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Ibra: pieni poteri per vacui futuri

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Ibra: pieni poteri per vacui futuri

Sull’arrivo di Ibrahimovic al Milan, di tratti italici applicati al pallone e di una rincorsa tra due tempi destinati a non intercettarsi.

E alla fine sempre a quello si torna: all’uomo solo al comando, all’uomo forte cui affidare risultati e destini. Per progettare, riflettere, pianificare ci sarà tempo. Intanto tieni una maglia e pensaci tu. Il tu in questione è Zlatan Ibrahimovic, tornato a Milano – sponda rossonera – dopo due anni di vacanza nella MLS americana con l’obiettivo di risollevare le sorti di una squadra orfana di risultati e regalare a un ambiente incapace di fare i conti con quel che si è oggi un ultimo giro di giostra, lampi sparsi qui e là e magari un’ Europa da cui ripartire.

L’uomo forte, Ibra. Carriera e bacheca parlano per lui. Quel che stupisce, e che induce a riflettere, è il constatare come il tratto italico per eccellenza abbia infine attecchito anche dalle parti di Milanello e di una società che da sempre ha fatto del collettivo lo spartito su cui innestare le proprie stelle. Ibra non è uomo squadra: è la squadra. Accentra, attira, avoca a sé. Irradia di luce, lampi abbiamo detto (lampi rossi e notte nera la scelta dei social media manager rossoneri nel video che accompagnò il suo sbarco), ma più che mostrare la via sembra un alto faro che brilla di luce propria. Non è un caso che il Barcellona, squadra dove arrivò dopo la sua prima esperienza al Milan, lo rigettò come corpo estraneo ai suoi ingranaggi raffinati e precisi. C’entra la storia dei due galli sì, lui e Messi, ma pesò di più allora l’impossibilità di Ibra di farsi altro che non sia se stesso. Collettivi diversi, si dirà, di più alto pregio. Vero. E per questo è ancora più difficile immaginare come le magnifiche sorti e progressive di questo Milan rabberciato possano d’incanto realizzarsi se scortate dall’uomo nato a Malmoe.

Scriveva David Foster Wallace: “Il talento non è riproducibile, ma l’ispirazione è contagiosa”. E però qui ci si trova di fronte ad un gruppo di giocatori assemblati male, già reduci da un cambio di guida tecnica, dall’identità individuale ancora in costruzione, figuriamoci dal potersi dire squadra. Se in uno spogliatoio così fragile vi si innesta una personalità così strabordante (“Io sono Zlatan, chi [omissis] siete voi?”, è la formula con cui è solito presentarsi il nostro ai suoi nuovi compagni di squadra) il rischio è che anziché promuovere fiducia e talento si aggiunga paura ad altra paura, per non dire dei muti malumori di chi finirà col leggere nell’arrivo dello svedese la certificazione della propria insussistenza, nello status di cui lui godrà il colpo ferale alla propria autostima.

Pieni poteri ad Ibra, dunque. Ma potrà, Ibra, essere l’ombrello sotto cui nascondere gli errori e l’approssimazione con cui è stata gestita da parte della dirigenza questa nuova fase iniziata dopo la separazione dall’ex tecnico Gennaro Gattuso? Fino a quando potrà esserlo? E soprattutto: sarà un tempo sufficiente per far sì che tutto il potenziale (?) racchiuso in quella rosa sbocci d’incanto trasformandosi da crisalide in farfalla?

Non c’è equazione certa nel calcio. Non c’è verità che si spinga più in là dei 90′ cui si è assistito. E però di partite fin qui ne abbiamo viste ben 18, sufficienti per poter emettere un primo giudizio, corroborato per di più da cifre che lasciano ben poco margine per la filosofia o i torti di chicchesia: 16 gol sono meno di una marcatura a settimana, l’Atalanta ne ha 32 in più, e di quelli 5 sono stati rifilati proprio ai rossoneri nell’ultima gara prima della sosta natalizia.

Il tempo, dicevamo. Ci sono due tempi che collidono in questa storia. Tempi la cui percezione procede a velocità diversa, tempi che Bergson intuì e decifrò e che a via Aldo Rossi si premurano invece di ignorare. Il primo: le 20 giornate ancora da giocare prima della fine di questo campionato. Se Europa dovrà essere non sono ammessi passi falsi (dopo l’ultimo in casa contro la Samp): gli 8, 10, 14 punti che separano i rossoneri da quel piazzamento non lo permettono. Il secondo: il tempo perduto di ciò che siamo stati, la cui recherche, iniziata ormai 10 anni fa, non ha incontrato nessuna madeleine capace di instradarla sulla giusta via. Un tempo, quest’ultimo, su cui si sovrappongono istantanee di coppe alzate in tre continenti e contropiedi incassati dalla Spal da lasciarci il fiato e per questo ancora più insopportabile. Ciò che per il tifoso è insopportabile, il dirigente ha però il compito di provare a tradurlo in parole, strategie, programmazione, visione.

“Il futuro appartiene a chi ama il suo passato” – disse Antônio Carlos Magalhães, tre volte governatore dello stato di Bahia – “questo è un atto di fede, coraggio e amore“. L’arrivo di Ibra assomiglia a un atto di fede, e atti di fede – non di coraggio – saranno i passaggi a lui rivolti dai suoi compagni di squadra. Deresponsabilizzare non è un bel modo di crescere né d’amare. Ma intanto palla alta, occhi al cielo e vediamo quel che succede.

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