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Il rugby di oggi e del futuro: due chiacchiere con Daniele Montella

Il rugby di oggi e del futuro: due chiacchiere con Daniele Montella

La passione che il Rugby sta esercitando nel nostro Belpaese in questi ultimi anni è un fatto certo come testimoniano i bagni di folla, che circondano le gare interne del sei nazioni convogliando da ogni dove un pubblico desideroso di vivere una giornata di sport all’insegna dello spettacolo e del sano rispetto dell’avversario. Questi i valori di uno sport che ha conquistato le masse e che vive della passione di addetti ai lavori che pur non avendo ingaggi faraonici mettono a disposizione da anni la loro esperienza,  senza i riflettori che hanno altre discipline, per formare atleti e uomini del futuro che potranno colmare il gap che ancora ci separa dalle nazioni più forti i in cui la tradizione del rugby è connaturata al loro Dna.

Daniele Montella è capo allenatore dal 2016 del Lazio Rugby che combatte da anni nel campionato top 12, gota assoluto del rugby nazionale, dedicandosi contemporaneamente alla formazione del settore giovanile in veste di direttore tecnico. Figlio d’arte e giocatore professionista per anni ha messo a frutto le sue conoscenze sul campo dirottandole, grazie a svariati corsi di aggiornamento e approfondimento, nell’allenamento che in questi ultimi anni è fisiologicamente cambiato nel tempo diventando sempre più specifico e attento alle naturali evoluzioni atletiche e tattiche di uno sport che affascina e appassiona un settore sempre più ampio del tifo nostrano. Abbiamo avuto il piacere di incontrarlo per approfondire le variabili formative e gli ipotetici sviluppi futuri dell’ItalRugby.

Buongiorno Daniele, partiamo dall’attualità. La tua Lazio si difende con le unghie nella massima serie. Qual è il livello medio attuale della nostra Top 12?

Ovviamente il campionato si è molto livellato in questi ultimi anni con società, come la neo-promossa Verona, che hanno investito molto nella prima squadra. Con l’introduzione delle retrocessioni molte squadre hanno alzato il tiro è questo ha aumentato sensibilmente la qualità media dei team. La Lazio non ha i capitali del nord quindi è difficile trovare risorse per competere, ma la nostra filosofia è quella di valorizzare i ragazzi e formare il materiale umano che abbiamo in casa.

Il 2019 si prospetta un anno cruciale per il nostro Rugby, Sei nazioni e Coppa del Mondo. Siamo pronti ad affrontare queste sfide ad un livello più alto?

Difficile dirlo, ma vivendo questo mondo dal di dentro posso dire con certezza che in questi ultimi anni l’obiettivo è stato quello di allargare la base inserendo giovani di livello e pronti per la nazionale. Allargare la rosa è importante, bisognerà lavorare duro per arrivare pronti al mondiale. Ragioniamo per step successivi senza porci obiettivi troppo immediati, ma i frutti di questo lavoro incominciano già a vedersi.    

Il settore giovanile, che di è fatto è stato ed è il tuo pane quotidiano. Secondo la tua esperienza, qual è il trend negli anni?  

La cosa che è cambiata in questi ultimi anni riguarda la preparazione dei tecnici. Oggi anche a livello giovanile ci sono coach preparati a formare i giovani. I corsi della Federazione sono più mirati e di lunghezza maggiore, ciò che si faceva in pochi giorni oggi richiede stage di oltre un anno. E’ cambiato l’approccio, una svolta radicale che era diventata di fatto un’esigenza, oggi c’è maggiore consapevolezza.

 

Siamo da anni nel sei Nazioni, qualche piccola soddisfazione ce la siamo tolta, ma siamo ancora indietro. Secondo te qual è il gap che ci allontana dalle formazioni più quotate?

