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Hockey ghiaccio: parlano i numeri sul pubblico, la AlpsHL per ora è un flop

Dopo le prime 18 giornate dall’inaugurazione emergono i primi aspetti critici della nuova Alps Hockey Liga (sigla AHL, speculare a quella del secondo campionato nordamericano), la nuova soluzione transfrontaliera intrapresa dalla FISG per risollevare l’hockey su ghiaccio italiano da un momento difficile, nonostante la Nazionale sia prossima al mondiale Top Division.

Otto team italiani, tutti reduci dall’ultima Serie A, più Egna, sette squadre austriache di seconda fascia (più due farm-team di Klagenfurt e Salisburgo, che invece partecipano alla più prestigiosa EBEL con Bolzano) e la slovena Jesenice, che raccoglie le potenzialità del suo hockey nazionale, cercando di sfruttare l’ascesa di cui avevamo parlato qualche tempo fa. Risalendo nel tempo a prima dell’estate scorsa, eravamo già intervenuti sulla nuova formula transalpina, quando la fuga oltre il Brennero diventava realtà (Maggio 2016 con Presentazione al Palazzo Coni di Milano). Il nuovo corso, intrapreso con determinazione per cambiare la rotta e (tutto sommato) condiviso da molti giocatori e dirigenti, aveva messo d’accordo le ultime partecipanti alla massima serie (eccetto Valpellice), con un particolare sostegno dal blocco altoatesino. Il campionato fu presentato come la soluzione più coerente in virtù delle difficoltà economiche e organizzative patite negli ultimi anni, oltre che motivo di allargamento di un torneo diventato monotono, con un livello costantemente in calo, anche a causa della – dolorosa ma necessaria – riduzione del numero degli stranieri. Proprio quella riduzione, è però rimasta il punto di forza della nuova AlpsHL (personalmente, è un acronimo che preferisco rispetto all’ambiguo AHL): 4 stranieri, non di più, al fine di far crescere le risorse locali. Proprio questo, può essere visto come il maggiore punto di forza di questo nuovo esperimento, davanti a dati statistici, connessi soprattutto al numero di spettatori nei palazzetti del ghiaccio, che invece restituiscono un quadro critico, tuttora afflitto dalle problematiche degli scorsi anni, su cui pesa addirittura un peggioramento complessivo. L’utilizzo di molti giovani italiani in un campionato più variopinto è la nota positiva dopo due mesi in cui si sono disputate più di 100 partite. Confrontarsi con un contesto internazionale e non con le solite avversarie è qualcosa di indubbiamente stimolante per le nuove leve, e le statistiche personali ne risentono: i due portieri del Cortina Martino Valle Da Rin e Marco De Filippo (classe ’90) stanno convincendo, e quest’ultimo, tornato sul ghiaccio dopo un anno di pausa e un’esperienza oltreoceano, ha ottenuto la chiamata della nazionale all’European Challenge. Il Vipiteno mette in pista un gran numero di prodotti del vivaio locale: per dirne alcuni, Matthias Mantinger, David Gschnitzer, il ritrovato Daniel Maffia e il consacrato Ivan Deluca, tutti ragazzi tra i 18 e i 20 anni, nell’Asiago sta trovando ghiaccio il giovanissimo Francesco Forte (classe ’99), e un coppia difensiva del Fassa è composta dal duo Marzolini-March, entrambi diciannovenni.

Ma al di là del lavoro in ottica futura, c’è da guardare al presente, che sembra speculare, se non peggiore, ai precedenti scenari italiani. I dati sugli spettatori sono chiari: la nuova formula non sta portando gente nei palazzetti, ma non solo, poiché su otto squadre, solo una (Vipiteno) ha sinora registrato una moderata crescita rispetto all’anno scorso. Per il resto, è terra bruciata, un calo generale senza attenuanti, e senza la forza trainante di Milano, che in serie B va stabilmente oltre le 1000 persone, seguita dalla Val di Fiemme. In Alps, dove al primo e secondo posto figurano Rittner Buam e Val Pusteria, tutte le medie spettatori sono inferiori al migliaio, anche a Brunico, dove negli ultimi anni si era creato un buon seguito attorno alla squadra giallonera. Per andare più a fondo nell’analisi di dati, ci siamo avvalsi dell’aiuto di Enrico Gallo, co-amministratore del noto gruppo facebook Cultura Hockeystica, il quale ha redatto una serie di dettagliate tabelle sugli spettatori non solo di AlpsHL, ma anche di EBEL (il gradino superiore austriaco), e Serie B (il gradino inferiore italiano, dove gli stranieri non possono giocare). Il dato sulle otto italiane di AlpsHL è riassunto nella seguente infografica, che parla quasi da sola.

