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Italia 1934, la vittoria azzurra all’ombra del Fascio

Italia 1934, la vittoria azzurra all’ombra del Fascio

Il 10 giugno 1934 terminavano i Mondiali di calcio di Italia 1934 con la prima vittoria iridata per gli azzurri. Per l’occasione vi raccontiamo la storia e gli aneddoti più strani della Coppa del Mondo che si giocò sotto il regime fascista.

Nel 1932 la FIFA assegnò all’Italia l’organizzazione del secondo campionato del mondo di calcio, assecondando i desideri di un regime che, in quel momento di ascesa, aveva bisogno di consolidare definitivamente consenso interno e immagine internazionale. Da sempre lo sport in generale, il calcio in particolare grazie alla sua elevata capacità di coinvolgimento sociale, non hanno molte difese per osteggiare la strumentalizzazione a cui possono andare soggetti per scopi politici, soprattutto quando entrano nei piani strategici dei regimi dittatoriali. Facile ricordare l’attenzione dedicata a tutte le discipline sportive nei paesi del blocco comunista ai tempi della guerra fredda o ai mondiali di calcio organizzati in Brasile nel 1950 e in Argentina nel 1978, politicamente funzionali alle stesse esigenze a cui si prestava il mondiale italiano del 1934. Mussolini credeva molto nello sport come strumento coadiuvante nella costituzione di un animus pugnandi da traslare all’occorrenza in altre situazioni di interesse nazionale. Una eventuale vittoria degli azzurri avrebbe sicuramente contribuito, oltre che all’inevitabile aumento del consenso interno, anche all’avanzamento del processo di unità nazionale e del senso di appartenenza ad un paese la cui identità era ancora giovane e da supportare.

Per tutti questi motivi, il mondiale del 1934 fece registrare, dal punto di vista organizzativo, progressi evidenti rispetto a quello di quattro anni prima. Da Trieste a Napoli, furono otto le città che ospitarono almeno una partita della manifestazione. Le nazioni partecipanti furono sedici: per prendere parte alla fase finale dovettero superare delle partite di qualificazione. Italia compresa, che il 25 marzo 1934 battè 4-0 la Grecia a Milano. Fu il prologo di un romanzo che, con la vittoria di Roma sulla Cecoslovacchia, aprirà ufficialmente l’epopea azzurra degli anni Trenta, che andrà a completarsi due anni dopo con l’oro olimpico di Berlino e la conferma sul tetto del mondo nel 1938 a Parigi. Conquiste successive che, in parte, aiuteranno a rivalutare l’alloro del 1934, per molti offuscato dagli accondiscendenti atteggiamenti arbitrali verso l’Italia e dai giocatori oriundi ai quali, con qualche artificio giuridico, venne richiesto di indossare la maglia azzurra.

La vittoria del mondiale proiettò il calcio verso i vertici delle preferenze del grande pubblico italiano, fino a quel momento abituato ad anteporre le imprese del ciclismo a quelle del pallone. L’alta borghesia si lasciò piacevolmente lambire da un fenomeno trasversale, messo in voga dal regime e capace di dare una risposta appassionante alla necessità di occupare il tempo libero in maniera avvincente.

I RISULTATI

LA FINALE
Il 10 giugno allo Stadio del Partito Nazionale Fascista, per l’occasione esaurito in ogni ordine di posto, Italia e Cecoslovacchia scendono in campo per contendersi la futura coppa Rimet. Lo stato maggiore del governo è allineato in tribuna, dove un biglietto costa sessanta lire e Benito Mussolini siede proprio accanto al presidente della FIFA. Nonostante i cambiamenti climatici siano ancora di là da venire, Roma è assalita da un caldo mozzafiato: quaranta gradi fiaccano le forze dei giocatori e bagnano le camicie degli spettatori, tra i quali una nutrita rappresentanza di cecoslovacchi arrivati in Italia con treni speciali.
La partita scorre via secondo binari che sembrano precostituiti: la critica non considera l’Italia favorita e in effetti gli azzurri sembrano un po’ impacciati nella costruzione del gioco. Cecoslovacchia sugli scudi: colpisce due pali con Puc e Sobotka e al 71° passa in vantaggio proprio grazie al primo che, appena rientrato in campo dopo un infortunio subito in uno scontro con Ferraris IV, dopo aver evitato un’entrata di Monzeglio spinge la sfera alle spalle di Combi con un tiro secco. La partita sembra ormai aver preso una piega definitiva, con gli “ospiti” che colpiscono un terzo palo con Svoboda. Temendo il peggio, Pozzo cerca di cambiare qualcosa nell’assetto tattico e decide di invertire le posizioni di Guaita, schierato inizialmente all’ala destra, e Schiavio, centravanti in debito di energie. L’Italia riacquista fiducia e a nove minuti dalla fine pareggia: Monti rilancia l’azione su Ferrari che a sua volta la gira a Orsi. Il tiro dell’oriundo, scoccato da una ventina di metri, batte Planicka. Si va ai supplementari, coi giocatori fiaccati dal caldo micidiale. Bisogna fare presto prima di arrivare allo stremo delle forze: ci pensa un esausto Angelo Schiavio, servito da Guaita al quinto minuto del primo tempo supplementare, a segnare il gol che assegna il mondiale. Per Nejedly (alla fine capocannoniere del torneo con cinque reti) e compagni non ci sono più risorse per recuperare il risultato: per la prima volta l’Italia è campione del mondo.

