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Harold Reitman, il dottore combattente per amore della figlia

Harold Reitman, il dottore combattente per amore della figlia

Ha compiuto ieri 71 anni Harold Reitman, il pugile dottore che ha combattuto per un solo motivo, l’amore per la figlia. Vi raccontiamo la sua bellissima storia.

Nel 1971, i Golden Gloves del New England si disputarono a Lowell, nel Massachusetts, città operaia che, anni più tardi, avrebbe avuto nei fratelli Dicky Eklund e Micky Ward le proprie punte di diamante.

I pesi massimi videro il dominio di un ventunenne del New Jersey, Harold Reitman, che impose una boxe fatta di potenza e precisione giungendo alla vittoria col percorso netto di quattro KO su quattro incontri disputati.

Un promoter di Boston gli offrì subito centomila dollari per firmare un contratto da professionista con la propria organizzazione: il ragazzo declinò l’offerta. Con gentilezza, ma anche con fermezza.

Harold Reitman, a quel tempo, era al terzo anno di corso alla Boston University School of Medicine.

Nel 1974, si sarebbe laureato con ottimi voti, cominciando la lunga trafila delle specializzazioni mediche ed in pochi anni sarebbe diventato un chirurgo ortopedico di grande nome, in particolare per la cura delle ginocchia degli sportivi.

Nel 1987, Reitman scoprì come la sua unica figlia, Rebecca, fosse portatrice della sindrome di Asperger, un disturbo correlato con l’autismo.

I suoi interessi professionali cominciarono a deviare sullo studio della patologia mentale che gli impediva di tenere una normale relazione con la sua bambina e che, al tempo, era poco conosciuta e descritta.

Per trovare i fondi necessari allo sviluppo di ricerche approfondite e all’avvalersi di pareri degli specialisti, Harold Reitman, a quasi quarant’anni, sciolse i guantoni dal chiodo e risalì sul ring.

Lo fece da professionista.

Incontrò debuttanti, journeyman e brocchi acclarati. Si fece un nome come “Dottore combattente”, cominciò ad avere buoni ingaggi nell’undercard di match di un certo richiamo e combatté per un titolo minore a Fort Lauderdale, dove due KD inflitti all’avversario non gli valsero ugualmente un verdetto favorevole.

Nel ’95, perse da Peter McNeeley, che gli appassionati ricorderanno per esser stato il primo avversario di Mike Tyson una volta che questi ebbe scontato la propria condanna per stupro. Forse ricorderanno anche come McNeeley fosse un ottuso stupidone: notevole contraltare al fine intelletto di Harold.

A cinquantadue anni d’età, Harold Reitman concluse i propri anni di peso massimo professionista. Durante una tardiva ma lunga carriera non aveva perso nemmeno un giorno di lavoro come medico chirurgo.

Ogni singolo centesimo delle borse da lui percepite era stato integralmente devoluto ad organizzazioni in aiuto a bambini malati o disagiati, affinché essi potessero ricevere le cure o avessero accesso a studi che erano stati loro preclusi alla nascita.

Aveva pubblicato vari saggi di grande valore scientifico e il suo libro Aspertools, scritto a quattro mani con la figlia Rebecca, è considerato un fondamentale manuale per le famiglie che hanno un tale, enorme problema da fronteggiare.

‘Neurodiversity’ è una comunità da lui fondata e diretta che aiuta migliaia di genitori che devono confrontarsi con la diversità mentale dei loro figli, sia economicamente, sia con la competenza dei medici affiliati.

Nel 2015, Harold fu il relatore all’introduzione delle Special Olympics di Los Angeles.

La comunità scientifica internazionale considera il dottor Reitman un luminare di valore assoluto.

In questo periodo durissimo, durante il quale il mondo intero si oppone ad un nemico invisibile, pericoloso e strisciante grazie ad un’eroica prima linea composta da personale ospedaliero, voglio rendere omaggio a questo medico dal cuore infinito, ai cui lunghi anni di studi delle scienze mediche egli ha aggiunto la tenacia e la determinazione che prosperano quando si è chiusi tra le corde con un altro pugile.

Ancora una volta, fatemi ringraziare i medici e paramedici di tutti gli ospedali d’Italia e della mia piccola San Marino.

 

Marco Nicolini
A cura di

Nipote di un insegnante sammarinese migrato nei licei delle vallate alpine, sono nato a Padova nel ’70 ed ho chiuso il cerchio di itinerante storia familiare rientrando nell’antica repubblica del Titano quando non ero ancora trentenne. Avevo prima vissuto in varie parti d’Europa, dei Caraibi e dell’Africa grazie a diversi, talvolta avventurosi, impieghi giovanili. Al contrario, ora, lavoro in banca. Ho coronato il mio amore per le lingue e le letterature straniere all’Università di Urbino, compiendo gli studi in una lunga e poco gloriosa carriera accademica. Appassionato sportivo, ho praticato con alterne fortune il pugilato, il windsurf, il calcio, la canoa olimpica. Seguo il rugby con piglio da intenditore. Nel 2015 ho attraversato l’Adriatico in kayak nel suo punto più largo. Scrivo di boxe perché ne vale la pena: il ring trattiene tra le corde le storie che la fantasia di un romanziere non potrebbe mai eguagliare.

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