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Jack Dempsey, storia del Massacratore di Manassa

Jack Dempsey, storia del Massacratore di Manassa

Il 31 Maggio 1983 moriva a 88 anni Jack Dempsey, il pugile riconosciuto come l’anello di congiunzione tra la boxe moderna e quella antica. Vi raccontiamo la sua travagliata storie nelle parole uniche di Nicolini racconta di pugili.

“Modern Gladiator “ è un libro del 1889 scritto per esaltare le gesta di quello che, a quei tempi, era il più grande pugile mai esistito, John Lawrence Sullivan, un omone dai baffi teutonici, le maniere sbrigative e le caratteristiche fisiche che oggi farebbero sorridere.

Nel 2003 partecipai ad un’asta per aggiudicarmi un’edizione originale di questa pubblicazione, venendo sbaragliato da una concorrenza forte di superiori mezzi economici ai miei. Non che ci voglia molto ma, forse, i libri starebbero meglio nelle mani degli appassionati che negli scaffali blindati di ricchi speculatori.

Torniamo, però, al principio del novecento, negli Stati Uniti: la mamma di una poverissima famiglia di mormoni era solita leggere brani e mostrare foto di questo prezioso libro, preso a nolo dalla locale drogheria, ai più giovani dei suoi undici figli.

Tra loro, il piccolo William, che proprio in quei momenti prese la decisione di diventare campione del mondo dei pesi massimi, a dispetto del fatto che nemmeno sapesse quando sarebbe stato il suo prossimo pasto.

Per far fede al proprio proposito, a dodici anni lasciò la scuola per lavorare, mentre a quindici si unì ai lavoratori itineranti che seguivano la ferrovia in cerca di lavoro.

Nonostante la giovane età, fece sin da subito il minatore, poi il facchino, il lavapiatti, il coltivatore ed il cowboy; cominciò ad emergere negli incontri da saloon delle città minerarie col soprannome di Kid Blackie, comminatogli a causa della pelle annerita dal lavoro col carbone.

Solo e giovanissimo, in un ambiente di tagliagole e gente pronta a tutto, il giovane William si stava facendo largo grazie ad una tempra indistruttibile e pugni d’acciaio; la molla, però, che più lo spingeva a dare il massimo in ogni scontro, era la fame.

Un giorno, per una scommessa che gli fruttò venti dollari, attraversò il deserto del Nevada, a piedi, da Tonopah a Goldfield, mettendo a serio rischio la propria vita.

A diciott’anni, entrato nel professionismo, infilò lunghe strisce di incontri entusiasmanti risolti da devastanti knock-out a suo favore.

Di ritorno da un incontro pareggiato, secondo un verdetto giornalistico tipico dell’epoca, contro il poderoso Lester Johnson, conobbe una prostituta quindicenne di nome Maxine Cates, della quale fece la propria prima moglie.

In quegli anni, suo fratello Bruce fu accoltellato a morte, durante un litigio, per le strade di Manassa.

Lo stile da dominatore del ring ed il cognome Dempsey, suggerirono il soprannome che lo accompagnò per la vita, Jack, in onore di “NonpareilDempsey, grande campione irlandese morto nell’anno della sua nascita, il 1895.

Pronto per entrare nella leggenda, Jack Dempsey diede l’assalto al mondiale che stava inseguendo con grande determinazione: a soli 24 anni, aveva già combattuto ottanta sensazionali incontri, molti dei quali da professionista.

In una riedizione di “Davide contro Golia”, nel 1919, stesso anno del divorzio dalla prima moglie, affrontò il gigante Jess Willard in uno dei più cruenti match della storia, durante il quale Jack Demspey strappò il titolo all’avversario con spietata ferocia ed insondabile fermezza.

Cominciò così il dominio di Dempsey sulla categoria: il mondo cadde ai suoi piedi, la sua stella cominciò a brillare come mai aveva fatto, sino ad allora, quella di un campione sportivo.

Il suo nome era costantemente in prima pagina, i suoi spostamenti erano seguiti da frotte di fan ed i suoi incontri, strapagati al botteghino, erano attesi da folle deliranti ovunque si tenessero.

