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E intanto Dani Osvaldo si rimette gli scarpini

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E intanto Dani Osvaldo si rimette gli scarpini

E così Dani Osvaldo si rimette gli scarpini, dopo aver abbandonato il calcio nel 2016 per dedicarsi a quella che pensava potesse essere la sua oasi di salvezza da un mondo che l’aveva costretto a rinnegare se stesso: la musica. Invero passione sempre dichiarata, anche quando era all’apice di una carriera dalla quale ha saputo trarre molto meno di quanto era nelle sue potenzialità. Poco oltre il metro e ottanta, tanti muscoli e una capigliatura ideale a contornare uno sguardo intenso da bello e dannato, dell’icona rock Osvaldo ha sempre avuto i tratti somatici e gli atteggiamenti fuori dall’ordinario: dall’indomabile nostalgia per la sua terra argentina nel primo duro inverno trascorso a Bergamo agli schiaffi al compagno Lamela ai tempi della Roma, dove raggiunse il suo apice e dove cominciò un velocissimo declino per colpa di un rapporto coi tifosi incrinatosi all’improvviso per un rigore “rubato” all’idolo Totti in una disastrosa trasferta a Genova contro la Sampdoria.

Lui è sempre stato così: un istintivo spesso oltre il limite del burrascoso, incapace a limitare le inclinazioni che lo spingono a fare male a chi gli sta vicino e, alla fine, a se stesso. Una veloce rassegna delle sue plurime e infuocate storie d’amore, spesso prolifiche, va a testimoniare il suo irrefrenabile desiderio di passione che, quando finisce di bruciare, lo spinge inevitabilmente alla ricerca di un nuovo orizzonte da esplorare. Come si conviene a una stella del rock, anima a suo modo romantica, allergica a regole che talvolta, come nel mondo del calcio professionistico, spingono verso l’ipocrisia di convenienza. Osvaldo di quel mondo non ne poteva più e lo abbandonò per trovare nella musica una modalità espressiva più consona alle sue attitudini, meno mediata da personaggi poco trasparenti, con un pubblico che si limita a criticare quello che sai fare sul palco senza giudicarti oltre. La ricerca di una nuova libertà, il desiderio di una seconda vita da giocare sempre sull’onda di quello che tracima dal cuore.

Perché, allora, Osvaldo ha deciso di ripresentarsi, di ributtarsi in quella mischia di fango che è spesso il calcio professionistico? Perché tornare ad allenarsi dopo tre anni di vita sicuramente poco attenta alle necessità che si impongono al fisico di un atleta? Perché ricominciare a duellare con compagni e allenatori per giocare titolare, affrontare i giornalisti per rispondere a domande spesso urticanti, fronteggiare i tifosi nei loro momenti di inevitabile malcontento? Solo Dani sa la risposta vera, che va sicuramente oltre le prime dichiarazioni di facciata che lo dipingono impaziente di rientrare per fare felice suo padre. Solo lui sa se è il richiamo della sua prima grande passione che è tornata a ruggire oppure se si tratta della necessità di un nuovo contratto per poter sbarcare meglio il lunario. Ma, alla fine, cosa importa? Questo secondo tratto della sua carriera calcistica difficilmente potrà aggiungere qualcosa di significativo ai mirabolanti luccichii di calcio vero che il suo grezzo talento ha lasciato brillare a intermittenza. Lo si ricorda ancora segnare gol in rovesciata degni delle copertine degli album Panini, acrobazie ammalianti frutto di tempismo, coordinazione, tecnica e un pizzico di incosciente, fanciullesca fantasia.

Un attaccante che, nel ventunesimo secolo, ha mostrato ai ragazzi cosa significasse essere un centravanti negli anni Settanta: tecnica, potenza, voglia di andare in porta in verticale travolgendo i difensori. Coi capelli lunghi al vento, la sfrontatezza della gioventù e la voglia di uscire dagli schemi preconfezionati della società. Peccato che, tutto questo, Osvaldo l’abbia fatto vedere per poco. Ci si poteva innamorare del suo modo di stare in campo, degli echi di un calcio antico che sapeva riproporre oggi a chi, amante del pallone, ne conserva i primi ricordi di gioventù come sacre reliquie. Forse bisognava capirlo in quel Roma-Lecce del 20 novembre 2011, quando un arbitro distratto gli annullò il gol in rovesciata più bello che gli sia mai riuscito, che le sue prodezze erano come gli eroi di Jack Kerouac, “quelli pazzi di vita, vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo, che mai sbadigliano o dicono un luogo comune ma bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo che esplodono come ragni attraverso le stelle”, perdendosi poi nell’inconsistenza del loro fascino. Ecco, probabilmente è questa la sintesi di ciò che è stato Dani Osvaldo sui campi di calcio. Un centravanti che forse non rivedremo più, anche se ora ha deciso di riallacciarsi gli scarpini.

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Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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