E’ un discorso più ampio che noi tecnici condividiamo e riguarda l’aspetto motorio sul quale dobbiamo lavorare molto. E’ un problema che abbraccia in primis la scuola, sono stato ad uno stage in Sudafrica è già nella scuola di base si faceva educazione fisica in materia intensiva. Oggi in Italia l’educazione fisica non esiste più per cui a quindici anni un ragazzo sprovvisto di basi motorie è di fatto in ritardo ad un omologo atleta di altri paesi. Questo influisce sulla parte fisica e di comprensione del gioco, ma a mio avviso l’aspetto chiave è a monte e su questo è necessario fare molto di più.

Nonostante tutto in Italia c’è voglia di Rugby e il pubblico risponde sempre alla grande sia sugli spalti che in Tv.

Questo è vero, è un movimento in crescendo e i media ovviamente aiutano. Questo ha fatto si che la base di praticanti sia cresciuta, oggi ci sono più ragazzi che vogliono provare a giocare a rugby. La cosa che noto da addetto ai lavori è il gradimento che il pubblico sugli spalti ha dei valori di questo sport. C‘è rispetto tra tifosi e in campo e grande ammirazione per i sacrifici degli atleti. Se a questo aggiungiamo che l’arbitro non si contesta e l’avversario non si fischia diamo anche un messaggio importante che in molti apprezzano.

Come si inizia a giocare a Rugby? Sei figlio d’arte, la tua esperienza da atleta?

Ai miei tempi era una prassi che molti figli di giocatori si ritrovassero alle gare e approcciassero questa disciplina, siamo stati più fortunati rispetto ai tempi di oggi dove è tutto più legato a fattori estemporanei come gli open day o il passaparola. Molti lo scelgono perché i genitori vedono questo sport come una scuola di vita che possa risolvere i problemi dei figli. Ovviamente non è così, ma i suoi valori formativi aiutano nella crescita indipendentemente dai risultati. Io ho avuto anche la fortuna di iniziare la mia carriera giocando con mio padre che era vicino al ritiro, un piccolo privilegio e un ricordo indelebile.

Parliamo di soldi, il Rugby è uno sport ricco o di fascia medio bassa?

Bisogna ovviamente scindere tra chi gioca in Serie A dove i contratti sono proporzionati al livello professionale degli atleti. In questi i casi i guadagni sono buoni, ma non faraonici ed equiparabili al calcio o ad altri sport più importanti. Poi dipende dai budget delle società, club come Rovigo e Calvisano si possono permettere degli ingaggi più alti di altre squadre e comunque i contributi del Coni sono marginali e più incentrati sull’aspetto formativo. Anche la Federazione nonostante le notevoli problematiche ci supporta con entusiasmo e mi chiedo dove potremmo arrivare se ci fossero anche risultati soddisfacenti.

La figura dell’allenatore nel Rugby moderno. E’ cambiata? Qual è la sua importanza?

Io alleno una squadra di semi-pro e la passione è la molla di tutto, anche perché gli stipendi costringono molti di noi a un secondo lavoro. L’allenatore deve formare e rendere consapevoli, stimolare i ragazzi e porgli degli obiettivi al di la dell’aspetto tattico. Un buon allenatore deve fare squadra e nel mio caso gestire le situazioni tenendo conto che soprattutto con i giovani i sacrifici sono tanti e le motivazioni altissime. Chi non gioca e si allena come gli altri si demoralizza, un buon allenatore deve convivere con questi fattori che ricadono sugli equilibri di un gruppo.

Per chiudere, dove sta andando l’ItalRugby? Ti piace il lavoro che sta facendo O’Shea?

Assolutamente sì, mi piace molto il suo modo di operare. E’ un ottimo comunicatore e organizzatore fuori dal campo, incarna appieno i valori di una Federazione che vede nel suo modo di lavorare il futuro . E’ un manager attento a trecentosessanta gradi ai vari aspetti tecnici e logistici ed è l’unico in questi anni che ha uno staff allargato che permette approfondimenti capillari e settoriali senza deliri di onnipotenza. E’ un modo moderno di allenare e a mio avviso imprescindibile per il nostro futuro, che passo dopo passo ci farà andare avanti.

Grazie a Daniele Montella per averci concesso l’intervista.   

Redazione
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