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Indipendenza Catalogna: il Barca, la Liga e un matrimonio combinato

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Indipendenza Catalogna: il Barca, la Liga e un matrimonio combinato

Che i catalani non si sentissero spagnoli lo sapevano anche i sassi. E non c’è bisogno di essere conoscitori delle politiche interne al Regno di Filippo VI. Basterebbe accendere la televisione. Sono anni, infatti, che la massima espressione “pop” dell’indipendentismo, il Barcellona (e i suoi tifosi), fa di tutto per farcelo notare. Televisioni, stampa e giornalisti fanno di tutto per non farcelo dimenticare. A due anni dal Referendum disconosciuto dal Governo centrale di Madrid, la questione è finita di nuovo al centro della cronaca, con contestazioni e proteste che vanno avanti da giorni contro la sentenza della Corte Suprema che ha condannato 12 leader indipendentisti al carcere (dai 9 ai 13 anni) e ha emesso un mandato di cattura nei confronti di Carles Puigdemont, ex presidente della Generalitat de Catalunya, in Belgio dal 2017. Una situazione che sottolinea ancora una volta un desiderio, per una cospicua parte del popolo catalano, di un cambiamento che è atteso da tempo immemore.

Cambiamento che però non riguarderà certamente l’aspetto calcistico della vicenda, perché, se indipendenza dalla Spagna sarà (mai, o prima o poi), indipendenza dalla Liga spagnola non sarà. Inimmaginabile veder giocare il Barca in un campionato catalano composto da Espanyol, Girona e compagnia cantante e una Liga one man show con il Real Madrid (o al massimo l’Atletico) campione di Spagna in vestaglia e ciabatte, per tutti i secoli dei secoli a seguire.

Il problema più grande, però, riguarderebbe il dover gestire la sopraggiunta condizione di Stato autonomo con la Fifa e la Uefa per il riconoscimento della Federazione Calcio Catalana, cercando di ottenere il lascia passare per la partecipazione dei club alla Champions League e all’Europa League e a questo punto anche della Catalogna all’Europeo, ai Mondiali e alla contorta Nations League. Campa cavallo. Fa prima ad esordire il figlio di Leo Messi. E anche se due anni fa, di questi tempi, il capo dello Sport Spagnolo così come quello della Federazione calcistica tuonarono contro il referendum, lanciando l’anatema dell’esclusione del club dal Campionato in caso di Indipendenza, è davvero utopistico pensare che l’Estelada non possa continuare a sventolare in tutti gli stadi di Spagna.

Senza contare poi che all’interno della comunità (già) autonoma non tutti sono per la fuga, anzi, e a risentire del divorzio dovranno per forza di cose essere anche i club che pur difendendo la propria identità non hanno mai manifestato questa intolleranza alla corona reale, vedi Espanyol che è tutto tranne che indipendentista. La grande spinta per la salida viene sostanzialmente solo dal Barcellona e la sua tifoseria. E le manifestazioni sono sotto gli occhi di tutti sia allo stadio che non, trasformando il club di Bartomeu nel braccio armato (di pallone) della propaganda indipendentista in uno scenario condensabile con un “Barca contro tutti”.

