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Il progetto MuovERsì insegna lo Sport (quello vero) ai più giovani

Mercoledì 28 presso il Crogiolo Marazzi di Sassuolo, all’interno della settimana della legalità si è tenuto un incontro promosso dal GAL (GenerAzione Legale) e dal progetto MuovERsì con il titolo: “Lo Sport strumento di educazione alla legalità.” La determinazione, la passione, il valore della vittoria e quello della sconfitta. La lealtà, il rispetto delle regole e dell’avversario, il concetto di squadra. Sono questi i temi principali affrontati nella prima tappa di questo entusiasmante e formativo progetto.

Davanti a circa 150 studenti delle scuole secondarie, quattro leggende dello sport italiano hanno raccontato il loro percorso sportivo da amatori a professionisti oltre a innumerevoli aneddoti che hanno generato attenzione e tante risate degli astanti.

Questo incontro è stato il primo di una serie, sempre a livello regionale, che arriveranno in seguito, incentrati sempre sul significato e sul valore dello sport.

IL PARTERRE DE ROIS

Franco Bertoli: ex pallavolista, allenatore di pallavolo, dirigente sportivo e politico italiano. Soprannominato “Mano di Pietra” per la sua potenza in attacco. Capitano di Modena, la maglia gialloblu numero 4 a lui appartenuta è stata ritirata. Schiacciatore, crebbe sportivamente tra Udine e Padova, città dove esordì in Serie A con la maglia della Dermatrophine nella stagione 1976-77. Olimpionico a Mosca nel 1980 e medaglia di bronzo a Los Angeles 1984 prima medaglia alle Olimpiadi della pallavolo italiana. Premio di “Mister Europa” come miglior giocatore agli europei di Berlino nel 1983 dove l’Italia arrivo quarta solo per differenza set.

Paolo Ceci: Motociclista enduro, ha iniziato per caso trovando una vecchia moto in a casa dello zio a 16 anni ed è stato subito amore a prima vista. Ha trionfato nella African Race una corsa tremenda dal punto di vista fisico dove tra le dune si percorrono circa 600 km al giorno per 2 settimane.

Alessandro Lambruschini: è un ex siepista italiano, campione europeo e medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Atlanta nel 1996. Bronzo agli Europei di Spalato del 1990 (vinti da Panetta), si mise in luce a livello mondiale nel 1987 vincendo i Giochi del Mediterraneo e arrivando nono ai Mondiali di Roma. L’anno dopo fu invece quarto alle Olimpiadi di Seul. Piazzamento che confermò, non senza qualche amarezza, ai Giochi di Barcellona prima di riuscire nell’impresa di salire sul podio con la medaglia di bronzo a quelli di Atlanta 1996.

Andrea Catellani: Ex calciatore di Reggiana, Carpi, Modena e Sassuolo. Fu uno dei protagonisti della promozione in Serie A dei nero-verdi, segnando ben 19 goal. A  causa di un problema cardiaco ha dovuto terminare la sua carriera sul campo prematuramente. Ora è uscito da Coverciano col massimo dei voti  ed è pronto a lavorare come direttore sportivo.

La prima domanda posta agli sportivi è stata quella sull’inizio della loro carriera, quando nel bagaglio di ognuno ci sono tante speranze ma pochissime certezze, e su cosa non deve mai mancare per arrivare ad esaudire quel sogno che pian piano diventa un obiettivo ed infine una realtà.

Bertoli: “A 17 anni sono andato via da Udine fino a Padova, a 150 km di distanza. La scuola fornisce le basi fondamentali della vita, ma l’augurio è di trovare la vostra via, la vostra passione. Il successo arriva dopo. Il futuro è un mistero. Esiste il presente ed il futuro si costruisce forse oggi. Con la passione, che è l’energia più forte di tutte, costruite il futuro, guardatevi dentro e capite cosa volete fare. Il presente è un dono, il dono della vita”.

Ceci: “La concentrazione è l’aspetto fondamentale del professionismo abbinato allo sport. Lo sport è bello ma richiede tanto sacrifico. A volte è anche frustrante quando, dopo aver seguito tanto un obiettivo questo non arriva. Ho praticato molti sport a livello amatoriale finché, casualità, non trovai una vecchia moto da cross a casa di uno zio e fu amore a prima vista. Nelle gare in Africa facciamo 600/700 km al giorno per 2 settimane. Ti deteriora fisicamente ma soprattutto a livello mentale. Il fisico sorregge la concentrazione e la mente ma accade anche il contrario. Se i risultati non arrivano si lavora ancora più duro. Lo sport è divertimento serio”.

Lambruschini: “Ho visto il primo atleta in televisione nel 78, Venanzio Ortis. Ho giocato a pallone da piccolo e, grazie alla scuola, prima con la corsa campestre e poi in pista. Alla 3000 siepi arrivai quasi per caso perché mi qualificai con l’ultimo tempo utile. Nella prima Olimpiade arrivai quarto. In quella successiva pensavo di essere più maturo, mi ero allenato di più, ma arrivai di nuovo quarto dietro ai Keniani. Mi chiamavano il Keniano bianco e ad Atlanta riuscii a battere il campione Olimpico di quattro anni prima. Fu il coronamento di un sogno e di tutto quel sudore, e qualche lacrima, sparsi sul terreno negli anni precedenti”.

