravvicinate attraverso le quali aveva stordito subito una miriade di avversari. Non riusciva ad inchiodare Douglas all’angolo; non padroneggiava il controllo della distanza. Di contro, Buster Douglas appariva efficace nel gioco di gambe, molto accorto nel legare con il “clinch” appena gli era possibile, estremamente potente quando riusciva ad andare a segno sul volto di Tyson. Sorprendentemente, gli riusciva con frequenza crescente. Forse gli appassionati di Tokyo avrebbero dovuto accontentarsi di una vittoria di Tyson ai punti, meno spettacolare e meno travolgente rispetto alle precedenti.

Adesso il numero otto, come la ripresa durante la quale Mike Tyson riuscì a trovare il varco per piazzare un montante di potenza terrificante: andò giù, Douglas, in una maniera che sembrava escludere qualsiasi possibilità che si potesse rialzare.

I numeri adesso dovremmo chiederli all’arbitro di quella sera, Octavio Sanchez Meyran, il quale fece iniziare il conteggio con un pugno di secondi di ritardo: arrivò al nove, ma di secondi ne erano trascorsi dodici. A rispettare i tempi fu invece il suono della campana, che interruppe il conteggio un istante prima del dieci, consentendo a Douglas di rialzarsi, davanti agli occhi di un furioso e al tempo stesso basito Mike Tyson.

Il presente, ora; il presente degli istanti che non trascorreranno mai del tutto.

Numero dieci: la ripresa alla quale arrivano un Douglas ancora arrembante, per quanto provato, e un Mike Tyson letteralmente prostrato dalla fatica, oltre che segnato in volto come mai prima gli era capitato.

Un minuto e ventitré secondi, un ambo sul quale Douglas investe tutta la sua vita passata, immaginando come potrebbe stravolgergli quella futura. Martella il viso di Tyson con cinque jab sinistri in successione rapidissima; poi un gancio destro dalla traiettoria un po’ imprecisa, quindi il definitivo gancio sinistro.

Comincia a precipitare Mike Tyson, quasi con una mezza piroetta su se stesso; scende lentamente, come se volesse prolungare il più possibile quell’istante in cui la vita di Buster Douglas sta cominciando a non essere più la stessa di sempre. Tyson cerca di risistemarsi mettendosi a quattro zampe; non si rende forse nemmeno conto di aver sputato via il paradenti; si rimette in piedi ma è malfermo sulle gambe; cerca di…

E’ tardi, non sente già più la cintura di campione attorno ai fianchi.

Buster Douglas diventa Campione del mondo. Il trono è così in alto da sembrargli subito un precipizio; fatto sta che da quel momento iniziano l’altalena dei suoi umori, le montagne russe dei suoi stati d’animo, provocate in parte anche dal reale conteggio della sua borsa: detratte tutte le spese, tutte le varie percentuali, in tasca gli vanno circa quindicimila dollari circa. Dal milione e trecentomila dollari di partenza. E’ comprensibile quanto possa sentirsi raggirato, quale abbattimento gli piova addosso assieme a una fama planetaria: un paradosso, questo, che più paradosso non si potrebbe. Dopo aver perso il titolo appena rimesso in palio, nell’ottobre del 1990, dopo tre riprese contro Evander Holyfield, Buster Douglas si mette a mangiare. Come se non ci fosse altro da fare; come se non lo abbia fatto mai abbastanza nel corso di tutta la sua vita precedente. E più si tratta di cibo spazzatura, più lui è contento, come un penitente di fronte alla possibilità di una flagellazione. In un tempo relativamente breve, arriva a sfiorare i duecento chilogrammi di peso, distribuiti lungo il suo metro e novantadue di altezza.

Per tre giorni stette tra la vita e la morte, senza lasciare intendere se appartenesse ancora alla prima o si fosse concesso alla seconda, visto che il coma diabetico rende molto abile quel confine. Un tumore al colon gli portò via anche il padre; un proiettile casuale, durante una rissa di periferia, gli tolse il fratello. Non aveva più niente da perdere, a quel punto. O, meglio, poteva rinunciare a novanta chili di sovrappeso, se ancora aveva a cuore la sua dignità. In nome di quella riuscì a tornare sul quadrato, nel 1996, conscio di avere da raccontare cose molto più importanti rispetto al KO inflitto sei anni prima a Mike Tyson, ma altrettanto convinto che il mondo lo avrebbe ricordato per sempre soltanto per quella notte della sua vita.

I suoi sessant’anni di oggi sono fatti di impegno nel sociale, lavoro in palestra come maestro di boxe, varie forme di beneficenza.

Ha rivisto Mike Tyson solamente nel 2011, durante una conferenza: non si sono scambiati che un pugno – è proprio il caso di dirlo – di parole; forse perché entrambi erano nel frattempo diventati troppo diversi da quelli che erano quando avevano calpestato il tappeto del Tokyo Dome: l’uno troppo convinto di quello che doveva accadere, l’altro sufficientemente incosciente da credere che avrebbe saputo impedirlo. E così fu, in effetti, anche se a Buster Douglas non schiuse le porte del successo definitivo e meno che mai della felicità. Gli fece solamente scoprire quanto può essere profondo l’abisso di un uomo, fosse anche il re del mondo, quello che lui era diventato.

Nei suoi giorni più bui, nel tempo che non occupava mangiando a crepapelle, gli piaceva uscire in barca, con le sue esche e le lenze; quando lo cercavano i cronisti delle varie testate, americane ed europee, per ricordare ciclicamente la sera in cui buttò giù Tyson, e soprattutto per chiedergli che fine avesse fatto, Buster Douglas rispondeva spesso che non aveva tempo di parlare, perché stava per uscire a pesca.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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