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“ItalBasket, senza Giovani non c’è futuro”: a tu per tu con Coach Romeo Sacchetti

C’era una volta il basket degli anni settanta, quello delle grandi rivalità tra club storici che hanno fatto la storia della palla a cesto tricolore e che dominavano in lungo e in largo anche a livello continentale. Parliamo di piazze come Milano, Bologna, Varese e Cantù che a cavallo di quegli anni infiammavano e divertivano le platee di mezza Italia grazie al talento e alle risorse di tanti atleti nostrani di livello assoluto tra i quali brillava la stella di Romeo Sacchetti. Prodotto di una nouvelle vague irripetibile che in quegli anni raggiunse uno storico argento olimpico a Mosca e un incredibile oro europeo a Nantes, Sacchetti è sempre stato l’ago della bilancia degli equilibri interni, il valore aggiunto con la personalità di allenatore in campo sia nei club (Torino, Varese) che in nazionale. Doti naturali che Sacchetti ha messo in pratica dal 1996 con la sua nuova carriera da coach culminata con lo storico e rocambolesco scudetto conquistato dalla “sua” Sassari nel 2015. Dal 1 agosto del 2017 ha preso in mano le redini della nazionale reduce da un discreto europeo e desiderosa di accedere alla fase finale dei mondiali cinesi del 2019. Esordio positivo con quattro vittorie a punteggio pieno nel girone eliminatorio, accesso garantito alla seconda fase che deciderà le sorti di un’Italbasket che grazie al lavoro e all’imprinting del nuovo c.t. sogna in grande sulle ali dell’entusiasmo e del rinnovamento. Abbiamo avuto l’onore e il piacere di incontrarlo per condividere una serie di spunti e riflessioni sullo stato attuale della nostra amata palla a spicchi.

Buongiorno Coach, partiamo dall’attualità. Quattro vittorie nette e prestazioni convincenti che fanno ben sperare per la qualificazione a Cina 2019. Com’è iniziata la tua avventura?

Sicuramente positiva, allenare la nazionale è il sogno di ogni ex giocatore. Fino ad ora i risultati ci danno conforto e siamo focalizzati sulla seconda fase con lo scopo è riuscire a qualificarsi. Giochiamoci al massimo le ultime due gare a giugno e poi dopo l’estate lavoreremo per Cina 2019.

Lo spirito del gruppo, un bel mix equilibrato con doversi giovani che hanno saputo cogliere l’attimo?

Sì senza dubbio anche i giovani alla prima esperienza hanno saputo prendersi i loro spazi e di questo gli va dato atto. Spero di riavere anche gli NBA per la seconda fase, ma ciò che conta è lo spirito giusto. Meglio un giovane motivato che un professionista svogliato. La nazionale deve essere un piacere altrimenti meglio stare a casa.

Il Sacchetti giocatore degli anni ottanta che allena negli anni duemila: il basket è cambiato negli ultimi anni, ti piace questo basket?

Certo che mi piace, altrimenti non allenerei. Bisogna capire che il basket di oggi è un’altra cosa ed è inutile star lì a far paragoni o differenze. E’ più veloce e spettacolare indubbiamente, ai miei tempi non c’era neanche il tiro da tre punti. Sono contro la dietrologia e concentriamoci sulla pallacanestro di oggi con i suoi pregi e difetti perché altrimenti non se ne esce più.

 

Il basket di oggi è anche quello con roster eterogenei e pochissimi italiani. Cosa ne pensa l’allenatore della nazionale?

Bisogna fare un distinguo importante, è ovvio che avere più italiani in campo sarebbe un bene per l’intero movimento ma queste sono le regole e mi rendo conto che non è facile, mentre ai nostri tempi le cose erano indubbiamente più agevoli. Le cose cambiano e gli italiani che vogliono far bene devono lottare per guadagnarsi il posto, un ulteriore stimolo per andare avanti e migliorare.

La crisi economica ha agito indubbiamente anche sul Basket, diverse realtà di provincia che di fatto sono state il motore del movimento oggi hanno chiuso bottega. Anche con i budget bisogna fare i conti?

Senza dubbio la storia del nostro sport oltre a Milano e Bologna è stata fatta da realtà come Cantù, Varese, Pesaro e Treviso e questo la dice lunga, la mia esperienza con Sassari testimonia che nella provincia se ci sono gli stimoli giusti si raggiungono dei risultati importanti. Più che al portafogli focalizzerei l’attenzione sulle motivazioni e la voglia di crescere di queste realtà medie, a volte si può far bene anche senza avere budget importanti se dietro c’è qualcosa di sano.

Il Sacchetti ragazzo che voleva diventare giocatore. Come hai iniziato? Sognavi di fare il professionista?

Campetto e oratorio come tutti, vedevo che mi piaceva e ho continuato. Poi ricordo il fascino che avevano le Olimpiadi che per tutti gli sportivi, calcio escluso, rappresentano il massimo livello possibile per un atleta. Avevo questo sogno e l’ho raggiunto e oggi cerco di fare del mio meglio per permettere ai giovani di realizzarlo, mi rendo conto che oggi è più difficile perché ci sono troppi stimoli e troppe distrazioni che distolgono dallo sport.

Giocare e allenare, due facce della stessa medaglia o due mondi completamente diversi?

Non c’è paragone, è molto più bello giocare perché dà molte più soddisfazioni al 100%, allenare invece da un 30% perché vivi tutto di riflesso e non da protagonista. Allenare e senza dubbio stimolante perché gestisci il gruppo e lo spogliatoio da figura di riferimento, ma l’adrenalina dell’essere in campo è tutta un’altra stroria.

 

Tante stagioni al top e tanti ricordi nella tua carriera. Uno in particolare?

Sicuramente la partecipazione alle Olimpiadi di Mosca del 1980 resterà indelebile anche più dell’oro di Nantes. Sfilare e rappresentare l’Italia per me è stato un onore e vincere una medaglia alla prima olimpiade è stato come coronare un sogno.

I giovani, bisogna riportarli nelle palestre a fare sport. A smartphone e social preferiamo tuta e scarpette. Pura utopia?

Dobbiamo partire dalla scuola, è lì che si insegnano i valori dello sport e da lì che si crea la cultura dell’accettazione della sconfitta e del fare gruppo e su questo dobbiamo crescere a cominciare dalle elementari. Poi nell’adolescenza dove vengono fatte delle scelte cruciali questi ragazzi è necessario che siano supportati perché il tredicenne di oggi è molto più complesso del Romeo Sacchetti alla stessa età. Non vedo altre alternative perché senza giovani non c’è futuro a qualsiasi livello.

Per chiudere, a mio avviso c’è tanta voglia di basket in Italia nonostante il momento non proprio esaltante che stiamo vivendo. Sei d’accordo?

Certo, ma sicuramente il professionismo non ha aiutato togliendo molte risorse e la risultante è questa. Venendo alla mia esperienza posso dire che c’è voglia di fare gruppo e le finestre che ho avuto a disposizione mi fanno guardare avanti con fiducia. La qualificazione ai mondiali è un obiettivo concreto e un contributo al movimento che abbiamo il dovere di raggiungere.  

Fabio Bandiera
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