Un giornalista, raccogliendo una voce poco fondata, lo accusò di diserzione e, pur avendo Jack spiegato di aver assolto i propri doveri con l’esercito, venne inseguito per anni dalla chiacchiera.

Ciononostante, continuò a spazzare via dal ring ogni sfidante, da Brennan a Miske, da Firpo a Carpentier.

Il 23 settembre del 1926, innanzi a centoventimila spettatori riuniti a Philadelphia, Dempsey perse la cintura da Gene Tunney, the Fighting Marine, nell’incontro definito “la sorpresa del decennio”.

Tornato in albergo, la sua seconda moglie fu spaventata dal volto inusualmente segnato del marito e gli chiese la ragione delle ferite. Jack rispose, simpaticamente: “Mi sono dimenticato di abbassare la testa!”

L’anno successivo, in uno dei più controversi combattimenti della storia della boxe, Dempsey spedì al tappeto Tunney al settimo round, con un atterramento che sarebbe stato definitivo se Jack Dempsey non avesse dimenticato di raggiungere l’angolo neutro, secondo le nuove regole, regalando il tempo all’avversario per rimettersi in piedi ed andare ad aggiudicarsi anche la rivincita.

Il match passò alla storia come “la battaglia del lungo conteggio”; alla fine dell’incontro, un Dempsey stremato si fece guidare dai suoi secondi per arrivare a stringere la mano a Tunney, un avversario di grandissimo valore.

Jack Dempsey si ritirò dal pugilato dopo questo incontro, proiettando la propria luce di personaggio di massima grandezza su Hollywood, prima, e sull’organizzazione di grandi eventi pugilistici, poi.

Divorziò anche dalla seconda moglie, Estelle Taylor, per sposare Hannah Williams che lo rese padre di due figli. Nel ’43 divorziò pure da quest’ultima.

Solo molti anni più tardi, nel ’58, avrebbe sposato la sua quarta ed ultima moglie, Deanna Piatelli, che lo avrebbe accompagnato fino al crepuscolo della sua vita.

Famoso per la violenta aggressività e la ferocia sul ring, Jack Dempsey fu molto benvoluto per l’umanità, la gentilezza e la generosità dimostrate nella vita di tutti i giorni.

Il 24 giugno del 1970, al Madison Square Garden, i diciannovemila spettatori presenti gli dedicarono la canzone di “buon compleanno” più emozionante della storia della boxe.

Jack Dempsey, in quell’occasione, si lasciò sfuggire quella lacrima che aveva versato, in vita sua, solo per la morte del suo amato cane, il primo di una lunga serie di american staffordshire da lui amorevolmente allevati.

Il 31 maggio del 1983, all’età di 87 anni, il cuore da leone di William “Jack” Harrison Dempsey smise di battere.

Con il suo ultimo respiro si spense il pugilato della nuova frontiera americana: quella lotta senza quartiere che tra le corde conteneva la rabbia di uomini pronti a tutto, disposti al massimo sacrificio pur di alzare la testa da esistenze fatte di stenti e povertà.

Cresciuto nel nulla e fattosi largo con le proprie forze, il volto franco e sicuro del grande Jack si staglia nel firmamento dello sport mondiale.

Una leggenda che mai tramonterà.

Marco Nicolini
A cura di

Nipote di un insegnante sammarinese migrato nei licei delle vallate alpine, sono nato a Padova nel ’70 ed ho chiuso il cerchio di itinerante storia familiare rientrando nell’antica repubblica del Titano quando non ero ancora trentenne.Avevo prima vissuto in varie parti d’Europa, dei Caraibi e dell’Africa grazie a diversi, talvolta avventurosi, impieghi giovanili. Al contrario, ora, lavoro in banca.Ho coronato il mio amore per le lingue e le letterature straniere all’Università di Urbino, compiendo gli studi in una lunga e poco gloriosa carriera accademica.Appassionato sportivo, ho praticato con alterne fortune il pugilato, il windsurf, il calcio, la canoa olimpica. Seguo il rugby con piglio da intenditore. Nel 2015 ho attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo.Scrivo di boxe perché ne vale la pena: il ring trattiene tra le corde le storie che la fantasia di un romanziere non potrebbe mai eguagliare.

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