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Maggio 5, 2025

“I ribelli degli stadi – una storia del movimento ultras italiano”: intervista all’autore Pierluigi Spagnolo

Affrontare il tema ultras è sempre molto delicato poiché si intrecciano e si mescolano dinamiche sociali e politiche. I Ribelli degli Stadi – Una storia del movimento ultras italiano non ha questo scopo. E’ un libro educativo e storico su un fenomeno che andrebbe raccontato in maniera oggettiva senza addentrarsi in contesti di cui conosciamo solo mezze verità. L’opinione pubblica è spesso spaccata su questi temi, atteggiamento formatosi a causa di etichette che non dovrebbero esistere. Tutte le culture e sotto-culture meriterebbero di essere analizzate  e studiate.  Abbiamo avuto il grande piacere di dialogare su questi temi, mantenendo il focus sul libro, con Pierluigi Spagnolo, giornalista professionista e massimo esperto in Italia del movimento Ultras.

Pierluigi buongiorno, in una delle tante presentazioni di questo libro si evidenzia “c’è chi li etichetta come teppisti e facinorosi. C’è chi li dipinge come sostenitori colorati e passionali. Padroni violenti del calcio oppure come romantici in un mondo che ha perso gran parte della sua genuinità”. Ecco, Pierluigi, qual è la definizione più appropriata per un fenomeno che descrivi molto bene nel tuo libro, da appassionato di curve e da giornalista?

Gli ultras non sono dei mostri e neppure dei santi. Sono un fenomeno complesso, ma semplicemente un pezzo della società italiana, che riproducono in piccolo all’interno di uno stadio. E ne ripropongono ogni aspetto, positivo e negativo: dalla violenza alla solidarietà, dal razzismo alla sana aggregazione, dal linguaggio becero alla sportività più sincera. In una curva si ritrova di tutto, senza distinzioni. Il figlio del professionista e chi vive ai margini della società, chi studia per diventare magistrato e chi non ha finito le medie, il bravo ragazzo e lo spacciatore, il figlio di papà e il ragazzo di periferia, il salutista e il tossico. La curva di uno stadio è da decenni l’unico ambiente genuinamente trasversale, eterogeneo e interclassista che la società italiana conosca”.

Prendiamo in considerazione il primo capitolo. Ponendo ordine, riporti le definizioni di ultras e tifoso. Ultras, estremisti, caratterizzati da un forte senso di appartenenza sociale e politica. Il tifoso, invece, è colui che coltiva una passione sportiva accesa ed entusiastica.  A tuo modo di vedere c’è una netta distinzione? Riconduci tali definizioni solo ed esclusivamente al calcio?

“L’ultras è un tifoso più tifoso degli altri. Uno che ha un rapporto viscerale con la propria squadra, ma anche con il gruppo, con la tifoseria a cui appartiene. È quello che vive attivamente la partita, che ne diventa protagonista con il proprio tifo, con il sostegno alla squadra, che segue anche lontano dalla città e dello stadio di casa. L’ultras è quello che non abbandona la nave che affonda, che non si fa condizionare dai risultati. Ma che pretende tanto dalla squadra e dalla società, proprio perché dà tanto. Il resto del pubblico è invece composto da tifosi, altrettanto innamorati, ma magari abituati a lasciare lo stadio sullo 0-3, ad abbandonare la squadra dopo due retrocessioni di fila. L’ultras quasi sempre vive tutto in maniera radicale, quindi anche l’appartenenza politica e il vivere nella società”.

Lo stadio come luogo sacro. Una sacralità che si è persa, considerando i grandi numeri, rispetto al passato. Al di là delle mere questioni economiche, qual è il tuo pensiero sul fenomeno attuale in Italia? In quale direzione stiamo andando?

“La sacralità del calcio si è persa da trent’anni con la perdita della ritualità, quando abbiamo sacrificato le partite la domenica alle 15 per assecondare gli interessi delle pay tv, di chi trasmette le partite in cambio dei milioni di euro che finiscono nelle casse dei club. Da anni non c’è più la contemporaneità delle partite, il calcio da rito popolare è stato trasformato in uno spettacolo di intrattenimento, molto spesso da seguire in tv comodamente sul divano o addirittura da soli, con uno smartphone in mano. Per non parlare delle maglie da gioco stravolte dal marketing e dal consumismo dei collezionisti. Quando si spoglia il calcio dei suoi aspetti simbolici, non resta che una merce da vendere, un prodotto senz’anima”.

“Mi innamorai del calcio come mi sarei innamorato delle donne: improvvisamente, inesplicabilmente,acriticamente,  senza pensare al dolore e allo sconvolgimento che avrebbe portato con sé”, racconta lo scrittore inglese Nick Hornby nel suo romanzo Febbre a 90. Pierluigi, parlando un po’ di te, come e quando ti innamori di questo sport e, soprattutto, delle curve e del fenomeno Ultras, tanto complesso quanto affascinante e alle volte preda di pregiudizi ed analisi affrettate?

