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O Gigante da colina e il suo profeta magro: Roberto Dinamite

O Gigante da colina e il suo profeta magro: Roberto Dinamite

“Gigante da colina”: un nome da fiaba, che sembra posarsi sulle spalle dei tifosi, alla stessa maniera di quelle bandiere che usano come mantelli, quando sciamano giù dallo stadio “São Januário”, che hanno sempre chiamato con quel soprannome perché siede su una specie di colle del quartiere Vasco da Gama, dove si raduna buona parte della comunità portoghese di Rio de Janeiro. Dove la banda trasversale bianca attraversa in diagonale la casacca nera e sul petto campeggia quella croce particolare, il simbolo originariamente usato dall’Ordine dei Templari e poi passato all’Ordine di Cristo che finanziava i grandi navigatori portoghesi della fine del XV secolo.

Dove hanno giocato Tostão, Edmundo e Romario, tanto per nominare la nobiltà calcistica che ha risieduto da quelle parti, ma dove il giocatore che viene in mente per primo, allo stesso modo in cui viene istintivo nominare il Flamengo e pensare a Zico, è un altro. Uno il cui soprannome, quando giocava, poteva far pensare più a un lottatore di wresting che a un calciatore.

E quando cominciarono a chiamarlo in quel modo, si manifestava subito l’ossimoro tra quelle fibre muscolari così asciutte, quasi filiformi, e il pezzo forte, fortissimo, del suo repertorio, che non si capiva da quale incantesimo fosse garantito, visto che quando partiva era già arrivato, spesso senza il preavviso di una rincorsa.

Carlos Roberto de Oliveira, all’anagrafe meno importante; per quella definitiva, bastò vederlo segnare il primo gol con la maglia del Vasco, nel novembre del 1971, al Maracaná – dove il Vasco ha sempre disputato le gare più importanti – contro l’Internacional di Porto Alegre: videro un ragazzino di diciassette anni ricevere palla spalle alla porta, partire per una serpentina elegante, quindi far detonare, letteralmente, un destro micidiale, potentissimo, la cui traiettoria diede l’impressione di aumentare la velocità nella seconda parte del tragitto, fino a stirare ogni maglia della prima delle 702 reti che avrebbe messo a segno col “Gigante da colina”. Roberto Dinamite: così cominciarono a chiamarlo, così li avrebbe ricambiati fino al 1993, a trentanove anni suonati, sempre con quella banda bianca di traverso e quella croce rossa sul petto, a onorare quegli antenati così ostinati nel cavalcare i misteri dell’Atlantico per scoprire quanto altro mondo fosse ancora celato al loro sguardo.

Anche lui un giorno si convinse a varcare l’oceano, tra l’inverno e la primavera boreale del 1980, attirato dalle lusinghe e dalle pesetas del Barcellona. La sua Liga durò un pugno di partite e di malintesi con Helenio Herrera, anziano e un po’ bollito, che non seppe fare altro che ignorarlo.

Nel mese di aprile ha di nuovo sulle spalle la maglia del Vasco, per un ritorno a casa da centodiecimila anime non più orfane, sempre al Maracaná, contro il Corinthians del Dottor Socrates: vantaggio degli ospiti con Caçapava, poi l’esplosiva giostra; Roberto Dinamite mette a segno quattro reti in meno di mezz’ora, per poi segnare la quinta a metà del secondo tempo. C’è una parte di Rio, la più europea e introversa, che ritrova un carnevale tutto suo quasi tre mesi dopo quello di tutti gli altri. Sempre grazie a quella specie di controsenso, o compromesso, tra fisico e tecnica: tra quadricipiti allungati, appena intuibili e bordate paurose, di quelle per cui a tanti portieri viene più istintivo abbassare la testa che tentare di metterci i guanti.

Con la Seleçao vanta numeri importanti, forse ingiustamente sottovalutati perché nei suoi anni non venne alzata la Coppa del mondo: venticinque reti in quarantasette presenze; buon protagonista nel 1978 in Argentina, sotto la guida del “colonnello” Coutinho, con una rete all’Austria e due alla Polonia, fu aggregato nel 1982 da Telé Santana ma, di fatto, non preso in considerazione a beneficio di Serginho. L’Italia ancora ringrazia Santana per la scelta.

A proposito di Italia: cosa gli era mancato per venire a giocare nel nostro paese? Nulla, dal punto di vista tecnico. Il fatto è che quelli erano gli anni in cui nell’Udinese giocava Zico, nel Torino Junior, Socrates nella Fiorentina e via dicendo, per intendere che anche fuori dal circuito metropolitano la nostra Serie A pullulava di fuoriclasse. Poi però uno pensa a Eloi del Genoa o a Batista della Lazio e allora sembra una bestemmia che Roberto Dinamite non abbia avuto la sua chance italiana.

Poco male, in fondo: il ragazzino gracile che era venuto alla luce nel sobborgo di Duque de Caxias, dove il pallone non era soltanto il gioco più a buon mercato, ma anche un sedativo contro la miseria, il dono dal destino lo aveva già avuto, quando la natura gli aveva insegnato ciò che Balzac scrisse anche a mo’ di aforisma, dall’altra parte dell’oceano, un secolo prima: – La potenza non consiste nel colpire forte o spesso, ma nel colpire giusto. –

E ogni volta che lui calciava, O Gigante da colina si svegliava felice per il boato.

Paolo Marcacci
A cura di

Romano, 47 anni, voce di Radio Radio; editorialista; opinionista televisivo; scrittore, è autore di libri sulle leggende dello sport: tra gli altri, “Villeneuve - Il cuore e l’asfalto”, “Senna - Prost: il duello”, “Muhammad Ali - Il pugno di Dio”. Al mattino, insegna lettere.

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