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Günter Netzer, Sigfrido a centrocampo

Günter Netzer, Sigfrido a centrocampo

Uno spiraglio di sole, nonostante l’ombra di Franz Beckenbauer: per il calcio tedesco e per una pretesa rivalità che non poteva non sussistere, soprattutto per la stampa, Günter Netzer ha incarnato tutta la indiscutibile grandezza amplificata dai “nonostante” di rito. Perché nonostante il Kaiser, Netzer può e deve essere ricordato soltanto come un primo attore, un uomo squadra che ha sintetizzato la nitidezza delle geometrie e la possanza di un atletismo che era già un anticipo del football venturo. La falcata regale, che supportava una progressione inesorabile; il lancio euclideo, la sventagliata che catapultava in un frangente l’azione presso l’emisfero opposto del gioco. Con la chioma bionda, fluente, a incorniciare una regia carismatica: Netzer era olio minerale nell’incastro degli ingranaggi; un Sigfrido pieno di fosforo e mai in riserva di ossigeno.

Se dovessimo dare un volto all’età dell’oro del Borussia Mönchengladbach, non avremmo dubbi nello scegliere il suo: capo carismatico e direttore d’orchestra per le due Bundesliga vinte nel 1970 e nel 1971 e per la Coppa di Germania del 1973. I suoi anni più fulgidi, quelli dell’apogeo tecnico e atletico.

“Prima che la squadra arrivasse al successo, la gente non sapeva neppure dove fosse Moenchengladbach: eravamo la provincia, un po’ come da voi il Cagliari di Riva”.

E pochi, davvero pochi giocatori erano più adatti di lui per sintetizzare i valori della pragmatica, coriacea e traboccante di talenti Germania Ovest della prima metà degli anni settanta. Una nazionale cannibalesca, guidata in panchina da un santone come Helmut Schöne e dominatrice assoluta dell’Europeo disputato in Belgio nel 1972. Se Beckenbauer era il capitano, in quella rassegna continentale Netzer portava sulle ampie spalle il numero dieci; in mano le chiavi della manovra, fino al tre a zero senza storia della finale contro l’Unione Sovietica. Forse il miglior Netzer di sempre, quello del quale il Real Madrid non poté fare a meno di innamorarsi.

Il primo, eclatante trasferimento all’estero di una stella della Bundesliga. Con un ingaggio fantasmagorico, per l’epoca, strappato a Santiago Bernabéu dopo un tira e molla che dai 350000 marchi richiesti porterà Netzer ad “accontentarsi” di 295000, per tre stagioni, dal 1973 al 1976, nel corso delle quali con la maglia bianca indosso vincerà due volte la Liga e altrettante la coppa nazionale, quella che all’epoca ancora si chiama Copa del Generalísimo in onore di Franco. A Madrid gli cuciono addosso anche il soprannome più esaustivo, per descriverne doti e caratteristiche: “l’angelo dai piedi grandi”. Secondo alcune note biografiche dell’epoca, calza il 50, in realtà la misura esatta è il 48. Contravvenendo a uno dei più consolidati luoghi comuni del calcio di qualche decennio fa, quello secondo il quale più il piede è piccolo, più la tecnica è raffinata. A smentirlo, bastarono le parole di Hennes Weisweiler, il suo tecnico al Borussia: – Netzer potrebbe lanciare da sessanta metri e decidere di colpire un trifoglio. –

Se l’Europeo del ‘72 lo aveva visto protagonista assoluto in nazionale, il Mondiale disputato in casa nel 1974 lo vivrà invece quasi da emarginato: Campione del mondo, sì, alla fine; ma con al proprio attivo solamente i ventidue minuti finali disputati durante la più paradossale delle partite che la Coppa del Mondo ricordi: quella, mai più ripetuta, tra le due Germanie, decisa dal gol più politicizzato della storia, messo a segno da Jurgen Sparwasser per l’impensabile vittoria proletaria della DDR.

Il fatto è che Netzer, da un anno a Madrid, è l’unico emigrante di lusso nel gruppo di straordinari giocatori agli ordini di Schöne e questo aspetto non è così ben visto dalla stampa e dai tifosi teutonici: alla fine, anche su pressione di Beckenbauer e Gerd Müller, il selezionatore gli preferisce il mancino Overath, altro delizioso regista, bandiera del Colonia. Per un periodo, durante le gare di qualificazione, Schöne aveva anche tentato di farli coesistere, per poi rendersi conto che nessuno dei due era nato per farsi dirigere, anche soltanto a tratti, dall’altro.

Dopo aver chiuso la carriera in Svizzera, nel Grassoppher di Zurigo, Netzer avvierà una fortunata carriera come dirigente e come commentatore sportivo; senza mai disdegnare il suo piglio imprenditoriale, al quale aveva iniziato a dare sfogo quando ancora giocava. Perché se è vero che vedendolo con i capelli lunghi, i pantaloni a zampa d’elefante e una certa aria da ribelle, qualcuno aveva provato ad accomunarlo addirittura a George Best, c’era fra i due un distinguo fondamentale: Best i locali li frequentava, spesso fino all’alba; Netzer invece li comprava, senza bere un goccio, per moltiplicare i suoi guadagni.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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