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Il grande botto…mancato: Ucronìa e rimpianto, Tevez al Milan, il non-affare che è la sliding door del nostro calcio (2012)

Ah, se Philip K. Dick fosse stato milanista. O Ray Bradbury juventino. Se i grandi autori dell’ucronìa avessero incrociato i temi del calcio, e nella fattispecie del mercato calcistico, ci sarebbe stato di che divertirsi. Una storia calcistica completamente diversa, se solo una trattativa, una firma, fossero andate in maniera differente. Ucronìa, appunto. Tremendamente reale, se parliamo di qualcosa come il gennaio del 2012, se parliamo di Tevez al Milan.

In che mondo vivremmo se Hitler avesse vinto la Seconda Guerra Mondiale, è l’ipotesi più suggestiva e compiuta, quando si tenta di spiegare il genere letterario dell’ucronìa. In che mondo vivremmo, se il Milan avesse detto il sì definitivo a Carlos Tevez? Ci sta. Anche perché, calcisticamente, quell’affare saltato è davvero la rappresentazione della fine di una (breve) dittatura, e l’inizio di un’altra. Lunga, lunghissima, della quale siamo ancora incapaci di vedere la fine.

E’ il gennaio del 2012. Il Milan è lì, tranquillo. E’ il Milan di Ibrahimovic, di Boateng e Robinho, un Milan che magari non si potrà dire che veleggi verso un tranquillo secondo scudetto consecutivo, ma certamente ha rintuzzato la verve e i tentativi di fuga della prima Juventus di Conte, imbattuta sì, ma incappata in una serie di pareggi eccessiva per legittimarne fino in fondo le velleità. Perché vengono da due settimi posti consecutivi, si affanna a dire il tecnico salentino, che la sa lunga, di low profile e di bluff. E poi il Milan è lì, il Milan è un’armata, ha recuperato, e presto promette di spiccare il volo. Il Milan, soprattutto, alla riapertura del mercato è al lavoro sulla trattativa che minaccia di essere la pietra tombale su questo e su molti altri campionati a seguire. Tevez al Milan. Ci si lavora da un po’, per la verità, come è nella tradizione delle torrenziali e bibliche trattative condotte da Galliani, spesso condotte a tavola, spesso concluse in differita, ma quasi sempre riuscite. E a tavola viene scattata una foto che tormenterà i sonni e la reputazione dell’a.d. rossonero negli anni a venire, e farà le fortune dei dileggiatori da social. Adriano Galliani è lì a tavola, camicia bianca, e sorride. Con lui c’è l’oggetto dei desideri, Carlos Tevez, incrociato nel 2003 in occasione della sfortunata finale di Intercontinentale con il Boca Juniors, sognato a lungo, oggi finalmente rossonero, dopo l’esperienza così-così al City. Sorride anche Tevez, e sorride Kia Joorabchian, l’agente che oggi, dicono, farà le fortune dell’Inter. Dicono.

Sorridono tutti, a quel tavolo, dopo la chiusura dell’affare. Sorridono tutti al Milan, tranne Pato.

Nei piani rossoneri, quello di Tevez è l’affare capace di blindare lo scudetto, in barba agli affanni della Giovine Juve di Conte, un po’ come fu per Cassano l’anno prima, capace di fornire assist e gol preziosissimi, proprio nell’unico momento di difficoltà dell’armata di Allegri, in primavera, sul tentativo di rimonta interista, arrestatosi nel derby perso 3-0, con terzo gol, guarda un po’, del barese. Nei piani rossoneri, però, l’arrivo di Tevez passa inevitabilmente per la cessione di Pato, determinante nel cammino verso lo scudetto dell’anno prima, non pervenuto in questo. Ecco, anche Galliani la sa lunga: sa decifrare il significato di determinati (irrisolvibili?) infortuni, misteriosi per i più. Pato è da cedere, Galliani lo ha fatto, anzi ha fatto di più: con la vendita a peso d’oro del brasiliano al Psg, e l’acquisto dell’argentino in rotta con il City, ha realizzato anche una discreta plusvalenza, oltre che quello che sarebbe rimasto come l’ultimo capolavoro di mercato di una carriera che sarà destinata a non riservarne più. No, Pato non sorride, ma pazienza, questo non sarà un problema.

