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Il calcio secondo Edin Dzeko

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Il calcio secondo Edin Dzeko

Compie oggi 34 anni Edin Dzeko, il calciatore bosniaco della Roma, la cui vita gli ha insegnato a prendere il calcio con la dovuta importanza, perché se vivi in determinati contesti e sei cresciuto sotto le bombe di una guerra terribile, un pallone che rotola non potrà mai toglierti le tue sicurezze ma regalarti solo gioia e felicità.

Centravanti non di sfondamento a dispetto della mole (193 centimetri per 84 chili), portato alla manovra nonostante le decine di gol realizzati con le squadre di club e la nazionale, capace di finalizzare di testa e coi piedi, di potenza e di cesello: è Edin Dzeko, attaccante della Bosnia e della Roma, campione in Premier League nel 2012 con la maglia del Manchester City guidato da Roberto Mancini. Pensi a lui e ti immagini un mondo fatto di iperprofessionismo, contratti milionari studiati a tavolino da pool di avvocati specializzati, preparatori atletici che studiano innovative metodologie di allenamento per ottimizzarne le prestazioni e allungarne quanto più possibile una carriera che potrà rendere facile la vita di figli e nipoti. E si, sarà sicuramente tutto vero, ma il profilo che traspare dal pezzo pubblicato da The Players Tribune nel settembre 2018 a sua firma (You Are Not Dead) a tutto fa pensare tranne che allo stereotipo del calciatore che taluni possono immaginare.

Dzeko racconta delle emozioni forti che ha vissuto in mezzo al campo, da quelle provate nella partita che il 13 maggio 2012 laureò il Manchester City campione d’Inghilterra dopo 44 anni a quelle proprie del ritorno dei quarti di finale tra Roma e Barcellona che riportò, per la prima volta dal 1984, i giallorossi in semifinale di Champions League. Il racconto semplice ed avvincente di un uomo, più che di un calciatore professionista ai massimi livelli, che vive ansie e timori che gli eroi del pallone tendono a nascondere nelle dichiarazioni convenzionali rilasciate ai media. Frasi che impediscono di entrare nella sfera interiore di ragazzi costretti a sembrare uomini maturi ed equilibrati prima che le esperienze li abbiano realmente portati ad esserlo e che non lasciano trasparire il groviglio di emozioni che si trovano a vivere nei momenti più importanti delle loro vite professionali. Curioso il fatto che Dzeko racconti che la sensazione più forte provata dopo la vittoria maturata nei minuti di recupero contro il QPR sia stata quella del sollievo: il sollievo per non aver perduto in una sola, ultima partita una stagione disputata al vertice. E non lo dice espressamente, ma lo si può ipotizzare, che quel sollievo Edin lo abbia provato anche per tutto il peso che la stampa e i tifosi avrebbero riversato su di lui e i suoi compagni qualora quella vittoria sul filo di lana non fosse arrivata. Quel sollievo che il giovane studente o l’impiegato che reitera il suo rapporto con la passione di una vita provano quando, nelle partite tra amici o nei tornei amatoriali, riescono a realizzare un calcio di rigore. E’ questo il bello dello sport, ciò che lo tiene in piedi e gli consente di avere milioni di persone che lo seguono e lo praticano: il denominatore comune che lega lo spettatore ai protagonisti, quella medesima emozione che rende compatibile l’epica del campione con la grammatica (spesso claudicante) dell’amatore e del dilettante.

Nella semplicità delle sue parole, Dzeko accenna con delicatezza agli anni della guerra in Jugoslavia, alla riconoscenza senza tempo dovuta ai genitori che hanno sopportato il peso di un’angoscia che un bambino in età scolare, per quanto possibile, doveva evitare di respirare. Arrivando a concludere il pezzo con un riepilogo che definisce al fine la sua dimensione:”Dopo la guerra, noi eravamo una generazione di ragazzi con sogni semplici. Volevamo solamente giocare a calcio in pace. Ora ho il mio calcio e ho trovato la mia pace. Questa è la mia vita. Voglio giocare e guardare tutte le partite che posso, davvero. Quando mia moglie mi becca nel salone di casa che guardo la Serie A o la Premier League o qualcos’altro in televisione, mi chiede:”Ma non è abbastanza col calcio?”. Io mi limito a sorridere. Ormai la risposta la dovrebbe conoscere. No, ovviamente non è mai abbastanza”. Un finale di straordinaria genuinità che, attraverso il richiamo a una comune scena familiare, regala la vicinanza di Dzeko a tutti coloro che, pur non essendo giocatori professionisti, il calcio lo amano davvero. Proprio come il gigante di Sarajevo.

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Paolo Valenti
A cura di

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana. Nel 2018 ha pubblicato il romanzo Ci vorrebbe un mondiale – Ultra edizioni.

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