La faccenda, però, è molto più intricata di quello che sembra. E anche se i rapporti tra il Governo centrale e la città sono ai minimi storici e ogni volta che si incontrano Real e Barca succede l’impossibile, il tutto non si risolverà certamente con un Adiòs o un Adèu. Barcellona e Liga dovranno necessariamente abbracciarsi in una convivenza che è simile ai matrimoni combinati che quasi non si vedono più. La creazione di un campionato di Catalogna (che nessuno avrà voglia di guardare) e l’allontanamento di Messi e i suoi fratelli produrranno una reazione a catena da evitare esattamente come fa una coppia di sposi che non si può permettere il divorzio. Continuano ad odiarsi ma guardano la televisione insieme. E proprio come nei matrimoni combinati l’unico amore che li tiene uniti è quello per i soldi o la paura di perderli. L’uscita dalla Liga avrà un impatto degno di un asteroide lanciato a tutta velocità verso quello che è considerato uno dei, se non il, campionato migliore d’Europa. E se è vera questa definizione molta parte del merito è proprio del Barca, che insieme al Real Madrid spadroneggia da anni (anche in Europa), condendo egregiamente un bel buffet ricco di ingredienti che fanno tanto gola ai soliti diritti tv e sponsor, che poi sono quelli che pagano, quindi comandano. E il crollo dell’appeal della Liga è naturale conseguenza qualora gli azulgrana facessero il famoso passo di lato. Questo la Liga lo sa bene e altrettanto bene sa quanto peso economico ha la figura di Messi nel campionato, tanto più adesso, con l’addio di Cristiano Ronaldo e prima ancora di Neymar. I tre che hanno monopolizzato completamente l’attenzione di tutti, dagli addetti ai lavori fino ai bambini in fila per una maglietta. Tanto che le dichiarazioni pre referendum sull’eventuale espulsione dei blaugrana dalla competizione sembrarono più un tentativo per far desistere dal votare per l’indipendenza il nutrito popolo barcellonista piuttosto che una reale intenzione.

Ma se è vero che il campionato non può permettersi di salutare con lo Champagne il Barcellona, è altrettanto legittimo pensare che lo stesso club voglia far tutto tranne che preparare le valigie. E se non basta più neanche il blasone, vedi la questione Neymar, figuriamoci quanto sarà difficile trattenere, o anche semplicemente comprare, i campioni che avranno come prospettiva quella di andare a giocare nei campi sperduti della bellissima Catalogna e finire nelle brevi sport del giornale locale. In aggiunta verrebbe a mancare anche la ricca fetta degli introiti che simbioticamente la Liga riversa nella casse blaugrana. Che a loro volta foraggiano le casse cittadine (1,2% del Pil). Un ecosistema che andrebbe distrutto. Messi correrà all’aeroporto mezz’ora dopo la decisione e con lui gli altri giocatori, gli sponsor milionari, l’attenzione mediatica, la Champions e la fortuna del Barcellona. In pratica sparirebbe uno dei club più prestigiosi della storia del calcio, relegato a fare i 100 a 0 contro le povere squadre che dovranno portarsi l’abaco in trasferta. A meno che non si voglia fare come con Andorra, le cui squadre hanno garantita la possibilità di partecipare ai campionati spagnoli per decisione della Federazione. Ma questa è solo un’ipotesi e non è detto che venga applicata.

Altro discorso poi è la Nazionale. L’invincibile Armada che ha vinto tutto quello che poteva vincere era ed è composta da giocatori nativi della Catalogna che acquisiranno lo status di cittadino straniero e dovranno rinunciare per sempre alla Roja e la Roja a loro. E se è noto a tutti che nello spogliatoio si tirano i coltelli ogni volta che si riuniscono per una qualsiasi partita, è altrettanto vero che difficilmente il gruppo catalano sarà contento di dire no ad una cassa di risonanza tanto ampia come i Mondiali o gli Europei. Viceversa le Furie Rosse non vorranno privarsi dei loro big. La convivenza continuerà ad essere forzata così come continueranno le prese di posizione dei vari interpreti, primo fra tutti l’integralista Piquè che si spese platealmente a mostrare il suo lato più indipendentista, come il dito medio alzato durante l’inno nazionale, ma che contestualmente non disdegna le Coppe vinte proprio in maglia roja o la Copa del Rey, trofeo monarchico per eccellenza.

Insomma, se Maometto non va alla Montagna, la Montagna va da Maometto. E se pure la Montagna non vuole fare tutto quel tragitto si accorderanno per un incontro a metà strada. Indipendenza o meno, il Barcellona e i suoi tifosi continueranno a rivendicare legittimamente il loro dissenso ma a finire nel prime time della Liga e quest’ultima continuerà legittimamente a lamentarsi e a contare i soldi dei diritti tv e sponsor derivanti da questa permanenza. Come nei matrimoni combinati. O di convenienza, per l’appunto. Tutti infelici e scontenti. Ma molto, molto ricchi.

Perché la Catalogna non sarà Spagna, ma di sicuro il Barcellona lo sarà per sempre.

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