I PROTAGONISTI
Vittorio PozzoE’ lui il padre della nazionale bicampione del mondo e campione olimpica degli anni Trenta. Uomo di profondi convincimenti morali, dall’esperienza come alpino nella prima guerra mondiale mutuò l’apprezzamento per l’essenzialità, la disciplina e lo spirito di gruppo, valori che applicò nella sua pluriennale esperienza alla guida della nazionale. Nella scelta del “metodo”, il sistema di gioco in voga nell’Europa di quel tempo, Pozzo affidò il fondamentale ruolo di centromediano a Luisito Monti invece che a Fulvio Bernardini, motivando la scelta all’escluso sostenendo che non poteva farlo giocare perché troppo superiore agli altri compagni di squadra… Nei rapporti con il regime, seppe mantenere una posizione di equilibrio che non scontentò il potere e allo stesso tempo non rese perfettamente sovrapponibile l’immagine della nazionale con quella del partito fascista. Lasciò l’incarico nell’estate del 1948: la sua passione non era venuta meno ma la Federazione fece pressioni per metterlo all’angolo, considerandolo legato ad un passato troppo scomodo in quel momento storico. Si dedicò quindi al giornalismo, scrivendo per La Stampa. 

Raimundo Orsi Tra le fila degli oriundi che hanno vestito la maglia della nazionale italiana, un ruolo di indiscusso rilievo ha avuto Raimundo Orsi. Ala sinistra tecnica e veloce, si mise in evidenza sul palcoscenico internazionale già alle olimpiadi del 1928 con la maglia della nazione natia. Giunto in Italia dopo una complessa trattativa, con la Juventus vinse i cinque scudetti dei primi anni Trenta. In nazionale si mostrò fondamentale specialmente nella finale vinta con la Cecoslovacchia: il suo gol rimise in piedi speranze e aspettative che sembravano dover appassire nei venti minuti che mancavano al 90°. Rientrò in Argentina nel 1935, probabilmente anche a causa del clima politico sempre più estremo che si viveva in Italia. Dopo Mauro Camoranesi, è l’oriundo che ha vestito più volte la maglia azzurra: 35 le apparizioni con 13 reti a corredo.

LE CURIOSITA’

Il fascio littorio
La propaganda fascista aveva puntato moltissimo sul buon esito del campionato del mondo e l’impronta del regime era ben visibile anche nelle immagini che accompagnavano l’evento: su quella simbolo della manifestazione, ai piedi di un giocatore dell’Italia intento a calciare un pallone, in basso a destra era ben riconoscibile un fascio littorio.

I sudamericani
Molto sparuta la rappresentanza delle nazionali sudamericane in Italia. Solo Brasile e Argentina trovarono il modo di partecipare: entrambe, però, tornarono a casa dopo la prima partita. L’Albiceleste si presentò con una squadra poco più che dilettantistica mentre l’Uruguay, adducendo ufficialmente la scusa di non avere più una compagine competitiva, più probabilmente volle rendere la pariglia ai rifiuti che opposero quattro anni prima le più forti nazionali europee ad andare in Sudamerica, Italia compresa.

L’addio
Gioco di squadra? Tutti importanti e nessuno indispensabile? Sono a disposizione del mister qualunque cosa decida? Forse non tutti la pensavano così. Sicuramente non Virginio Rosetta, terzino della Juventus nel quinquennio d’oro 1930-1935, che dopo aver saputo che non avrebbe giocato nella semifinale contro l’Austria, abbandonò il ritiro di Roveta e tornò a casa. Anche se qualche giustificazione il buon Virginio l’aveva: la sua sostituzione con Monzeglio fu probabilmente una scelta dettata dalle richieste di qualche dirigente legato al partito più che una decisione tecnica. Si chiuse così, dopo cinquantadue presenze diluite in quattordici anni, la carriera azzurra di Rosetta.

