Verona, 1981-1988. Per Antonio Di Gennaro è stata, senza ombra di dubbio, la parentesi calcistica più significativa. Una squadra, un gruppo coeso, in grado di trasformare un sogno in realtà. Dopo la retrocessione del 1979, la compagine scaligera attuò un cambio generazionale radicale e nel 1981 venne chiamato alla guida del nuovo corso Osvaldo Bagnoli. “Con lui si crearono le basi del successo già dal primo anno di B. Osvaldo Bagnoli è riuscito a cambiare la mentalità della squadra, è stato un allenatore pragmatico, una persona schietta e, soprattutto, consapevole dei propri mezzi. Trasmetteva serenità”, sottolinea Antonio Di Gennaro, protagonista degli anni d’oro della storia del Verona. Dopo due piazzamenti nella parte alta della classifica, arriviamo alla stagione 1984-1985, semplicemente la stagione della Storia. Il tecnico lombardo può contare su Claudio Garella, il granitico Hans Briegel, il fantasista Pietro Fanna, il folletto Giuseppe Galderisi, il gigante Preben Elkjær Larsen e il metronomo, il cervello di quella squadra, Antonio Di Gennaro.
L’avventura in terra veneta si conclude nel 1988, quando la società scaligera investita da problemi finanziari, cede Antonio Di Gennaro al Bari, città in cui l’ex centrocampista e attuale opinionista sportivo vive.
La Puglia, un’altra tappa fondamentale per il percorso professionale e personale per Antonio Di Gennaro. Prima Bari, poi Barletta. La stagione 1988-1989 è subito bagnata dalla promozione in Serie A. Alla guida dei biancorossi c’è un pugliese doc Gaetano Salvemini che può contare su una rosa di livello nella quale spiccano Paolo Monelli, acquistato dalla Lazio, autore di 16 goal, si aggiudica la palma di miglior marcatore per i baresi, Pietro Maiellaro, 10 marcature, e il neo acquisto, per l’appunto, Antonio Di Gennaro, in cabina di regia. Le reti del centrocampista, in questa stagione, sono tre, la prima arrivata in casa allo Stadio della Vittoria, al 69’ contro la Sambenedettese. Siamo agli albori di Italia 90’, il Mondiale in casa, nella zona sud-ovest della città di Bari sorge il nuovo impianto, lo Stadio San Nicola, per tutti l’Astronave per via della sua caratteristica conformazione architettonica. La terza struttura in Italia per capienza dopo San Siro di Milano e l’Olimpico di Roma. L’entusiasmo di quel periodo ha rappresentato molto per Antonio Di Gennaro, che ha deciso di restare ancorato a questa meravigliosa terra bagnata dal mare Adriatico. Le soddisfazioni calcistiche sono tante e la ciliegina è rappresentata dalla vittoria del primo trofeo internazionale, la Coppa Mitropa, che alza proprio nel cielo azzurro di Bari.
La lunga esperienza da calciatore termina sempre in Puglia, al Barletta. L’ultima stagione da professionista, l’ultimo ballo di un centrocampista importante per la storia del calcio italiano. “Mi aveva chiamato il Perugia, lasciare Bari poteva rappresentare un problema soprattutto familiare. Rimasi ad allenarmi in maniera individuale. Poi, venne fuori il Barletta che era alla ricerca di un giocatore di esperienza, con una squadra molto giovane e un allenatore emergente, Bianchetti”. Una scelta di cuore, prima di tutto. Lasciare quella terra voleva significare tanto. Bari, la Puglia, rappresentano tanto per Di Gennaro. L’ultimo canto da professionista è in Serie C1. “All’inizio non è stato semplice, si giocava un calcio differente rispetto alla Serie A e alla Serie B. Successivamente ci ho preso gusto e sono entrato appieno nei meccanismi”. Una curiosità, che solo il calcio sa regalare. Di Gennaro nel corso di un’intervista con il giornalista Luca Guerra dell’emittente Telesveva, evidenzia: “Arrivavamo da due sconfitte pesanti contro Catania e Perugia. Volevano esonerare l’allenatore, allora mi esposi nei confronti del presidente, consigliando degli acquisti migliorativi per ritoccare la rosa. Ci salvammo all’ultima partita con il Perugia, che fu acquistato da Gaucci. Nell’ultima partita ci serviva un punto, perdevamo uno a zero. Nel corso del primo tempo subii una botta all’occhio, tuttavia rientrai in campo ugualmente e siglai la rete del pareggio. 31 maggio 1992, chiusi con il calcio”. Un finale da film, un finale degno del romanticismo che uno sport come il calcio sa trasmettere e che ci fa innamorare in modo viscerale. Antonio Di Gennaro lascia il calcio giocato e si approccia alla sua seconda vita calcistica, quella da commentatore sportivo. Una carriera di rilievo, ai livelli di quella da calciatore.
Una carriera nata quasi per caso, come sottolinea lo stesso Di Gennaro. “Nel 2001 avevo ancora il contratto con il Milan, come secondo allenatore di Fatih Terim. Quest’ultimo venne esonerato ed io stavo aspettando una proposta per allenare da solo. Questo aspetto non si attualizzò e mi chiamò Stream per commentare alcune partite, io accettai. La prima partita fu proprio del Milan in Coppa dei Campioni, doppietta di Inzaghi”. Ancora una volta un evento da raccontare. La grande opportunità di aprire una seconda carriera, non concretizzata nel Milan, ma aperta dallo stesso Milan, questa volta da commentatore. “L’esperienza mi è fin da subito piaciuta, poi nacque Sky nel 2003 e si instaurò questo rapporto di ben undici anni. Poi Mediaset e dal 2018 opinionista Rai. Tra studi e molte partite allo stadio, mi ricorda sempre il passato da giocatore”. Ventitre anni di carriera costellati da Europei, finale Mondiali, derby. Al termine dell’incontro, giunge anche un consiglio per tutti coloro che si approcciano alla professione di opinionista. “Il mio consiglio è approfondire, avere tanta passione, acquisire competenze, metterci la giusta dedizione ed esporre sempre con un linguaggio consono”. Due vite calcistiche cruciali, prima con una palla tra i piedi e poi in cuffia. Entrambe di caratura, entrambe da esempio.