O forse sì. Perché Pato che non sorride è un problema che la rampolla di Casa Berlusconi, Barbara, appena entrata in società, e compagna dell’attaccante brasiliano, non può non prendere a cuore. Ahia, Adriano. Vuoi vedere che Barbara chiederà al presidente di non cedere l’attaccante del suo cuore? Vuoi vedere.

Pato resta al Milan, tuona il presidente in diretta televisiva. Tanti saluti a Galliani, alle sue foto con Joorabchian, alle firme già messe, e all’affare che avrebbe blindato il secondo scudetto consecutivo. Di lì a poche settimane, il gol di Muntari è un triste presagio: il secondo scudetto consecutivo non arriverà mai. Pato continuerà a non pervenire, la Juventus di Conte invece sì, non si arrenderà al tentativo di fughina dei rossoneri, non si impressiona, resta imbattuta, e i resto è storia. Anche Pato, per la verità, al Milan ci resta pochino. Come già successo nel caso di Kakà, l’annuncio di Berlusconi in tv ha riscontri di breve durata: con Barbara finisce, con il Milan anche, e dalla cessione del Papero in Brasile il rossoneri guadagnano sesquipedalmente meno di quanto avrebbero incassato dal PSG. Del resto, i transalpini non ci erano rimasti benissimo, e la vendetta è dietro l’angolo. Finisce anche il rapporto, mai sbocciato, tra Barbara Berlusconi e Adriano Galliani, inizia al guerra fredda in società, ma questa è un’altra storia. Nel frattempo, Tevez non è arrivato. Anzi, accade di peggio: accade che l’estate successiva Tevez vada proprio alla Juventus, mettendo la pietra tombale, stavolta sì, sui tre successivi campionati. E accade che il PSG serva una vendetta tutt’altro che fredda, ma anzi a caldo, a caldissimo, andando dai rossoneri con il cash, neanche tantissimo, in fin dei conti, e portandosi via tutto. Ibrahimovic e Thiago Silva finiscono a Parigi per neanche 60 milioni in due. La tifoseria è sotto shock, la botta per lo scudetto perso è determinante, la società è in confusione, ritenendo di tappare la falla pagando alla Juve 11 milioni per Matri. Più di quanto i bianconeri stiano spendendo per Tevez. L’armata rossonera non esiste più. L’ininterrotto monologo juventino è pronto a iniziare.

Su quanto il mancato arrivo di Tevez dal Milan abbia cambiato la storia rossonera e quella bianconera, e in fin dei conti il calcio italiano, ognuno ha la sua idea. Su quanto quella sera di gennaio in cui una figlia chiese al padre di non vendergli il fidanzato sia stata la sliding door di almeno dieci anni di calcio italiano, i tifosi del Milan ne sanno qualcosina. Certamente tanto, ma tanto è il materiale per gli autori ucronici che volessero cimentarsi nel racconto della Serie A che sarebbe stata: con Tevez il Milan quel campionato lo avrebbe vinto? Non vincendo quel campionato, la Juve di Conte sarebbe sbocciata lo stesso? I bianconeri sarebbero risorti, dopo il loro medioevo post-Calciopoli? Forte del titolo vinto, il Milan avrebbe venduto i suoi gioielli, o avrebbe credibilmente rintuzzato gli attacchi del PSG? La società sarebbe implosa sotto la pressione dell’ambiguità di ruoli e del doppio a.d.? Sì, Philip K. Dick avrebbe di che divertirsi. O chiunque altro sia talmente pazzo da prendere carta e penna, e scrivere l’ucronìa della nostra Serie A. Inizierebbe così: prima pagina, primo capitolo. Gennaio 2012.

Redazione
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