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Gli amici, i riflessi, il gioco di gambe: storia di Willie Pep

Gli amici, i riflessi, il gioco di gambe: storia di Willie Pep

Ci si può scordare di un re? A quanto pare sì; perché capita, a volte, che non bastino le statistiche, gli almanacchi, i ricordi e nemmeno le corone. Abbiamo detto più d’una volta che scriviamo anche per risarcire, in effetti; per riparare ai danni dei vuoti di memoria di cui soffre la storia di ogni sport. E decida il lettore se stavolta la similitudine è più ovvia o più scontata: come un pugile troppe volte colpito alla testa, con tutte quelle zone d’ombra sui propri ricordi che a un certo punto presentano il conto.

C’è troppo spesso, quel conto così salato da pagare, nelle storie dei campioni così come di quelli che la gloria l’hanno soltanto annusata, o vista passare, attraverso i guantoni degli altri. A volte le donne, altre il gioco; oppure la bottiglia, i debiti. E qualche volta tutte queste cose insieme.

Il fatto è che di Willie Pep dovrebbe bastare il solo a nome a evocare tutta un’età dell’oro pugilistica, come quando si nominano Ray Sugar Robinson, Joe Louis, Ali. E invece per ricordarsene oggi bisogna tornare a leggere quello che di lui si diceva allora, vale a dire negli anni quaranta, quando sembrava smaterializzarsi di fronte agli attacchi di chi era certo di averlo beccato, fino all’istante in cui i suoi avversari se lo ritrovavano un poco più a destra, un poco più a sinistra o un poco più in basso rispetto al punto in cui avevano individuato, o pensato di individuare, il bersaglio. Più frustrante di un pugno incassato è un pugno che va a vuoto, perché è come aprire la cassaforte delle proprie risorse e buttare qualche banconota dalla finestra, con la certezza che non verrà mai restituita. Non c’è stata occasione in cui Willie Pep non sia salito sul quadrato senza costringere il suo avversario ad aprire la cassaforte dei pugni, per poi sentirli sibilare verso il niente. Piccolo, minutissimo sacerdote della schivata, officiava il suo rito attraverso un’oscillazione ipnotica del tronco, sempre in sincronia col compasso delle gambe che si apriva e chiudeva di continuo, con la frenesia delle ali di certi insetti, per disegnare cerchi ora più ampi, ora più ristretti, nel girotondo attorno alla frustrazione di chi gli cercava il fegato, lo stomaco, la mascella. Era una boxe che evadeva da se stessa, la sua, fino a che il cacciatore, esausto, non si rendeva conto di essere finito in trappola.

– Calati juncu ca passa la china –: viene in mente questo proverbio siciliano, per rendere l’idea della filosofia che ispirava la sua strategia di difesa, simile a quella del giunco che si flette quando la forza dell’acqua che tutto travolge tenta di spezzarlo. Per spezzarlo avrebbero prima dovuto prenderlo, però; lui che quel proverbio lo aveva sentito chissà quante volte, nel suo quartiere: perché Willie Pep in fondo non è mai esistito, fuorché nelle chiamate dello speaker o negli almanacchi che recitano come una litania i suoi 241 incontri, dei quali 229 vinti, undici persi, uno pareggiato. In realtà a esistere era Guglielmo Papaleo, figlio di emigranti siciliani, venuto alla luce a Middletown, nel Connecticut, nel settembre del 1922.

“Pesavo circa 40 chili bagnato fradicio; non sapevo nulla della boxe. Ero solo un ragazzino. Ma sapevo abbastanza su come non farmi colpire.” Lo avrebbe confermato la sua boxe, o meglio la sua scherma; una evasiva forma d’arte quasi del tutto priva della parte riguardante l’offesa. Quella la metteva in atto per pochi secondi, quando cominciava a rendersi conto che il suo antagonista cominciava ad annegare nell’acido lattico.

