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Hakan Sukur, l’uomo che fallì tre volte

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Hakan Sukur, l’uomo che fallì tre volte

Compie oggi 48 anni Hakan Sukur, il bomber turco che oggi ha cambiato completamente vita. Durante la sua carriera ha fatto innumerevoli goal ma la sua esperienza in Italia fu tutto tranne che esaltante. Ve la raccontiamo.

Siamo nell’estate del 1995. Il Torino arriva da una buona salvezza nel primo anno della gestione del presidente Calleri e vuole provare a fare il salto di qualità. Il desiderio è non accontentarsi di mantenere la categoria ma spingersi oltre, chissà magari anche in Europa.

Confermati i migliori calciatori dell’annata precedente (su tutti Angloma, Abedi Pelé e Rizzitelli), Calleri non bada spese e continua ad investire. Arrivano: il portiere Enzo Biato, miglior estremo difensore dell’ultima Serie B a Cesena; il terzino mancino, reduce da un grande campionato a Cremona, Mauro Milanese; il giovane bomber Davide Dionigi e poi lui, il grande campione pronto a far fare il salto di qualità: Hakan Sukur.

E’ vero, oggi tale affermazione risuona più come una barzelletta ma al Galatasaray il turco ha fatto sfracelli e si pensa che in Italia possa dimostrare altrettanto.

Mai idea fu più malsana: Sukur già in precampionato è in preda a crisi dovute alla mancanza della madrepatria turca. In campionato, tuttavia, non parte male: alla prima in casa contro il Bari segna con un bel colpo di testa, il Toro vince 3-1 e si pensa a una malinconia di passaggio.

Sarà soltanto un fuoco di paglia. Il giocatore, ben presto, inizia a fare di tutto per lasciare la città della Mole. “Voglio tornare a casa“: questo il titolo di un’intervista in quei mesi così ‘difficili’ per lui.

Dopo 5 partite in totale con la casacca granata, Sukur torna ad essere un calciatore del Galatasaray.

Trascorrono cinque anni di successi e gol in patria ed Hakan Sukur decide che è arrivato il momento di riprovarci, che l’Italia non ha mica visto il vero Sukur ed è giunta l’ora che ciò avvenga. L’Inter di Moratti, senza Ronaldo, decide che per rimpiazzare il ‘Fenomeno’ non c’è nulla di meglio che lui: Hakan Sukur (la risata qui è concessa, quasi doverosa).

L’inizio del Sukur 2.0 in Italia è da brividi: Inter fuori dalla Champions ai preliminari, per colpa del non certo esaltante Helsingborg. Sukur non segna.

Arriva la prima giornata di campionato: Reggina-Inter, Sukur parte titolare e, ancora una volta, va male. La Reggina vince e Lippi invita il presidente a prendere a calci nel sedere i giocatori. Sono passati solo 90 minuti di Serie A e l’Inter è già senza allenatore.

Sukur, intanto, prova a darsi da fare e combina anche qualcosa: si sblocca a novembre contro la Roma; regala all’Inter una qualificazione ai quarti di finale di Coppa UEFA (decidendo a 2′ dalla fine la partita contro i tedeschi dell’Hertha Berlino); segna un gol pure nel derby. Alla fine, il bottino personale recita: 6 reti in 34 partite totali. Una brutta stagione, comunque, per l’Inter, che chiude in quinta posizione. Moratti decide di fare a meno del turco, per puntare per l’anno seguente sui giovani Ventola e Kallon.

Non soddisfatto (errare è umano ma perseverare diabolico), Sukur tenta l’avventura a Parma; parte bene e poi chiude nell’anonimato: 3 reti in 16 partite. Addio Italia, stavolta per sempre, e benvenuta Inghilterra: nuova destinazione Blackburn. Un altro fiasco. Nel 2003, la scelta definitiva: il terzo ritorno al Galatasaray. In Turchia c’era ancora gloria per il povero Hakan.

Dopo il calcio Sukur divenne un politico e ha aspramente criticato l’operato di Erdogan tanto da dover rifugiarsi in esilio in California dopo l’arresto del padre e la confisca di tutti i suoi beni. Ma non è finita: di recente ha aperto un bar a Palo Alto e gioca in una squadra locale.

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Nato a Roma sul finire degli anni Ottanta, dopo aver conseguito il diploma classico tra gloria (poca) e
insuccessi (molti di più), mi sono iscritto e laureato in Lingue e Letterature Europee e Americane presso la
facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Tor Vergata. Appassionato, sin dall'età più tenera, di calcio,
adoro raccontare le storie di “pallone”: il processo che sta portando il ‘tifoso’ sempre più a diventare,
invece, ‘cliente’ proprio non fa per me. Nel 2016, ho coronato il sogno di scrivere un libro tutto mio ed è
uscito "Meteore Romaniste”, mentre nel 2019 sono diventato giornalista pubblicista presso l'Ordine del Lazio

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