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Crolli esponenziali, dal 6-7% all’oltre 40% rispetto alla scorsa stagione. La soluzione migliore e più competitiva, ha allontanato il pubblico, nonostante il passaggio da otto a sedici squadre, e un respiro internazionale che dovrebbe perlomeno destare curiosità, supportato e sponsorizzato – fra le altre cose – da Sky Austria. Tutto il contrario, a Brunico, che registra ancora la media più alta, c’è meno pubblico, sull’altopiano del Renon, dove gioca il Rittner Buam, secondo fiore all’occhiello dell’hockey italiano dopo il Bolzano, il dato è sceso di quasi 100 unità, in un’area che però è a bassa densità di popolazione. C’è chi poi continua a soffrire di mali incurabili – Fassa e Cortina – e non riesce più a creare movimento attorno alla squadra locale, dopo un effimero aumento nello scorso anno. Anche ad Egna, che l’anno scorso giocava in Serie B ed è entrata last-minute nel programma inter-alpino, si sfiorano solo le 500 presenze. Andando più a fondo della questione con il lavoro di Enrico Gallo, emergono anche diverse curiosità.

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Le colonne a destra della tabella excel illustrano le gare col massimo e il minimo di spettatori sinora registrati. Stupisce non poco il fatto che a Selva di Val Gardena e in Val di Fassa abbiano richiamato maggior pubblico le sfide contro le austriache Feldkirch e Klagenfurt 2, piuttosto che il derby del Sella tra i due team. Che siano stati i calorosi tifosi del Feldkirch in trasferta ad innalzare il numero di ingressi al Pranives di Selva? Allo stesso modo, a Cortina il boom sono i 338 spettatori della sfida contro la seconda squadra dei Red Bull Salisburgo, mentre all’Odegar il picco sono le 1000 presenze nella prima gara di campionato contro Zell am See. A questo si aggiunge la desolante percentuale di riempimento del palazzetto: nessuna struttura viene riempita almeno per metà della sua capienza. Uno scenario degno della Serie A di calcio pro-pay tv. Ovviamente è presto per i giudizi complessivi, ma i numeri sono in parte allarmanti. Indipendentemente dal livello di gioco, la novità transfrontaliera lascia perplesso il pubblico, senza una ragione che sia logica e comprovata. Non è il livello a fare la differenza: non siamo di fronte alle esigenze svizzere e finlandesi di vedere un hockey d’alto livello e all’avanguardia, e ci sono alcuni casi in giro per l’Europa che lo dimostrano, come quello degli scozzesi Fife Flyers, ben spiegato in questo post di Giorgio Prando: livello basso, stadio fatiscente, ma un gran calore fra gli spalti. Eppure, l’area del Nord Italia tra Alto Adige e Veneto ha una lunga tradizione hockeyistica. Qual è il germe della malattia? Tra le giustificazioni, non bastano le questioni demografiche, non basta il livello inferiore di anno in anno, e non basta una generale disaffezione che non si spiega nemmeno, poiché le risorse locali sono impiegate nelle partite, e il prezzo del biglietto non è di certo qualcosa fuori dalla portata delle più comuni tasche. C’è tempo per far sedimentare questi dati e ragionarci su, anche tra i vertici federali, certo è che trovarsi davanti ad un effetto imprevisto dopo appena due mesi, non è il massimo. Per un raffronto con il livello superiore e inferiore, riportiamo anche le tabelle riguardanti i dati dell’austriaca EBEL, e della serie B italiana, l’unico torneo interamente disputato entro i confini italiani, ma dal sapore molto semi-amatoriale (si gioca una volta alla settimana, è atipico per il professionismo). In EBEL, il dato è incoraggiante, figlio di un lavoro certosino e di disponibilità economiche e organizzative ben distanti dalle difficoltà italiane. In Serie B, ci sono Milano e Fiemme che hanno numeri superiori alla AlpsHL, Chiavenna che riempie quasi l’80% del suo palazzetto, e altre piccole realtà cui forse non si può chiedere troppo, ma la mancanza di professionismo non aiuta. Attendiamo sulla riva del fiume, che ora con l’imminente inverno si ghiaccerà, portando quell’ossigeno che si chiama turismo, incapace però di risolvere i mali del passato ritrovati con più invadenza nel presente. Effetto imprevisto trascurabile, o embrione di un flop?

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Ringraziamo per la collaborazione Enrico Gallo e il gruppo Facebook Cultura Hockeystica

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