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Guido Masetti, primo portiere, oggi più di ieri

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Guido Masetti, “primo portiere”, oggi più di ieri

Potrebbe essere un personaggio di Hemingway, a giudicare da certi primi piani che lo ritraggono con un basco in testa, il sorriso ampio e guascone, l’aria di chi ne ha viste tante, così tante da non prenderla mai del tutto sul serio, la vita.

O forse è soltanto la magia del bianco e nero a far fiorire certe suggestioni colorate; di un tempo in cui quasi tutto era da immaginare e per sapere come calciasse un attaccante avversario bisognava leggere attentamente i resoconti del lunedì, sui principali quotidiani: termini arcaici e roboanti aggettivi, pesanti quasi quanto gli scarpini, ch’erano ferri da stiro, o come il pallone che sembrava di ghisa.

E allora il basco era più che altro una coppola, che prima del fischio iniziale finiva in fondo alla rete; un po’ d’abitudine e il resto scaramanzia, sotto le tribune di legno da dove spirava un accento che piano piano lavava via le parole tronche e musicali di quello veronese.

Era quella la parlata di Guido Masetti, che alla Roma, se avesse potuto, ci sarebbe andato ancora prima dell’estate del 1930, come se già da giovanissimo portiere gialloblù avvertisse che il suo destino lo attendeva lontano dalla città natale, lungo i saliscendi dei Sette Colli.

Roma gli aprì le braccia, lui le mise i guanti.

Prestante ed esplosivo, non troppo alto; maestro nel piazzamento e reattivo come un gatto, tra i pali. Quando se ne allontanava, perché gli toccava uscire, non si sentiva né veronese di nascita, né romano d’adozione, perché allontanandosi dalla porta poggiava il tallone, quello achilleo, sulla sua personale terra di nessuno, laddove era più facile fargli gol, come raccontano tante di quelle cronache dove ancora oggi possiamo leggere tutto ciò che non vedremo mai, che possiamo soltanto immaginare, come lui faceva attraverso gli articoli in cui si parlava dell’attaccante che gli si sarebbe  toccato in sorte la domenica successiva.

E tra un’insidia domenicale e l’altra, difendeva anche il morale della Roma, oltre alla rete, come se il treno delle lunghe trasferte fosse più che altro la cassa di risonanza delle risate dei compagni. Tutti, indistintamente, quelli che venivano dopo di lui, a cominciare da Guido De Micheli, ognuno con le sillabe del proprio nome fatte apposta per la canzone, anzi per la “canzona” di Testaccio, dove lui non è soltanto l’estremo difensore: è “primo portiere”, quasi una carica onorifica, o un quarto di nobiltà.

E nobilitante, per sé e per la Roma, fu il lungo viaggio con la maglia sulle spalle, indossata da giovane, dopo esser venuto via da un Verona che non voleva saperne di lasciarlo andare, salutata nell’anno in cui il cui il primo scudetto le abitava in petto, dopo la vittoria dell’anno precedente, gioia salvifica per un popolo fiaccato dalla guerra e dalla dittatura.

Tredici anni, per poi tornare due volte in panchina, infine per scoprire di non essersene mai andato, ancora oggi che lui non c’è più, che basta nominarlo per risentire i piedi che battono sugli spalti di legno, Guido Masetti, 338 presenze in Serie A con la maglia giallorossa, Campione d’Italia nel 1942: primo portiere, a tutti gli effetti, oggi più di ieri.

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Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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