Racconto sempre la mia prima partita allo stadio, avevo meno di dieci anni. Bari-Triestina, seconda metà degli Anni Ottanta. Guardai tutto il tempo la curva che cantava, le bandiere al vento, i battimani, lo striscione ULTRAS nella curva barese, che poi sarebbe diventata la mia casa. Mi sono innamorato del tifo prima ancora che del calcio, del gioco in sé. E ancora oggi amo soprattutto l’aspetto dell’aggregazione, il folklore e la passione popolare, tutto quello che ruota attorno al calcio. Ho collezionato immagini delle curve, coreografie, sciarpe e adesivi dei gruppi ultras, mai foto o gadget relativi ai calciatori. E il calcio di oggi mi piace sempre meno, ogni stagione è peggio della precedente. Salvo solo la passione dei tifosi, gli unici a pagare in mondo dove tutti guadagnano tantissimi soldi…”

Tornando al libro. Quali sono stati i cambiamenti radicali dal momento in cui il fenomeno Ultras è esploso, ossia negli anni 70’, agli anni 90’, periodo in cui si evidenzia il picco massimo del movimento?  Tuttavia, considerando il periodo attuale, ormai a oltre i vent’anni dall’arrivo delle pay tv, quali sono le caratteristiche immutate da allora, nelle curve del 2025?

Di immutato c’è solo la passione pura di chi popola gli stadi. Il resto è cambiato, di pari passo ai cambiamenti che il calcio ha subito a partire dall’autunno del 1993, quando le prime pay tv hanno iniziato a stravolgere il gioco, a snaturarlo, a farne perdere la poesia degli anni Settanta e Ottanta, quando gli stadi erano sempre pieni, perché i prezzi erano popolari e non c’era la concorrenza della tv, gli orari scomodi e le partite di pomeriggio nei giorni feriali. La Tessera del Tifoso, dal 2010, è stato un altro passaggio che ha cambiato il rapporto con il calcio dei frequentatori degli stadi”.

Pierluigi, sei uno dei massimi esperti di curva, non solo perché il fenomeno l’hai studiato per anni, ma soprattutto perché l’hai vissuto e lo continui a vivere in maniera intensa. Ecco, quale è stato il fenomeno, giornalisticamente parlando, più significativo a tuo modo di vedere e quale ti sta più a cuore, soggettivamente parlando?

“A ottobre scorso c’è stata la morte in un incidente stradale di quattro tifosi del Foggia, reduci dalla trasferta di Potenza. Tre erano deceduti subito dopo lo schianto, un quarto in ospedale, dopo diverse settimane di ricovero. Erano tutti giovani, alcuni davvero ragazzini. Al loro funerale, nello stadio Zaccheria di Foggia, c’erano quasi 15 000 persone e delegazioni di gruppi ultras da tutta Italia, anche rivali dei foggiani. Nelle settimane successive striscioni in ricordo dei ragazzi di Foggia erano apparsi in tutte le curve d’Italia, e persino in Germania, Francia e Belgio. La commozione generale del mondo ultras, il dolore sincero e genuino di tutte le tifoserie italiane è stato secondo me un’altra prova di maturità di un mondo spesso criminalizzato ben oltre le sue reali colpe. Il mondo dell’informazione – come purtroppo spesso accade – non sempre ha saputo cogliere la portata di questi gesti, che possono aiutare a capire e “migliorare” il mondo ultras, molto più di improduttive leggi speciali. A mio avviso è stata un’altra occasione persa di dialogo e confronto produttivo.

Se dovessi descrivere con un solo aggettivo o una sola frase la tua esperienza in curva durante tutti i 90’ e anche oltre. Dal pre-partita al post- partita.

Direi: familiare. Frequentare la curva è un po’ come riunire amici e parenti, stare con persone che la pensano come te, che vivono la tua stessa passione. Il gruppo ultras, il popolo della curva, è una comunità eterogenea, che va dai ragazzini agli over 60, che continua ad aggregare uomini e donne, e a renderli protagonisti, con il tifo, con l’aggregazione e il divertimento, ogni settimana, in una società che invece tende a inchiodarci davanti al display di un telefonino”.

Una curiosità sul libro. Quale capitolo oppure avvenimento è stato più toccante affrontare? Quando uno scrittore si approccia alla scrittura vive momenti intensi. A maggior ragione per te che vivi il fenomeno in maniera energica e dall’interno.

Sicuramente i passaggi più emozionanti sono quelli relativi ai tifosi morti, alle pagine luttuose che la violenza ha portato con sé. In assoluto, l’uccisione di Vincenzo Spagnolo, a Genova a gennaio 1995, e di Gabriele Sandri, a novembre 2007, sono stati due episodi spartiacque e due momenti particolarmente dolorosi, seppur così diversi tra loro”.

Ci sono stati dei cambiamenti all’interno delle curve, da parte delle nuove generazioni, da regole non scritte ad atteggiamenti in generale?

Sicuramente ogni generazione è figlia del suo tempo. Quest’ultima è spesso troppo condizionata dai social e dal loro narcisismo. Comunica, forse, anche troppo rispetto alle logiche degli anni Novanta o Duemila. E talvolta assimila le storture del calcio di oggi, diventando industria e business. Non a caso, ritroviamo curve e gruppi ultras che troppo spesso sono interessati più agli affari che al tifo e all’aggregazione. In passato sicuramente non era così, quantomeno non in questi termini. 

Agostino D'Angelo

Agostino D'Angelo è un giornalista pugliese con una forte passione per il mondo dello sport, di cui è telecronista. È Direttore della testata giornalistica Best of Puglia, progetto editoriale digitale di proprietà della Linking Agency dedicato alla valorizzazione del territorio pugliese, oltre che autore presso Influent People e Gioco Pulito. Si occupa inoltre di ufficio stampa, affiancando aziende e professionisti nella gestione della comunicazione e della presenza mediatica.