La Spagna
Per approdare in semifinale, l’Italia dovette faticare non poco. Furono necessarie due partite nell’arco di quarantotto ore contro la Spagna per consentire agli azzurri di varcare il confine dei quarti di finale. Due gare nelle quali l’agonismo più spietato la fece da padrone: nella seconda partita, gli azzurri si presentarono con quattro cambi su undici rispetto al giorno precedente mentre gli spagnoli arrivarono a schierare addirittura sette nuovi giocatori. Tra gli iberici non disputò la seconda partita il fortissimo portiere Zamora, ufficialmente vittima di un infortunio accusato ventiquattr’ore prima. Furono in molti, però, a sospettare che la sua assenza fosse un favore concesso agli azzurri per andare avanti nel torneo. Dubbio ancor più forte fu quello che aleggiò sull’arbitro svizzero Mercet, che nella partita di ripetizione annullò un gol allo spagnolo Campanal: la sua direzione di gara fu talmente contestata che al rientro in patria venne squalificato.

Statistiche
Per quanto i risultati del secondo mondiale non lascino dubbi sul maggiore equilibrio tra le squadre partecipanti rispetto all’edizione precedente, nel 1934 si registrò un solo pareggio ufficiale: l’1-1 di Firenze tra Italia e Spagna che portò alla ripetizione del match. Per tre volte si dovette ricorrere ai tempi supplementari: oltre al già citato incontro con le Furie Rosse, gli azzurri disputarono centoventi minuti anche nella finale con la Cecoslovacchia, mentre l’Austria dovette ricorrere all’extra time per eliminare la Francia negli ottavi di finale. 

La vigilia
Il 9 giugno, vigilia della finale contro la Cecoslovacchia, gli azzurri cercano di distrarsi per alleviare la tensione. Trasferitisi dall’albergo sede del ritiro nella capitale ad Ostia, i ragazzi di Pozzo passano il pomeriggio nella pineta di Castelfusano. Di rientro a Roma, si recano al Foro Mussolini per sostenere la nazionale di tennis, impegnata nell’International Lawn Tennis Challenge (torneo antesignano della Coppa Davis) contro la Svizzera. L’escursione si trasforma in un benedicente bagno di folla: riconosciuti dal pubblico, gli azzurri vengono osannati e incitati in vista di una finale che tutti desiderano vincere.

La medaglia negata
Mario Pizziolo
, coraggioso mediano della Fiorentina, interruppe anzitempo il suo mondiale a causa della frattura ad una gamba che si procurò in uno scontro di gioco nella prima cruenta partita disputata dall’Italia contro la Spagna. La decisione di premiare con la medaglia di campione del mondo solo i partecipanti alla finale negò a Pizziolo il legittimo riconoscimento, nonostante Pozzo e compagni si fossero spesi per sostenerne le ragioni. Pizziolo ebbe la sua medaglia cinquantaquattro anni più tardi grazie al presidente della Fiorentina Righetti, che gliene consegnò una copia in oro per conto della Federazione.

Scherzi da ritiro
Si sa che per rompere la monotonia dei ritiri i calciatori spesso ricorrono agli scherzi più improbabili. Uno di questi vide protagonista Guido Masetti che una sera, in occasione di una visita dei giornalisti nella sede del ritiro azzurro, si rifornì di utensili dalla cucina e, indossando un estemporaneo turbante, cominciò a dimenarsi in una dubbia imitazione di Salomè. Masetti, portiere di riserva in nazionale e titolare della Roma di quegli anni, era famoso per la sua allegria e gli scherzi che sapeva improvvisare.


L’INTERVISTA
Questa intervista è stata immaginata prendendo spunto dalle dichiarazioni che in passato Angelo Schiavio rilasciò a vari organi di stampa.

Schiavio, che ricordi ha di quella finale vinta con la Cecoslovacchia?
Ricordo che fu l’ultima partita che giocai con la maglia dell’Italia anche se avevo solo ventinove anni. Ma ai miei tempi le carriere dei calciatori erano più brevi. E ricordo bene il gol che feci: Guaita mi lanciò in verticale, io feci qualche passo col pallone tra i piedi e lo colpii con forza in diagonale all’ingresso dell’area di rigore. Per fortuna la palla era sufficientemente angolata da non poter essere presa da quel gran portiere che era Planicka.

E’ vero che dopo quel gol svenne per la fatica?
Faceva un gran caldo e stavamo giocando i supplementari. Ero davvero stanco e quando i compagni mi vennero incontro sommergendomi d’abbracci ne approfittai per recuperare un po’ di fiato sdraiato sull’erba. Il profumo dell’erba è una delle cose più belle che ti regala il gioco del calcio.

Come vi eravate preparati per affrontare quella partita? Che accorgimenti tattici adottaste per fronteggiare degli avversari che sulla carta erano migliori di voi?

A dire il vero, nulla di particolare. Il tatticismo esasperato non faceva parte del nostro bagaglio professionale: a quell’epoca contavano soprattutto gambe e cuore.

Come veniste premiati per quella vittoria?
Mah, guardi… niente di paragonabile a quello che si sente dire oggi. Non diventammo né cavalieri del lavoro né altro. Ci dettero una medaglia e cinquemila lire. Non era una somma considerevole se pensa che qualche mese dopo, per comprare la mia prima macchina, ne dovetti spendere quasi il doppio.

 

Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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