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Giovanni Paolo II, l’Atleta di Dio

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Giovanni Paolo II, l’Atleta di Dio.

Il 22 ottobre di 42 anni fa Karol Wojtyla dava inizio al suo pontificato. Fu il primo papa a rendere tangibile la sua umanità grazie anche all’attenzione rivolta allo sport.

Il 22 ottobre 1978 Karol Wojtyla si insediò sul soglio pontificio col nome di Giovanni Paolo II. La sua elezione, avvenuta sei giorni prima, aveva destato molta sorpresa e curiosità. Arrivava dopo il breve papato del suo predecessore, papa Luciani (scomparso improvvisamente e in circostanze per certi versi poco comprensibili) e aveva i contorni di un’originalità geografica alla quale il mondo sembrava impreparato: Wojtyla, infatti, era polacco e, in un tempo in cui il suo paese faceva parte del Patto di Varsavia, la sua nomina aveva assunto da subito un’impronta politica che, negli anni, si rivelò essere una delle direttrici principali sulle quali si articolò il suo pontificato.

Ma non fu solo quello che colpì l’opinione pubblica. Il discorso che fece affacciato su piazza San Pietro pochi minuti dopo la sua elezione svelava delle doti che, in quell’uomo venuto da lontano, lasciavano intuire un tratto tipico della sua persona: la sportività. Ancora piuttosto giovane (all’epoca aveva 58 anni), sguardo che combinava in pari misura bonarietà e determinazione, voce ferma e padrona di una conoscenza sufficientemente appropriata dell’italiano, Wojtyla, per prima cosa, volle rendere omaggio al suo predecessore non solo ricordandolo nel suo discorso di presentazione ma scegliendone anche il nome. Un gesto di fair play che, probabilmente, affondava le sue radici in un carattere che aveva avuto modo di formarsi, oltre che nell’afflato religioso, anche nel gusto e nel rispetto delle regole dello sport che Giovanni Paolo II praticò fin quando le sue condizioni di salute glielo consentirono.

Furono molte le discipline nelle quali ebbe voglia di cimentarsi: dagli sport acquatici a quelli alpini, il papa (che venne soprannominato “l’Atleta di Dio” proprio per questo tratto distintivo che lo differenziava dai suoi predecessori e lo faceva sentire più vicino all’uomo comune) sin da ragazzo amava dedicarsi alle attività motorie. Ancora studente giocava a calcio, come testimoniò uno dei suoi compagni di liceo, Eugeniusz Mroz:”Gli piaceva il calcio, soprattutto fare il portiere, perché aveva le braccia lunghe ed era difficile fargli gol”. Una passione, quella per il pallone, che coltivò tutta la vita, ricevendo in udienza decine di squadre che gli facevano omaggio delle loro maglie. Molti, negli anni, hanno provato a immaginarlo tifoso di una squadra piuttosto che dell’altra: dal Fulham al Liverpool passando per la Roma. Ma, al netto del fatto che sia stato nominato membro onorario o socio di diversi club europei (Schalke 04, Borussia Dortmund, Barcellona), è ragionevole pensare che, almeno in gioventù, l’unica squadra per cui Karol Wojtyla abbia avuto un affetto particolare sia stata il KS Cracovia, formazione che il futuro papa andava a vedere allo stadio ai tempi in cui studiava all’università di quella città.

 

Il calcio, comunque, non fu l’unico amore sportivo del pontefice polacco: fino all’elezione al soglio petrino riuscì ad andare in canoa nelle acque di fiumi e laghi mentre, presa confidenza con la residenza estiva di Castelgandolfo, fece realizzare una piscina nella quale i giorni d’estate verso le 19 si tuffava per fare qualche bracciata, sollevando più di qualche riserva da parte di una curia ancora irrigidita in vecchi bigottismi dottrinari.
L’acqua non era la sua unica passione: anche in montagna Wojtyla trovava il modo di esercitarsi, che si trattasse di lunghe passeggiate estive o di qualche discesa sugli sci effettuata sia sugli Appennini che sulle Alpi. Chi lo accompagnava riferiva del grande amore per gli scenari naturali che il papa dimostrava durante quelle escursioni.

Un papa sportivo come mai prima di allora ce n’erano stati. Che, affacciandosi in quella serata di metà ottobre su una piazza San Pietro gremita e vociante come uno stadio, trovò anche l’umiltà di chiedere scusa per il suo italiano: “Se mi sbaglio mi corriggerete” disse sollevando un boato di approvazione che già ne rivelava le qualità di grande comunicatore. “Non abbiate paura!” esclamò veemente e convinto il 22 ottobre 1978 quasi fosse un allenatore che volesse spronare i suoi uomini a fronteggiare senza timori una partita importante.

Anche l’attenzione particolare mostrata nei confronti dei giovani, in fondo, può avere una chiave di lettura legata al mondo dello sport: quando, se non durante la gioventù, i corpi sono maggiormente performanti e capaci di rendere qualsiasi disciplina uno spettacolo naturale? Quando, fisicamente, si riesce a dare il meglio e caratterialmente si definiscono i tratti della personalità se non nel primo periodo della vita?

E che dire della costanza, necessaria per raggiungere qualsiasi record, con la quale perseguì il disegno politico di far cadere il blocco comunista? La forza della giovinezza, il coraggio nell’affrontare le sfide, l’umiltà nel saper riconoscere i propri limiti e la perseveranza di una visione sono stati i tratti caratteristici di un uomo che veniva da lontano e sapeva guardare lontano. E che percorse la lunga maratona della sua vita accompagnato anche dai valori irrinunciabili dello sport pulito.

Giornalista e scrittore, coltiva da sempre due grandi passioni: la letteratura e lo sport, che pratica a livello amatoriale applicandosi a diverse discipline. Collabora con case editrici e redazioni giornalistiche ed è opinionista sportivo nell’ambito dell’emittenza televisiva romana.
Nel 2018 ha pubblicato il romanzo "Ci vorrebbe un mondiale" – Ultra edizioni. Nel 2021, sempre con Ultra, ha pubblicato "Da Parigi a Londra. Storia e storie degli Europei di calcio".

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