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Il “Best friulano”: Ezio Vendrame, la mezzala che sarebbe diventata un poeta

Il “Best friulano”: Ezio Vendrame, la mezzala che sarebbe diventata un poeta

Avrebbe compiuto ieri 73 anni un giocatore unico nel suo genere, dentro e fuori dal campo. Un viveur del calcio italiano, non a caso paragonato all’icona George Best. Scomparso lo scorso aprile, un personaggio del genere ci mancherà per sempre. Vi raccontiamo la sua storia.

 – …e mai un pensiero
non al denaro, non all’amore né al cielo – 

Fabrizio De André

Quando finisci in un orfanotrofio pur avendo tutti e due i genitori in vita, perché quando si erano separati nessuno dei due aveva la possibilità di mantenerti, se vuoi sopravvivere devi cominciare a dribblare ogni cosa, con la speranza di restare in piedi. Dev’essere per questo che Ezio Vendrame ha sempre detto di aver amato i dribbling e gli assist più dei gol: perché il gol per lui era la fine di tutto; un po’ come dire che quando fai l’amore devi goderti tutto fino al momento dell’orgasmo, perché subito dopo non resta più niente di quello che ti  stavi godendo. 

A godere e a far godere lui non ha saputo mai rinunciare, anche con gli scarpini ai piedi. Come in un lontano Padova – Cremonese di tanto tempo fa: capitani lui e Mondonico, i biancoscudati tranquilli in classifica, i grigiorossi alla disperata ricerca di un punto per la salvezza; l’accordo ci poteva stare. Se non che a un certo punto Vendrame si accorge che il suo pubblico, i tifosi del Padova, si stanno quasi addormentando. Allora pensa di puntare verso la propria porta, dopo aver ricevuto palla, fingendo di voler arrivare a calciare in area, contro il suo portiere. Il pubblico ha un sussulto, quasi di gratitudine per quei secondi di vitalità. Tranne un tifoso, cardiopatico, che muore d’infarto. Dopo averlo saputo, Vendrame per onorarne la memoria dice che se sapeva di essere sofferente di cuore e che se ha scelto di assistere a una sua partita, è evidente che voleva morire, ma che è morto felice. 

Quel tunnel a Rivera, sotto gli occhi di San Siro, altri lo avrebbero celebrato per tutta la vita; lui ancora oggi ne parla con quasi dispiacere, ricordando però che quando l’ex Golden boy gli si fece sotto aveva le gambe un po’ troppo aperte e quando qualcuno si avvicina con le gambe troppo aperte si aspetta sempre qualcosa: ha detto proprio così, Ezio Vendrame e non era soltanto la metafora di una mezzala che sarebbe diventata un poeta. Perché se è vero che ha bevuto meno, molto meno di George Best, è altrettanto vero che ha avuto più donne del grande nordirlandese; però lui le ha amate tutte, una alla volta, perché ha sostenuto che con ognuna ha fatto l’amore, mai soltanto sesso.

Di quello che ha avuto nei piedi da madre natura il calcio italiano si sarà goduto sì e no il dieci per cento, perché per quanta fantasia lo potesse ispirare ogni volta che si faceva dare palla sulla trequarti, molta di più è stata quella con cui ha concepito il modo di esistere, fino a oggi, felice di dormire in una stanza con il letto a scomparsa, in affitto, perché non potrebbe mai sopportare lo stress di una casa di proprietà. Felice di allenare i ragazzini, anche se sogna una squadra di orfanelli, senza l’intromissione dei genitori, sempre più insopportabili. 

Non bisogna chiedersi come e perché sia diventato – anche – uno scrittore e un poeta; bisognerebbe domandarsi come sarebbe stato possibile che non lo diventasse. Non perché sia nato a Casarsa della Delizia, come Pasolini, ma perché un giorno tra le sue frequentazioni era entrato anche Piero Ciampi, prima poeta e poi cantautore, ingoiato dall’alcol molto prima di Best. Una domenica, accortosi del fatto che Ciampi era seduto in tribuna, Vendrame chiese all’arbitro di fermare il gioco, per salutare l’artista. 

Quando Luis Vinicio lo volle al Napoli, dopo le stagioni fulgide al Lanerossi Vicenza, adornate da certe domeniche in cui nessuno, nemmeno Giacinto Facchetti, riusciva a prenderlo, sembrava pronto per il grande salto. L’estro di cui Vinicio si era innamorato lasciò subito campo all’anarchia: assaggiò tre volte l’erba del San Paolo; molto più abituale furono la vita notturna della città e i letti di alcune signore compiacenti del Vomero, o di Via Caracciolo. Poteva andare diversamente? Non esistono “sliding doors” nel calcio, oggi come ieri; è molto più autentica la storia di quei treni che raramente passano una seconda volta. Peraltro uno come Ezio Vendrame non si sarebbe nemmeno ripresentato alla stazione, soprattutto se ci fosse stato bisogno di alzarsi presto, la mattina.

Dei lussi che ha saputo concedersi, tolti quelli effimeri a cui con leggerezza ha saputo e voluto rinunciare, si è tenuto soltanto la sua personalissima graduatoria dei più grandi giocatori che lui abbia visto: – Maradona, Gianfranco Zigoni, Gigi Meroni: in quest’ordine, non alfabetico -. Col privilegio di fare a meno di Best, forse provocatoriamente, lui che era stato definito il Best friulano.

Un po’ come aveva fatto a meno di quel cappotto di cammello appena comprato in una boutique, quando un giovane zingaro infreddolito e vestito di stracci gli si era avvicinato chiedendogli l’elemosina e, non trovando spiccioli nelle tasche nuove, lui gli aveva consegnato subito il cappotto, come ha ricordato spesso con le consuete motivazioni inoppugnabili di chi vive la vita sempre alla stessa maniera: – Aveva molto più freddo di me  -.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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