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Harrison contro Young: anche il Tennis si scopre razzista?

Non è iniziato nel migliore dei modi il torneo di New York, nuova tappa del calendario ATP che da quest’anno sostituisce il torneo di Memphis. A tenere banco è stato l’accesissimo diverbio tra Ryan Harrison e Donald Young, che ha pubblicamente accusato l’avversario di avergli rivolto frasi razziste. Ma andiamo con ordine.

E’ la sera del 13 febbraio e i due tennisti americani si sfidano in un match che si profila già di suo bollente. I due infatti non si sono mai amati, già in altre occasioni la loro reciproca antipatia è emersa sui campi da gioco. Ma stavolta Ryan e Donald non se le mandano a dire, e oltre a battagliare a suon di dritti e rovesci si punzecchiano l’un l’altro a ogni cambio campo. Trash Talking, nulla di nuovo. Però ad un tratto la situazione degenera: i due si ritrovano quasi a contatto, poi si separano e Harrison inizia a protestare col giudice di sedia, per poi cominciare un nuovo battibecco con Young, finchè l’arbitro non interviene per evitare ripercussioni. A fine match – vinto da Harrison – i due si stringono appena la mano, visibilmente indispettiti l’uno nei confronti dell’altro.

  Sembrerebbe un semplice episodio di gioco, tanto spiacevole quanto però comune. E invece, nel post-partita, succede il putiferio. A scatenare la miccia ci pensa Valentine Lee, la ragazza di Young, che con un paio di tweet si scaglia tanto contro Harrison quanto contro l’ATP, rea di aver tentato di insabbiare la vicenda. Ma di quale vicenda starebbe parlando? A rispondere ci pensa Young stesso, con un tweet lapidario: Sono shockato e amareggiato, Ryan Harrison, per averti sentito dire cosa pensi realmente di me come tennista di colore nel bel mezzo del nostro match a New York. Credevo che questo fosse uno sport per gentiluomini”.

 Il tutto sarebbe avvenuto a seguito di un “Come on” urlato da Young in faccia al’avversario, che si sarebbe imbufalito a tal punto da uscirsene con unE’ così che vi comportate voi negri”. Da questa frase sarebbe poi nato l’animato alterco tra i due, poi smorzato dal giudice di sedia.

Di contro, Harrison ha rigettato ogni tipo di accusa: Le accuse fatte da Donald Young questa sera dopo il nostro match sono assolutamente false. Sono estremamente dispiaciuto che qualcuno possa avere una tale reazione dopo aver perso una partita. Ogni prova video/audio chiarirà la situazione al 100% ed incoraggio chiunque ne abbia la possibilità a trovarle”.

 Successivamente si è scoperto che già mezz’ora dopo il match Young e Harrison erano stati convocati nell’ufficio del supervisor, per chiarire la questione. Anche in quell’occasione a seguito delle accuse di Young Ryan si era professato assolutamente innocente, chiedendo di trovare qualunque tipo di registrazione potesse spiegare quanto accaduto. Inoltre il texano si sarebbe detto disposto a firmare un documento in cui accettava una sospensione immediata di tre mesi qualora da qualche filmato fosse risultato quanto sostenuto dal suo avversario.

 Per sfortuna tutti i video e le registrazioni si sono rivelati inutili, a causa della scarsa qualità. Ryan successivamente ha inoltre sottolineato come tutti i fatti sono avvenuti davanti all’arbitro, ai giudici di linea e ai raccattapalle, i quali se avessero sentito qualcosa avrebbero dovuto avvisare l’ATP durante gli interrogatori a seguito dell’episodio. Ma al contrario nessuno ha segnalato alcunché.

 In mancanza di prove, la vicenda è destinata a chiudersi con un nulla di fatto. Non sapremo mai se Young ha mentito – magari piccato dopo aver perso il match -, oppure se Harrison si è davvero espresso con frasi razziste.

L’amarezza per una situazione simile però rimane. Tra l’altro i nuovi campi di New York avevano una peculiarità: erano i primi campi ATP di colore nero. Ecco, sarebbe stato bello se durante il torneo gli unici commenti sul nero fossero stati indirizzati sul colore del campo. E invece no, nel 2018 il nero è ancora associato al colore della pelle, a ricordare come il razzismo – anche se in questo caso non vi sono prove – è ancora lungi dall’essere estirpato.

Lorenzo Martini
A cura di

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