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Gigi Cagni, quando la sostanza vince sull’immagine

Molto più di una semplice salvezza. Ha più di un significato la permanenza in serie-B del Brescia, conquistata all’ultima giornata con il 2-1 contro il Trapani. A parte il ritocco al record di partecipazioni nella categoria (il prossimo anno saranno sessanta), la scampata retrocessione permetterà alle “Rondinelle” di beneficiare ancora dei proventi dei diritti televisivi, assenti invece in caso di Lega Pro. Un’eventualità che sarebbe stata un colpo basso per le finanze e il futuro del club, fresco di risanamento e già proiettato a un campionato di transizione, come anticipato da Gigi Cagni ai microfoni, pochi minuti dopo la salvezza.

Proprio il figlio della Leonessa, lo gnaro de’ San Faustì (il ragazzo di San Faustino, suo quartiere di origine) simboleggia lo spessore e la valenza del risultato biancoazzurro. Del quale ne è stato l’artefice principale, centrando l’obiettivo per il quale era stato chiamato a metà marzo al posto di Brocchi e vincendo quella che, per voce sua, si prospettava come “la sfida più rischiosa della carriera”. Un risultato impensabile per molti. Perché il Brescia nel girone di ritorno aveva raccolto due punti in nove partite. Perché, come sussurravano alcuni, Cagni non allenava da troppo tempo ed era ritenuto vecchio e superato.

“Parole, parole, parole…” avrebbe detto Mina. In due mesi, il tecnico sessantasettenne, ex fra le altre di Piacenza ed Empoli, ha svuotato le menti dello spogliatoio più giovane di tutta la serie-B dalla convinzione di essere retrocesso, ancor prima che lo dicesse la classifica, con fiducia, positività e accentramento su di sé delle responsabilità per gli eventuali insuccessi. Alleggerite le teste, si sono alleggerite anche le gambe. Il Brescia è ritornato compatto, capace di soffrire fino all’ultimo secondo e di saper fare a meno anche del suo uomo-simbolo, Andrea Caracciolo, capitano e bomber (14 reti). Da abbonata alla sconfitta a squadra pressoché impossibile da battere. Da squagliarsi al primo gol subito, a pareggiare le partite al 95’. In due mesi, ha messo sotto il Benevento, è ritornato a vincere in trasferta (Novara) e non ha sbagliato gli incontri decisivi – Ternana e Trapani – toppando soltanto contro il Latina. I risultati parlano chiaro: dodici partite, quattro vittorie, sette pareggi e una sola sconfitta, contro la Spal poi vincitrice del campionato, per un totale di diciannove punti in dodici partite. Una media da play-off.

Un piccolo grande capolavoro. Vincendo la sua partita personale nel dimostrare che gli allenatori d’esperienza sono ancora d’attualità, Cagni ha inflitto una dura lezione alla filosofia della rottamazione che a tanti oggigiorno piace. E non solo nel calcio. Quella del “buono perché giovane e cattivo perché vecchio”, quella del “nuovo” che è trendy perché “smart and cool”, ma che poi si rivela inadatto, terribilmente inadatto a fronteggiare le situazioni perché inesperto o, peggio ancora, incapace se non incompetente. Quella che nel calcio, ultimamente, si traduce in improbabili (e talvolta grottesche) emulazioni del “modello Guardiola” da parte di società che scelgono allenatori che facevano i calciatori fino al giorno prima e che, magari, non hanno mai schierato nemmeno una formazione al Subbuteo.

La salvezza del Brescia ha detto che l’immagine e la forma sono state sconfitte, su tutta la linea, dalla sostanza e dai contenuti. Cioè dalle conoscenze. Che non dipendono dalla carta d’identità di chi le possiede, ma dalla sua capacità di saperle adeguare alle situazioni nelle quali sono richieste. Cagni, che ha un curriculum più prestigioso di molti suoi colleghi che hanno seduto e siederanno su illustri panchine di serie-A, ha dimostrato di sapere di calcio anche a trent’anni dal suo esordio. Con lui ha vinto la qualità applicata ai valori. Un patrimonio trasmesso a ragazzi dotati di potenziale e che, se dimostreranno maturità, faranno tesoro di quest’esperienza nel corso delle loro carriere ancora tutte da scrivere. Lo ha fatto con la passione per la professione e l’amore per i colori della sua città. Nelle conferenze stampa, parlava anche in dialetto, regalando sprazzi di un pallone genuino, spontaneo, legato al territorio, da serata in osteria con amici, tagliere di salumi e vino rosso. Quando arrivò, era molto più di un semplice nuovo allenatore. Per quel che è riuscito a fare, questa è molto più di una semplice salvezza. È la storia che un calcio umano e meritocratico è ancora possibile.

Se ci fosse ancora, Giosuè Carducci avrebbe nuovi spunti per un’altra ode alla vittoria.

A cura di

Classe 1982, una laurea in "Giornalismo" all'università "La Sapienza" di Roma e un libro-inchiesta, "Atto di Dolore", sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, scritto grazie a più di una copertura, fra le quali quella di appassionato di sport: prima arbitro di calcio a undici, poi allenatore di calcio a cinque e podista amatoriale, infine giornalista. Identità che, insieme a quella di "curioso" di storie italiane avvolte dal mistero, quando è davanti allo specchio lo portano a chiedere al suo interlocutore: ma tu, chi sei?

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