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Il paziente Inglese

Dalle 17 di domenica scorsa, qualcuno a Verona lo chiama Bobby-gol, scomodando paragoni con il fiuto che un certo Roberto Bettega dimostrava davanti alla porta avversaria. Chissà cosa ne penserà lui, che già arrossisce quando gli ricordano che ai tempi del Lumezzane, Lega Pro, lo chiamavano “il nostro Zlatan”. Già, perché ha cancellato un  errore dal dischetto con il suo primo tris (o preferirà “hat trick”, visto il suo cognome) Roberto Inglese è diventato per un pomeriggio l’idolo dei tifosi del Chievo, ma anche di tanti fantacalcisti che avevano “scommesso” su di lui in estate. Magari scegliendolo ad asta conclusa, perché nel rapporto “quantità (di partite giocate)-prezzo” era tra i più convenienti. Pochi fanta-milioni, tante presenze: “E pazienza se non segna”. I numeri, infatti, raccontavano questo: 31 centri in 169 volte in campo da professionista. Un gol ogni cinque chiamate, non numeri da bomber. Ma da anti-personaggio. Quale questo attaccante nato quasi 26 anni fa a Lucera, provincia di Foggia, ma figlio adottivo di Vasto e dell’Abruzzo, effettivamente è.

Per scolpire una data nella sua storia personale ha scelto un avversario certo non banale: il Sassuolo guidato da quell’Eusebio Di Francesco che lo aveva fatto esordire tra i professionisti, dove aveva segnato al Ravenna l’8 marzo 2010, avviando un cammino che l’avrebbe portato sotto l’egida del Chievo. Non è però un “core ingrato”, Roberto: solo un atleta serio, senza qualità eccezionali ma di una “eccezionale normalità”, raccontano a Verona. Tre acuti a pochi passi da Consigli, e chissà cosa sarà passato per la testa a quell’allenatore che era stato folgorato da Roberto nei Giovanissimi, durante un Virtus Vasto-Pescara: di lì l’arrivo al Delfino. Nel cuore il Milan, nel destino l’Inter, l’avversario affrontato all’esordio in serie A. Seconda o prima punta, poco cambia: questo ragazzone con il “45” sulle spalle risponde presente, e mister Maran si fida di lui: lo ha voluto indietro dopo il prestito al Carpi, formazione con la quale aveva ritrovato la serie A, e le 21 presenze (11 da titolare) in 24 turni di campionato ne sono la degna cartina di tornasole.

Un cammino avviato nella Pgs di Vasto, la “cantera” curata da Michele La Verghetta, e proseguita con un….sogno nel cassetto: aprire uno stabilimento balneare e gestirlo con gli amici e la sua fidanzata Noemi. Una storia semplice, citando Sciascia. Fatta della serenità che chi ama il mare trova facilmente e della pazienza che l’esperienza al Nord, lontano 700 chilometri da casa, gli ha regalato. I modelli? Semplice. I suoi genitori: “Sono le persone che ammiro di più al mondo” ama ripetere a chi glielo chiede. Anche alla Virtus Vasto tutti lo descrivono ancora come “un  ragazzo d’oro”. Che ora, a distanza di anni, va anche ringraziato: in occasione del suo esordio in Serie A contro l’Inter, infatti, la squadra aveva ricevuto un premio di 36mila euro per averlo formato. Come sono stati reinvestiti? Ovviamente nel calcio: realizzando un campo in sintetico per i circa 400 ragazzi del settore giovanile. Non è stata in discesa, la sua strada: Inglese è passato anche da una frattura alla spalla a Pescara e una al perone a Lumezzane, dove qualche anno prima era passato un certo Mario Balotelli. Altro talento, ma anche altra mentalità: a casa Inglese la pazienza è la prima qualità. Così, a 26 anni da compiere, ti trovi a festeggiare la prima tripletta in A. Per la gioia tua, e di quei fanta-allenatori che in estate ti avevano pescato nel listino.

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