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Italia a Russia 2018? L’ultimo tentativo di salvare (a tutti i costi) un morto annegato nel fallimento

Come diceva l’aforisma? La speranza è l’ultima a morire. E anche se calcisticamente siamo annegati nell’oblio di quelle Nazionali che per almeno un anno finiranno nel dimenticatoio, annaspiamo nel miraggio di poter clamorosamente volare in Russia il prossimo giugno. E se prima l’Eldorado era raggiungibile sognando una guerra nei paesi qualificati così da poterci appellare all’articolo 7 del regolamento FIFA (che mai ci saremmo sognati di sfogliare in vita nostra) è arrivato nelle ultime ore un dispaccio via Sudamerica che ci fa ribattere quel cuore azzurro che si era rattrappito dopo l’inutile 0 a 0 contro la Svezia.

Il giornale peruviano Libero ha infatti aperto la giornata con una prima pagina che ha incendiato gli animi di coloro che ancora non si sono arresi all’amara verità. Secondo la testata andina, la nazionale blanquirroja che si è conquista la qualificazione grazie alla vittoria nello spareggio contro la Nuova Zelanda, potrebbe rischiare di essere esclusa da Russia 2018 per motivi che non hanno direttamente a che fare con il calcio. La deputata fujimorista Paloma Noceda, che presiede la Commissione Istruzione, Gioventù e Sport del Parlamento ha presentato una proposta che vuole portare la Federcalcio peruviana sotto controllo diretto del Governo attraverso l’Istituto dello Sport. Ci viene subito in mente che a motivare questa voglia di cambiamento potrebbe essere stato il coinvolgimento, e relativo arresto risalente al 2015, dell’ormai ex presidente della Federcalcio Manuel Burga al Fifa Gate nell’ambito del sistema di corruzione portato alla luce due anni fa dove l’intera Conmebol e la Concacaf sono finite nel mirino della procura statunitense. E le ultime confessioni dell’argentino Burzaco non fanno che peggiorarne la situazione, tanto che, come dichiarato dai pubblici ministeri, Burga pare abbia mimato il gesto di “tagliare la gola” verso Burzaco nelle scorse giornate di processo. Se fosse questo il motivo della proposta Nocedo sarebbe nobile ed apprezzabile tentativo di voler dare un ripulita ad un ambiente soffocato da questioni poco chiare. E andrebbe applaudito in quanto tale (anche se la statalizzazione di per se non è garanzia di nulla), senza troppe macchinazioni. Ma siccome, come si dice, mors tua vita mea, si riapre magicamente uno spiraglio che ci vedrebbe approdare a Mosca.


Per farlo, dobbiamo riprendere mano al regolamento FIFA (sempre lui) che vieta espressamente che una Federcalcio sia sotto il controllo statale così da evitare ingerenze governative. Il tutto quindi potrebbe portare all’esclusione del Perù dai tanto sognati Mondiali che mancano dal 1982 e, per questo, la FIFA ha chiesto chiarimenti alla Federcalcio peruviana che a sua volta ha allarmato il Governo sulla possibile Apocalisse, a tavolino la loro, in salsa inca. Vedremo come andrà a finire, anche se la notizia si sta già sgonfiando in quanto l’eventuale accettazione della proposta e  esecuzione del provvedimento avverrà in un tempo tale da non coinvolgere la partecipazione di Guerrero&co. alla manifestazione mondiale.

Quello che è evidente in tutta questa storia è che, malgrado il disastro sportivo, malgrado il disastro politico (del calcio) e malgrado il caos che vive il nostro pallone tra commissari straordinari, ex presidenti rispolverati, e dimissioni in differita, ancora non riusciamo ad ammettere dentro di noi che siamo fuori. Ed è tutto vero. Anzi diamo per scontato che, nel caso impossibile che una Nazionale qualificata possa essere esclusa, noi saremmo subito richiamati senza tenere conto delle altre non partecipanti, alcune delle quali hanno anche un ranking migliore del nostro. Continuiamo a sentirci belli anche se siamo bruttissimi. Ci attacchiamo a cavilli presi da codici che non ci siamo mai preoccupati che esistessero, invochiamo guerre e finiamo addirittura per approfondire la politica interna di un paese che dista 16 ore di volo, quando basterebbe ammettere che siamo scarsi su tutti i livelli e provare a guardare avanti, al futuro, anche se il domani sembra peggiore di ieri. E invece siamo ancora qui, a 10 giorni di distanza ad appellarci a una qualunque mano immaginaria che possa farci emergere dalle torbide acque del fallimento, che sia in grado di essere più forte del macigno che ci spinge in fondo. Basterebbe questo, chiudere il cassetto del sogno Russia 2018 (uno dei primi casi di realtà diventata sogno e non viceversa) e silenziosamente glissare. Invece usciamo (ci fanno uscire) dalla porta e proviamo ad entrare dalla finestra, come sempre.

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