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I limiti del Fair Play Finanziario

Era  stato introdotto con lo scopo di stabilizzare finanziariamente il gioco del calcio. Di rendere finalmente sostenibili gli investimenti delle società per obbligarle ad una sana e corretta gestione. Ad oggi, 7 anni dopo la sua introduzione, non si può dire che il Fair Play Finanziario non abbia prodotto risultati. Quanto meno l’obbligo di rispettare i parametri previsti dalle norme sul Fair Play Finanziario (con il rischio per i trasgressori di non poter partecipare alle coppe europee) ha obbligato le società ad una gestione più oculata rispetto agli anni passati.

In Italia per esempio, il caso dell’Inter è quello più emblematico. La società nerazzurra ha infatti iniziato a riordinare i propri bilanci senza riuscire tuttavia ad evitare le sanzioni UEFA. Dopo anni di conti in rosso, il bilancio interista è iniziato a migliorare anche se il passivo resta ancora considerevole (-59 milioni di euro). Ma niente in confronto ai 140 registrati nell’estate del 2015 (il passivo più elevato nella storia neroazzurra). La società di corso Vittorio Emanuele ha potuto così finalmente centrare i paletti previsti dal FPF. Nonostante una campagna acquisti (la prima della nuova gestione cinese) dove la società neroazzurra ha speso la bellezza di 100 milioni di euro (con gli acquisti di Candreva, Joao Mario e Gabigol). Fuori con il piano di rientro concordato con l’UEFA (del quale scriveva in estate anche La Gazzetta dello Sport) in base al quale adesso, l’Inter dovrà produrre entrate per 50 milioni di euro da effettuare entro il giugno 2017. Come previsto dalla normativa nel caso del settlement agreement che l’UEFA ha imposto all’Inter nello scopo di rimettere a posto i conti (nel caso specifico: deficit massimo di 30 milioni per gli esercizi 2016 e 2017 e pareggio di bilancio per il 2018). Anche se proprio i nuovi acquisti di Joao Mario e Gabigol (costati oltre 70 milioni di euro) non sono potuti essere inseriti nella lista UEFA e proprio per le regole previste dal FPF.

Una norma questa, che esclude dalle competizioni europee quei calciatori costati di più rispetto a quanto incassato dalla società nella stessa sessione di mercato, che ha fatto discutere e non poco. Che senso ha consentire alle società di acquistare calciatori e poterli schierare quindi in campionato se poi gli stessi però vengono esclusi dalle competizioni europee? Per ovviare anche a questo (non secondario) problema si è mossa anche la FIGC che ha introdotto a partire dal 2018, il “manuale applicativo per il pareggio di bilancio” nel quale vengono fissati i parametri dei costi (amministrativi, per ingaggi, oneri sociali, ammortamenti, minusvalenze, oneri finanziari) e dei ricavi (da botteghino, diritti TV, commerciali, sponsorizzazioni e royalties più le plusvalenze dei calciatori), rilevanti per la Covisoc (la Commissione di Vigilanza sulle società di calcio) ai fini dell’iscrizione di una società al campionato. Ma soprattutto nel manuale viene fissata la soglia di deficit rilevante (25% del fatturato dei 3 anni precedenti) che le società non possono oltrepassare pena il rischio di incorrere in una sanzione della Covisoc relativa al tesseramento dei nuovi calciatori.

Ma nonostante questo non mancano per le società di calcio, le strategie per eludere le norme del FPF.  Ne scrive il sito di Calcio e Finanza che spiega come tutte queste normative siano però aggirabili attraverso operazioni di mercato o commerciali assolutamente lecite. Come per esempio il trasferimento di un calciatore da una squadra ad un’altra entrambi appartenenti allo stesso proprietario. Nel caso specifico dell’Inter ad esempio, la possibilità di effettuare operazioni di mercato (soprattutto in uscita) con l’altra società di calcio, il Jiangsu, di proprietà di Suning. Oppure, nello scopo di aumentare i ricavi e quindi anche il deficit rilevante previsto dalla nuova normativa FIGC, una squadra di calcio in questo caso italiana può ottenere delle sponsorizzazioni, che per l’UEFA non possono però incidere oltre la soglia del 30% dei ricavi complessivi. Il “trucco” a disposizione delle società, potrebbe essere quello di aumentare i ricavi con lo scopo di poter riuscire ad ottenere sponsorizzazioni sempre maggiori. Ma tutto questo discorso vale soprattutto per le cosiddette “grandi” del calcio europeo. Cioè le squadre che appartengono ai grandi gruppi (come Suning) che a loro volta sono i proprietari (o hanno partecipazioni) anche di altri grandi club o grandi aziende (basti pensare ad esempio al Manchester City che ha come sponsor Etihad, compagnia aerea di proprietà dello stesso fondo che detiene il club inglese). O possono permettersi di ottenere grandi sponsorizzazioni. Per queste società, più che di fair sarebbe più opportuno parlare di free, play finanzario .

Redazione
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