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Hertzko Haft, la Belva giudea

Hertzko Haft, la Belva giudea

Nel giorno della Memoria si ricordano i milioni di morti causati dall’Olocausto nazista. Ma tra le vittime di quell’abominio ci furono anche i sopravvissuti che, una volta liberati, condussero ciò che restava della loro esistenza a rivivere quotidianamente quanto accaduto nei campi di concentramento. Come il pugile Hertzko Haft. 

Nell’altro stanzino c’è Rocky Marciano che ti attende. Sarebbe uno da far tremare le vene e i polsi, quell’uomo con i guantoni dall’altra parte. Se non fosse che il senso longitudinale di quelle vene è lo stesso del numero di matricola disteso lungo l’avambraccio, prima del guantone, come un cadavere anonimo in mezzo agli altri, fuori da una baracca.

Nell’altro stanzino c’è un giovane uomo che si gioca, come gli capiterà chissà quante altre volte, soltanto il suo destino sportivo, da plasmare così come il suo nuovo nome quasi americano e ancora un po’ abruzzese. A te il destino lo hanno ricucito chissà come, pretendendo che poi non si vedesse più la cicatrice. Nascosto dentro un’uniforme, sottraendolo alla morte del corpo rimasto possente; per quella dell’anima non c’era più tempo.

Chissà se Marciano sente le voci dei tre mafiosi, dei suoi paisà, che ti raggiungono nello spogliatoio. Di certo è al corrente di tutto, così come è consapevole di essere fortissimo, il più forte di un’epoca che sarà la sua.

Ti minacciano, i tre italoamericani; ti intimano di andare giù, che prima lo farai e meglio sarà. 

La tua, di epoca, quando era iniziata, quando è finita? Bisognerebbe chiederlo alla vita, ma le risponderebbe la Storia, quella che non apprende mai lezioni ma pretende di somministrarne agli uomini.

Perché su un quadrato di Rhode Island, il 18 luglio del 1949, ti chiami Harry Haft, peso massimo piuttosto basso per la categoria, aggressivo fino a mostrarsi spietato, con una tecnica elementare e una tattica difensiva ancora più labile.

Harry non è mai esistito, in realtà, perché non ha avuto tempo. Nemmeno Marciano si chiama Rocky, se è per questo, ma l’America che gli ha cambiato il nome in lui ha trovato un ragazzo con una storia semplicemente da scrivere, con una vita alle radici della quale è possibile risalire attraverso giorni di cui un qualche dio non dovrà mai vergognarsi.

Chi va in America alla fine degli anni quaranta rinasce a una nuova esistenza, con un fardello di rischi e una provvista di speranze, con la parola futuro che contiene ogni tipo di possibilità, o di paura. Non Harry, e nemmeno Hertzko, il suo vero nome. Hertzko Haft, ebreo polacco, spalle larghe, torace possente. Un amore da proteggere, Leah. Indissolubile, in ogni altro tempo. Non nell’Europa orientale della prima metà degli anni quaranta, all’ombra in frantumi della Stella di David.

Bisogna pur passarlo, il tempo, nel lager, con tanti prigionieri da amministrare. Distribuire. Smaltire, appena si può.

Non sono infrequenti le prove sportive, tra detenuti obbligati. Calcio, pallamano, gare di corsa che esasperano la debilitazione del fisico e ai più fortunati garantiscono una doppia razione di zuppa. Poi la boxe, che è un’altra storia: in un angolo tiene in vita, in quello opposto uccide l’altro prigioniero. Spesso per i colpi presi, sempre per le scommesse dei soldati, dei colonnelli, dei generali.

Per Hertzko Auschwitz diventa subito un quadrato: negli occhi di un gerarca il suo fisico è fatto per la boxe; non sarà così alto ma è piantato come una colonna di marmo, a dispetto delle privazioni del viaggio, dei tormenti, della fame e della sete già patite.

Settantacinque incontri, altrettante vittorie per ko, nel lager. Per Hertzko vuol dire aver decretato per settantacinque volte una condanna a morte: probabilmente più di molte SS. È così che si guadagna quel soprannome, due volte disumano, pescato dal fondo melmoso del pozzo dell’aberrazione: la belva giudea.

Un’uniforme trafugata chissà come, la fuga da Auschwitz, il viaggio verso l’America. Una nuova vita, in teoria, come se bastasse mettere in mezzo un oceano per tornare a esistere come tutti gli altri, tutti quelli che hanno potuto scegliere qualcosa, qualsiasi cosa.

Harry, un pugile. Cattivo come pochi altri, come se anche da questa parte del mondo la vita, o quel che resta dell’esistenza, dipendesse dalle puntate di un soldato tedesco. Tanta forza, violenza ancora di più.

Lo sfidante di Rocky Marciano, imprevedibile perché sprovvisto di strategia difensiva.

Forse vincerebbe lo stesso, Marciano, anche senza le pressioni dei tre mafiosi. Ma uno che ogni volta che è salito su un ring ha dato in pasto alla morte il suo avversario, quanta paura potrà avere di un peso massimo italoamericano?

Di fatto va giù alla terza ripresa, Haft; quell’ Harry mai esistito, Hertzko che dal lager non riuscì a tornare mai del tutto. Ma è solo un dettaglio, come l’uniforme della fuga, come i documenti rimediati per l’espatrio.

Solo Leah non era un dettaglio, solo il ricordo di lei continuerà a suscitare in lui traccia di uomo. Lui, che avrà una moglie, tre figli, ma un’aria per sempre dura, arcigna, uno sguardo anaffettivo su ogni giorno del suo presente.

La ritrova, Leah, anche lei emigrata negli Stati Uniti, dove Hertzko ha scelto di continuare a boxare soltanto affinché un giorno lei possa leggere di lui e riconoscerlo in quell’Harry che arriva a sfidare Rocky Marciano.

La ritrova quando il tempo non ha più risarcimenti da dispensare; quando la malattia di lei è un altro aguzzino, senza alcuna Norimberga a fare giustizia.

Storia di Hertzko Haft, mai stato Harry per davvero, Mattia Pascal incrudelito dai guantoni, che ogni volta che restava in piedi faceva un passo verso il fondo dell’abisso.

Forse per questo, quando il destino sembrò intenzionato a risarcirlo, lui ormai non sapeva più cosa chiedergli.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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