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Il calcio al tempo di Tito: Jugoslavia, una Nazionale per sei Stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti

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Il calcio al tempo di Tito: Jugoslavia, una Nazionale per sei Stati, cinque nazioni, quattro lingue, tre religioni, due alfabeti

Il 14 Gennaio 1953 Josip Broz, meglio noto come Tito, diventava Presidente della Jugoslavia, detenendo il potere fino al giorno della propria morte, datata 8 Maggio 1980. Per l’occasione vi raccontiamo il calcio prima, durante e dopo il Maresciallo.

Così si può sintetizzare la storia della Jugoslavia fino alla morte del maresciallo Josip Broz, nome in codice Tito, iconico leader della resistenza partigiana jugoslava, primo ministro dopo la resa nazista, e dal 14 gennaio 1953 Presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia.

Dopo la sua morte avvenuta a Lubiana nel 1980 iniziò la lenta ma inesorabile dissoluzione della federazione slava, in cui convivevano etnie e religioni in contrasto fra loro: scoppiarono i primi tumulti sotto forma di richieste di indipendenza a cui il governo centrale di Belgrado rispondeva inviando i carri armati. Si arrivò alla guerra in Slovenia nel 91′ che si concluse con l’indipendenza proclamata da Lubiana; era cominciata la cosiddetta Serbian diaspora.

Il calcio ovviamente svolse un ruolo importante in questo processo. Fino al 1992 la lega jugoslava vedeva affrontarsi compagini del calibro di Stella Rossa, Partizan, Dinamo Zagabria, Hajduk Spalato, Vojvodina, Sarajevo, OFK Belgrado, Zeljeznicar, in match dal significato che sconfinava dal rettangolo di gioco. Ciascuna di queste squadre possedeva un forte radicamento nel tessuto sociale dell’epoca.

La Stella Rossa di Belgrado, la squadra dell’esercito jugoslavo, era il simbolo del nazionalismo serbo, fortemente contrapposta al Partizan (letteralmente, la squadra dei partigiani), espressione di un ideale panslavo e simbolo delle formazioni comuniste che avevano combattuto l’invasore nazista durante la seconda guerra mondiale. In Croazia l’Hajduk Spalato, fondato negli anni dieci da studenti spalatini residenti a Praga, mantenne anche un forte spirito croato, tanto da declinare la proposta di trasferirsi a Belgrado per divenire la formazione ufficiale dell’esercito. Sorte analoga ebbe la Vojvodina di Novi Sad, anch’essa fondata da studenti serbi ortodossi, ma legata soprattutto alla borghesia serba. La multietnicitá é stato un valore fondante del Zeljeznicar, squadra bosniaca fondata da ferrovieri di Sarajevo, che fu per questo motivo soppressa piú volte.

La storia della nazionale slava inizia nel 1920 alle Olimpiadi di Anversa, sconfitta 0-7 contro la Cecoslovacchia. Nel 1930 la Jugo partecipó al primo Mondiale di calcio, raggiungendo il migliore risultato della sua storia, un terzo posto dietro alle corazzate Argentina e Uruguay.

Il periodo d’oro dei “Plavi” (blu, dal colore della loro maglia) fu senza dubbio il ventennio a cavallo fra gli anni Cinquanta e Sessanta. In quel periodo la nazionale olimpica vinse due argenti consecutivi a Helsinki 52’ e Melbourne 56’, per poi arrivare all’oro a Roma 60’, battendo 3-1 in finale la Danimarca. Bisogna peró sottolineare che i paesi del blocco sovietico aggiravano la regola di non poter convocare atleti professionisti ai giochi Olimpici, dato che i giocatori figuravano come impiegati dello stato, ad esempio nella polizia o nell’esercito.

Agli Europei del 1960, gli slavi eliminarono la Francia in semifinale col punteggio di 5-4 in una delle più belle partite della selezione slava, dovendo peró soccombere 2-1 all’URSS in finale, dopo essere passati in vantaggio nel primo tempo. Altro europeo nel 1968 ed altro secondo posto: la Jugo questa volta si dovette arrendere all’Italia padrone di casa.

L’epoca d’oro si esaurì in quel decennio, ma é degno di menzione il Mondiale 74’, dove i Plavi sono protagonisti di una vittoria 9-0 contro lo Zaire, che fece infuriare il dittatore Mobutu.

Italia 90′ fu l’ultima rassegna internazionale della Jugoslavia unita e con una rosa costellata di talenti come Boksic, Savicevic, Prosinecki, Suker e Stojkovic, dove tutte le etnie erano rappresentate: su 22 giocatori convocati 8 erano croati, 6 bosniaci, 3 serbi, 2 montenegrini, 2 macedoni e uno sloveno più il commissario tecnico bosniaco Osim. 

L’ultima partita della nazionale jugoslava fu un amichevole disputata contro i Paesi Bassi nel 1992 e persa per 2 a 0. E’ curioso il fatto che la guerra non permise alla squadra balcanica di partecipare agli Europei del 92’ in Svezia, consentendo il ripescaggio della Danimarca, che vinse il torneo ribaltando ogni pronostico (curioso il fatto che la Jugo vinse il suo unico oro battendo proprio i danesi in finale alle Olimpiadi di Roma).

Da quel momento in poi le rivolte civili ed i conseguenti mutamenti politici non permetteranno più a questa nazionale di scendere in campo, facendo scomparire una delle formazioni con più storia e blasone in campo.

Attualmente, dalle ceneri della confederazione balcanica  si sono formate ben sette nazionali di calcio: Slovenia, Bosnia, Croazia, Serbia, Montenegro, Macedonia e l’ultimo arrivato Kosovo. La Croazia vanta di gran lunga i migliori risultati. Nel 1998, sotto la guida del CT Blazevic, i croati parteciparono al loro primo Mondiale, concluso con uno straordinario terzo posto, eliminati dalla Francia campione in semifinale, e trascinati dai gol di Davor Suker, capocannoniere di quell’edizione. Esattamente vent’anni dopo, il mondiale russo ha consacrato il movimento croato, ma un’altra volta la Francia ha sbarrato la strada ai campioni con la maglia a scacchi.

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