Nulla manca, a livello di cliché, nella sua esistenza dentro e fuori dalle corde, ma nel raccontarlo non ha mai sfiorato la banalità. La prima fasciatura, per così dire, che abbia avvolto le sue mani è stata una pezza da lustrascarpe, perché così aveva iniziato a guadagnarsi da vivere non appena i genitori lo giudicarono pronto per portare qualche soldo a casa. A testimonianza del fatto che anche un bianco poteva avere una storia degna di un blues, se nasceva nel cono d’ombra della società americana. Il fatto è che nel Connecticut, negli anni della Grande Depressione, girava qualche spicciolo anche per gli incontri di pugilato fra dilettanti e non è che stessero sempre a badare all’età di chi decideva di salire su un quadrato improvvisato, magari in un solaio, o nel magazzino vuoto di qualche stabilimento che aveva chiuso i battenti. Per la verità nemmeno ai nomi badavano, cosicché molti giovani pugili oltre a barare sull’anagrafe davano anche un nome di fortuna agli organizzatori, che spesso erano dei portaborse di qualche boss locale che intascava gli introiti delle puntate che venivano effettuate anche sugli incontri clandestini. Fu per questo che una sera del 1938, nel piano rialzato di un magazzino di sementi per l’agricoltura, Willie Pep coi suoi cinquanta chili scarsi, soffiati su un metro e sessantacinque di altezza si trovò di fronte un ragazzo afroamericano che poteva vantare una decina di chili abbondanti in più rispetto a lui e un divario ancora maggiore quanto a centimetri di statura. Per l’anagrafe era Walker Smith Junior, ma per farlo combattere e aggirare alcuni regolamenti gli avevano fatto prendere in prestito il nome di un altro giovane pugile suo coetaneo: Ray Robinson. Non molto tempo dopo il suo stile gli sarebbe valso il soprannome di Sugar. Proprio lui, ancora prima di essere lui.

Campione del mondo dei Pesi Piuma dal 1942 al 1948 e, di nuovo, dal 1949 al 1950 Willie Pep. Parlano per lui i numeri, le serie quasi interminabili di incontri vinti fino alla conquista della corona, le valutazioni degli esperti e l’idolatria del pubblico per il suo stile. E come spesso accade erano i nomi degli avversari a decretare il valore suo e quello delle sue conquiste: fra tutti, quelli di Sammy Angott e Saddy Saddler. Contro entrambi, in un paio di occasioni, Pep commise l’errore di abbandonare il suo stile da schermidore per misurarsi con loro a livello di pugni, rimettendoci anche a causa della statura non certo da corazziere.

Speciale, Willie Pep, per il suo modo di interpretare la battaglia; per la proporzione tra i pugni dai quali non si fece mai trovare e quelli, risolutivi, che incrementavano il suo record alla fine di ogni singola contesa. Una sorta di canone inverso suonato per mezzo del gioco di gambe.

Eppure, non fu il più speciale tra gli aspetti che lo riguardano, perché dopo essere sbocciato alla boxe col suo nome americano, Pep ebbe anche la ventura di nascere una terza volta, se il lettore ci passa l’espressione, rivenendo alla luce da un utero di lamiere contorte e ali spezzate: letteralmente miracolato come superstite dell’incidente aereo nel quale morirono tutti gli altri passeggeri, il 5 gennaio del 1947, come ringraziamento alla sorte scelse di tornare sul quadrato il prima possibile, forse anche per mettere alla prova se stesso dopo il trauma subito, anche per rendersi conto delle tracce che gli aveva lasciato. Impiegò sei mesi a rimettersi in forma, in effetti, ma si trattò di un recupero prodigioso, perché quando venne rinvenuto il suo corpo, dopo lo sgomento dei soccorritori che lo trovarono ancora vivo, Pep era pieno di fratture, soprattutto alle gambe e alla schiena.

Quando gli appassionati tornano a percorrere la sua storia, oltre alla grandezza indiscutibile dei suoi record, sempre troppo poco celebrati; oltre al suo stile di schermidore maestro della schivata; scoprono in Willie Pep un uomo che, nel prendere di petto la vita, la volle attraversare anche attraverso la sfrontatezza degli atteggiamenti che condensava nelle sue efficacissime sentenze, veri e propri aforismi distillati dalla boxe e dall’esistenza in generale. Si potrebbe dire che, per quanto sfuggente era riuscito a essere di fronte a ogni suo avversario, altrettanto aveva scelto di andare all’attacco per il modo di stare al mondo. Pagandone spesso i conti, in tutti i sensi, come dovette fare alla fine di ogni suo matrimonio, contratto con donne delle quali seppe dire: – Erano tutte donne di casa, infatti se le sono sempre tenute. –

Ci lascia, oltre al ricordo di un prodigio atletico condensato in proporzioni da fantino e al lucidissimo piglio del combattente capace di irretire ogni aggressore, anche il modo scanzonato di stilare il bilancio di un’esistenza alla quale nulla venne negato, alla fine: dai soldi dilapidati per le scommesse sui cavalli, sui cani e su qualsiasi altro essere vivente che fosse in grado di gareggiare, fino agli amori tumultuosi. E per il destino comune a tanti combattenti del ring seppe trovare la frase forse più poetica in assoluto, in un mondo di poeti inconsapevoli quale è sempre stato quello della boxe: – Prima se ne va il gioco di gambe, poi se ne vanno i riflessi e, alla fine, se ne vanno gli amici. –

A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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