Catellani: “Il calcio è uno strumento potente che viene utilizzato malissimo. Fanno clamore solo le notizie negative e non le imprese sportive. Se il futuro si costruisce oggi, lo sport è il vostro primo alleato. Ho sempre giocato in squadre che sceglievano bene prima la persona piuttosto che l’atleta”.

 

Poi la palla passa al lato emozionale e ai quattro ospiti viene posta una domanda molto difficile: l’episodio più emozionante della carriera ma anche il ruolo della paura nella vita di uno sportivo.

Bertoli:Finale Coppa Campioni 1980 in Turchia contro Bratislava. A quel tempo nei palazzetti si poteva fumare e c’era la nebbia creata da 8000 persone sugli spalti . Notte prima in bianco, avevo 21 anni e il pensiero di vincere la Coppa dei Campioni era così grande da rendere impossibile il sonno. Era la prima finale dove non giocammo contro i Russi, con cui avevamo sempre perso, e fummo battuti dai Cecoslovacchi. Un aneddoto: non essendoci portati il cibo dall’Italia, un nostro compagno mangiando quello locale ebbe mal di pancia. e tra una sosta e l’altra della gara volava in bagno”.

Lambruschini: “La gioia più grande fu il terzo posto ad Atlanta dove riuscii, dopo due quarti posti nelle Olimpiadi precedenti, a salire sul podio e prendermi quella medaglia. Tra l’altro battendo il campione olimpico in carica. Altra emozione grande, forse questa se la ricordano tutti, quando, durante l’Europeo dove ero il favoritissimo, caddi subito dopo la partenza e Panetta, con cui eravamo grandi amici fuori ma rivali in pista, sapendo che non avrebbe potuto vincere, mi ha insultato e fatto riprendere subito da quell’incidente. Ho visto per un attimo tutti i sacrifici fatti gettati al vento poi per fortuna sono rientrato senza spingere troppo e nel finale, il mio tratto forte, ho vinto la gara. Da lì in poi ci chiamavano ovunque, a me e Panetta, per ritirare premi fair-play”.

Ceci: “Per chi fa uno sport come il mio, la paura è un’emozione sempre presente, parte fondamentale dello sport. E’ una compagna di viaggio. La prima è quella della prestazione, seguita a stretto giro di posta da quella del risultato. Bisogna imparare a conviverci. La paura è anche verso tutto ciò che non puoi controllare ad esempio gli animali selvatici che ti trovi davanti quando guidi. Il mio sport è uno di quelli dove, in caso di necessità, il primo soccorso arriva dall’avversario. Ho avuto un brutto infortunio e la prima cosa che pensi è di dire basta. Dopo 20 minuti mi facevo i selfie in ambulanza e pensavo che dopo un mese avrei fatto il mondiale in Sardegna”.

Catellani: “L’atleta che non ammette di avere momenti difficili è un bugiardo. Poi nel proseguo della carriera si trovano delle chiavi per aggirare la paura e per non avere più il timore di sbagliare. Quando mi diagnosticarono questo problema cardiaco fino a quando non capii cosa fosse ero molto preoccupato. Sono stato ricoverato nel miglior centro Cardiologico d’Europa ed il dottore arrivò dicendomi che aveva due notizie una buona ed una cattiva. La buona è che potevo continuare la mia vita quotidiana senza rischi, la seconda, che io avevo già capito e non volli ascoltare, era che avrei smesso di giocare per sempre a calcio. Lì per lì però non rimasi né deluso né arrabbiato perché ho sempre messo altri valori, quali la famiglia, prima della carriera professionale e la possibilità di poter continuare a vivere serenamente mi aveva sollevato tantissimo”.

Dopo circa due ore passate alla velocità della luce, sintomo di una conferenza brillante, dinamica e vivace, è tempo delle domande degli attentissimi studenti poi dei saluti ed infine, con sorpresa, delle lunghe code per farsi foto e chiedere autografi  con i gloriosi atleti.

Per un giorno queste nuove generazioni sempre nell’occhio del ciclone, spesso a ragione, per l’uso smodato di smartphone e social, hanno riposto i cellulari nelle tasche, anche grazie all’efficiente vigilare degli insegnanti,  ascoltando attentamente il racconto delle gesta e dei sacrifici di chi lo sport lo ha praticato, dominato e trasformato nel proprio lavoro. Il mondo frenetico odierno, sempre alla ricerca dell’innovazione e del futuro, sta togliendo piano piano i valori intrinsechi e l’anima dello sport. Se per una volta guardare indietro, ovvero far tornare anche solo per due ore lo sport a umiltà, passione, sudore, lacrime e sacrificio, invece di colori fluo, tatuaggi, soldi e tagli di capelli discutibili, beh, chiamateci pure retrogradi che non ci offendiamo.

La seconda tappa sarà a Modena, al Baluardo della Cittadella, lunedì 9 aprile alle ore 20.30.

 

 

A cura di

Nato a Roma nel 1990, anno delle notti magiche. Ex giocatore di basket, nonostante gli studi in legge, dopo una lunga parentesi personale negli States, decide di seguire la sua passione per lo sport e per il giornalismo. Giornalista iscritto all'albo, da quattro anni vice caporedattore di GiocoPulito.it, speaker radiofonico a Tele Radio Stereo e co-conduttore a TeleRoma 56.

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