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Giocare a calcetto è considerato “orario di lavoro”: Il caso spagnolo e il confronto con il resto del mondo

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Giocare a calcetto è considerato “orario di lavoro”: Il caso spagnolo e il confronto con il resto del mondo

Giocare a calcetto nelle ore di lavoro? In Spagna si può! Una sentenza pronta a cambiare la visione sulla dicotomia Sport e Lavoro.

Tribunale di Vigo, Galizia, giugno 2019. Una sentenza rivoluzionaria promette di scuotere le fondamenta del derecho laboral spagnolo: giocare a calcio a cinque con colleghi o clienti va considerato come parte dell’orario di lavoro.

La sentenza prende le mosse da un’apparentemente singolare richiesta del sindacato dei lavoratori dell’Altadis, una multinazionale del tabacco con sede a Madrid, che si occupa da tempo di organizzare partite di calcetto con i tabaccai del circondario.

L’idea originaria era quella di offrire la possibilità, a coloro che avessero aderito al torneo, di recuperare le ore dedicate allo sport con un corrispondente periodo di tempo libero, a completo carico dell’azienda.

I sindacati, tuttavia, hanno presentato ai giudici spagnoli una richiesta ancora più ambiziosa: che il tempo trascorso sul rettangolo verde fosse considerato, a tutti gli effetti, come orario di lavoro.

La sentenza del Tribunal Supremo, che ha confermato la pronuncia in primo grado dell’Audiencia Nacional, ha avuto l’effetto di produrre, a cascata, una serie di conseguenze giuridiche, come un nuovo regime degli infortuni e dell’organizzazione del lavoro dei turnisti: nel primo caso, da adesso in poi un incidente sul campo sarà considerato a tutti gli effetti un infortunio sul lavoro, mentre chi avrà preso parte alla partita avrà diritto a 12 ore di riposo prima di tornare al lavoro.

E’ quasi superfluo osservare come il provvedimento non trovi eguali in nessuno Stato dell’Unione Europea, né tantomeno in Italia, dove, piuttosto, anni di campagne (spesso giustificate) contro l’assenteismo e i “fannulloni” hanno scoraggiato qualsiasi idea di attività fisica praticata durante l’orario di lavoro, vista come un ostacolo alla produttività.

Tuttavia, il principio affermato dai giudici iberici introduce un concetto non troppo distante da quello che anima il rapporto fra sport e lavoro ad altre latitudini.

In Svezia, ad esempio, fare sport durante l’orario di lavoro è, talora, obbligatorio.

Non si tratta di una disposizione di legge, ma soltanto di un precetto di un’azienda che ha a cuore la salute dei propri dipendenti: la griffe d’abbigliamento Bjorn Borg, infatti, chiude i negozi un’ora prima una volta a settimana proprio per consentire ai dipendenti di allenarsi.

E dire che gli svedesi non sono certo un popolo di pigri: si calcola che il 70 % della popolazione pratichi sport con regolarità. Un trend che l’azienda dell’ex campione di tennis ha inteso seguire, traducendolo in un vero e proprio obbligo contrattuale per i dipendenti.

Cambiando continente, in molti conoscono le peculiarità della cultura giapponese, che fanno del paese del Sol Levante uno dei più sensibili al mondo verso il benessere fisico e spirituale: essere in forma, dicono da quelle parti, è sinonimo di rispetto per se stessi e di esaltazione della propria personalità.

A differenza dell’esperienza svedese, in Giappone un sistema di benefits aziendali rende l’attività fisica non un obbligo bensì un incentivo al mantenimento dello stato di forma, correlato alle relazioni sociali all’interno del luogo di lavoro e allo sviluppo di un senso di appartenenza, tutto nipponico, all’azienda: un’idea vincente anche dal punto di vista della longevità, se si pensa che il Giappone è uno dei paesi in cui la vita professionale (e biologica) è, in media, fra le più alte del mondo.

Se, come detto in apertura, in Italia le cose stanno molto diversamente, sarebbe comunque ingeneroso etichettare il nostro paese come un nemico dell’attività fisica sul luogo di lavoro.

La verità, come spesso accade, si trova nel mezzo, e se è vero che non siamo fra i popoli più attivi d’Europa, negli ultimi anni la tendenza sempre più diffusa è quella di aprire nelle aziende spazi condivisi a vantaggio dei dipendenti i quali possono approfittare delle pause di lavoro per curare la propria forma fisica.

Viste le premesse, chissà che anche nel nostro paese non si arrivi presto alla previsione di incentivi al fitness aziendale: i benefici sarebbero tanti e tutti molto importanti, sia dal punto di vista della salute che da quello lavorativo e sociale.

Parola di medici.

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