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Il Derby di Mostar tra nazionalismo, religione, politica e odio

Il Derby di Mostar tra nazionalismo, religione, politica e odio

A Roma, molte volte, quando si gioca la partita tra Roma e Lazio, si assiste ad una vera e propria militarizzazione della città. Nei giorni prima, infatti, si sente parlare di soli tavoli tecnici, a cui partecipano vari rappresentanti istituzionali, che si occupano, essenzialmente, di quell’ambito che può essere definito come “ordine pubblico”.

La capitale d’Italia non è però la sola città in cui un incontro calcistico del genere sia così sentito, anzi. Ci sono addirittura luoghi in cui una semplice partita di pallone assume dei significati molto più importanti, che interessano più ambiti differenti tra loro: nazionalismo, religione e politica giusto per citarne alcuni.

Un esempio che si può fare è quello riguardante il Mostar derby tra FK Velež Mostar e HŠK Zrinjski Mostar. Esso, tanto per mettere le cose in chiaro da subito, viene considerato come “il derby più pericoloso del mondo”.

La partita si svolge nella città di Mostar, piccola cittadina di poco più di 100.000 abitanti, nella zona sud-orientale della Bosnia-Erzegovina. Tale centro abitato, considerato la capitale economica e culturale del paese balcanico, si trova molto vicino al confine con la Croazia: un fatto da tenere bene in mente per capire come mai una partita di calcio assuma, in questo luogo, significati ben più profondi che vanno oltre il risultato finale.

Nel 1993 , in piena guerra civile jugoslava, la città venne letteralmente divisa in due tra i croati cattolici della zona ovest e i bosniaci mussulmani della zona est. Il 9 novembre di quell’anno, infatti, fu distrutto, da alcuni colpi di mortaio sparati della forze filo-croate, il ponte Stari Most, risalente al XVI secolo, che attraversava il fiume Narenta.

Tale evento rese ancora più accese le divisioni tra le due parti della città che non potevano non interessare anche l’ambito calcistico locale. Iniziò infatti, dopo un periodo di relativa calma, un nuova fase di duro scontro tra l’FK Velež Mostar e l’HŠK Zrinjski Mostar. Due squadre che erano nate seguendo ideali opposti e portando avanti pensieri totalmente differenti tra loro.

Di seguito proviamo a farvi capire quanto forti siano le distanze tra questi due club.

Origine e storia:

L’HŠK Zrinjski Mostar fu fondato nel 1905 da un gruppo di nobili di origine croata del luogo. Il suo nome, non a caso, richiama quello dei principi Zrinski, una famiglia nobile croata nota soprattutto per le imprese del viceré Nikola Šubić Zrinski: aristocratico deceduto, a metà XVI secolo, mentre cercava di difendere l’impero Asburgico dalle manie espansionistiche del sultano ottomano Solimano il Magnifico.

Lo Zrinjski, da sempre, è stata la squadra della destra croata. Tra il 1929 e il 1945 fu uno dei club che parteciparono alla lega calcistica ufficiale dell’Ustasha: il governo fantoccio neo-nazista, guidato da Ante Pavelić, che collaborò con i nazisti durante l’occupazione dei Balcani da parte delle truppe tedesche.

Per questa ragione, una volta che salì al potere Josip Broz Tito, tale team calcistico fu espulso dal campionato jugoslavo fino al 1992: anno in cui venne riportata in vita per volere di alcuni ultra-nazionalisti di Zagabria. 

Da allora la squadra filo-croata di Mostar occupa, in maniera stabile, le prime posizioni del campionato bosniaco.

L’FK Velež Mostar, invece, è nato nel 1905 nella zona bosniaco-mussulmana della città.  Da sempre, inoltre, ha messo ben in chiaro le sue simpatie politiche di sinistra.

Per questo motivo attraversò un periodo di grosse difficoltà, sotto numerosi punti di vista, durante il regime di Pavelić. In quegli anni, per fare un esempio, diversi membri del club trovarono la morte durante la guerra, alcuni nei campi di concentramento, altri combattendo a fianco dei partigiani di Tito.

Quando il capo del Partito Comunista di Jugoslavia prese il potere, il Velež attraversò un vero e proprio periodo di rinascita che sarebbe durato molti anni. Nella stagione 1974/75, ad esempio, riuscì ad arrivare fino ai quarti di finale di Coppa Uefa, dove venne eliminato dagli olandesi del Twente: esso, ad oggi, resta il miglior risultato raggiunto a livello internazionale da tale team calcistico.

Nel 1972, in occasione del cinquantenario dell’esistenza del club, fu proprio il Maresciallo Tito a spendere parole di miele nei confronti della squadra.

Quando però, nel 1980, il mito grande Jugoslavia crollò con la morte del suo ideatore, il Velez subì un nuovo crollo calcistico che lo portò a competere a bassi livelli. Negli ultimi anni, infatti, si è più volte diviso tra prima e seconda divisione del massimo campionato bosniaco.

Situazione attuale:

Ad oggi le due squadre, oltre che ai risultati molto differenti raggiunti sul campo, si dividono anche per numerose altre questioni.

Ad esempio i soprannomi con cui sono conosciuti i suoi giocatori ricalcano a pieno la storia dei club. I giocatori dello Zrinjski, guarda caso, sono conosciuti con il soprannome di “Plemići” (“aristocratici” in italiano); quelli del Velež, invece, sono i “Rodeni” ( traduzione della parola “nativi”).

La questione stadio, anche, ha un aspetto particolare che vogliamo citarvi. Fino al 1992 la sola squadra rimasta, il Velež, disputava le sue partite casalinghe presso il Bijeli Brijeg Stadium che però si trovava nella parte ovest della città di Mostar, quella a maggioranza cattolico-croata.

Proprio nel 1992, però, venne rifondato lo Zrinjski. I Rodeni a quel punto, per ovvie ragioni, furono letteralmente adottati da parte del governo bosniaco che li fece trasferire nel più piccolo Stadion Vrapčići (oggi conosciuto come Stadion Rođeni) situato nella zona est.

Anche per quanto riguarda i gruppi ultras vi sono marcate differenze. La prima riguarda il nome: “Ultras” per gli aristocratici e Red Army per i nativi.

Fortemente legati ad ideali nazionalistici croati non è raro che i Plemići, gemellati con il gruppo “Torcida” dell’Hajduk Spalato, intonino cori che inneggiano ad Ante Pavelić.

Il gruppo ultras più caldo del Velež, invece, cerca di esaltare la sua vocazione multi-etnica e schierata a sinistra. Molto importante è anche il lato nostalgico legato alla figura di Tito, la cui faccia appare negli striscioni presenti in curva e il cui nome viene spesso intonato durante i cori di supporto alla squadra.

La Red Army inoltre, che risulta essere uno dei pochi gruppi ultras dichiaratamente anti-fascisti della zona dei Balcani, ha mostrato tutto il suo disappunto quando si decise di eliminare dallo stemma del club la stella rossa, emblema del suo passato comunista. La contestazione fu talmente forte che, alla fine, si decise di riammettere la stella nello stemma.

Insomma, il derby di Mostar, sembra essere un scontro totale tra due mondi e due stili di vita totalmente differenti. Attendiamo solo di vedere cosa succederà nel prossimo capitolo di questa infinita sagra calcistica.

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