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Gianni Bugno: a tu per tu con la Leggenda del ciclismo italiano

Pronta a ripartire anche la stagione ciclistica 2020, compromessa integralmente dall’emergenza Covid, che è coincisa con l’inizio della stagione, con un calendario fitto che dai primi di agosto a novembre inoltrato prevede il recupero di tutte le classiche di primavera e lo svolgimento frenetico del tre grandi giri con Giro e Vuelta accavallati e il Tour che si anticipa a settembre. Questa compressione forzata obbligherà di fatto i team a decidere su come gestire le rose a disposizione obbligando i corridori ad optare sulle scelte a loro più congeniali. Momenti complicati anche dal punto di vista economico che hanno destabilizzato l’ambiente professionistico tra cassa integrazione e aiuti di stato che hanno investito in prima persona Gianni Bugno che da presidente dell’Associazione Internazionale dei Corridori ha vigilato e tutelato gli interessi  di categoria nella difficile fase di negoziazione con le loro società di appartenenza. Nato in Svizzera, ma monzese d.o.c. è stato, nei suoi tredici anni di professionismo – 1985-1998- una delle punte di diamante del ciclismo azzurro a cavallo tra gli ottanta e i novanta ottenendo settantadue vittorie da professionista  e mantenendo una straordinaria competitività  sia nelle corse a tappe che in quelle di un giorno.

E’ uno degli unici quattro, in compagnia di Girardengo, Binda e Merckx, ad aver conquistato il Giro d’Italia – 1990 –tenendo la maglia rosa dalla prima all’ultima tappa e in quello stesso anno riuscì ad imporsi anche nella Milano Sanremo,  nella World Cup di ciclismo su strada salendo sul gradino più basso del podio nel mondiale giapponese di Utsonomiya. L’appuntamento con l’iride è solo rimandato agli anni successivi in cui si laureò per due volte consecutive Campione del Mondo, nel 1991 a Stoccarda e nel 1992 a Benidorm. Provò negli stessi anni l’assalto alla maglia gialla, giungendo secondo nel 1991 e terzo nel 1992 alle spalle di sua maestà Indurain, ma la sua fame di vittoria unite al suo eclettico talento gli permisero di tornare a successo nel Giro delle Fiandre nel 1994 a cui fece seguito un podio d’argento nella Bastogne Liegi del 1995 vinta in solitaria dall’elvetico Gianetti. Questi i suoi trionfi più eclatanti ai quali vanno aggiunti diversi successi di tappa, 9 al Giro, 4 al Tour e 2 alla Vuelta, due campionati Italiani, una lunghissima schiera di classiche italiane e i secondi posti al Lombardia e alla Gand Wevelgem del 1988 e all’Amstel Gold del 1993.   Smessi i panni di supercampione  Bugno non ha perso tempo ottenendo dal 1999 il brevetto di pilota di elicotteri rimanendo così in contatto col ciclismo lavorando per sette anni come pilota per la Rai per la quale ha seguito in volo la Corsa Rosa. Dopo esserne stato membro e segretario per ben sedici anni nel 2010 ha ottenuto il primo mandato da Presidente del CPA, l’Associazione che tutela i diritti dei corridori, che ha l’onore di presiedere da più di dieci anni avendo da poco iniziato il suo terzo incarico in una fase a dir poco stressante che gli ha giocato un, per fortuna, piccolo scherzo di salute ad aprile. Della stretta attualità e del suo percorso agonistico abbiamo avuto il piacere di discutere con lui con un occhio orientato al prossimo futuro con la speranza che la stagione abbia inizio nella massima sicurezza e regolarità.

Buongiorno Gianni. Innanzitutto come stai? Le tue condizioni dopo questo piccolo incidente di percorso?

Sto bene, sto bene, è stato un periodo complicato per tutti e nel mio specifico sono stato molto attento a seguire gli sviluppi che questa pausa forzata ha generato nelle dinamiche tra corridori e relativi team. Poi mi sono dovuto un attimo fermare e adesso pian pianino sto riprendendo la normalità dopo un periodo di fisiologica convalescenza. Di sicuro è stato lo stress di questo lockdown ad aver influito in quello che mi è successo, ma ora è giunto il momento per tutti di ripartire.

A proposito della imminente ripartenza, come ci arrivano i corridori dopo questo delicatissimo momento?

Abbiam cercato di mantenere compatto il gruppo e tenere in piedi la baracca, crediamo nella ripartenza , i corridori sono pronti e le squadre, chi più chi meno, hanno mantenuto gli impegni. Gli sponsor non ci hanno abbandonato e pur non dimenticando quello che è successo abbiamo la voglia e l’obbligo morale di portare avanti la stagione cercando di guardare il bicchiere mezzo pieno nella consapevolezza che lottiamo contro un nemico invisibile che non possiamo controllare al cento per cento.

Sei al terzo mandato come Presidente del CPA, hai puntato molto in questa fase sia sul fondo di transizione che sul discorso della sicurezza, temi cruciali per la salute di questo sport.

Si sono temi che fanno parte del programma che ci siamo prefissati in questo momento tenendo conto delle dinamiche di un ciclismo le cui logiche oggi sono impossibili da evitare, bisogna conviverci e tentare dall’interno di cambiare in meglio concentrandoci su degli obiettivi possibili. Ottimizzare la gestione dei premi e dei fondi di fine carriera e garantire i protocolli sanitari e il rispetto delle regole di sicurezza su strada saranno sempre argomenti in cima alla lista delle mie priorità e per i quali mi batterò sempre.

Parliamo del Bugno corridore. I tuoi inizi, come e quando hai capito chi saresti potuto diventare?

Ho cominciato a Monza in una piccola società dilettantesca, poi mi sono appassionato sempre di più perché arrivavano delle vittorie e da lì ho continuato a crederci e son passato professionista. Non c’è stato un momento chiave in cui è scattato qualcosa, ma semplicemente l’amore per questo sport mi ha spinto a dare il meglio di me. Fare il lavoro che ti piace nella vita è un privilegio raro, io l’ho fatto con entusiasmo e sono stato ripagato ed ovviamente devo dire grazie a tutti quelli che mi sono stati vicino in quegli anni. L’elenco è lungo e rischierei di dimenticare qualcuno.

Eri un corridore completo, competitivo nelle classiche e nei grandi Giri. Oggi è tutto più settoriale e programmato nei minimi dettagli, per cui corridori come Gianni Bugno di fatto non esistono più. Perché?

Erano di sicuro altri tempi, io programmavo l’intera stagione senza troppi calcoli partendo dalla Sanremo fino al Mondiale puntando sulla resistenza e cercando di mantenere sotto controllo i giri del mio motore a gasolio. Oggi ci sono squadroni super attrezzati che decidono per i loro atleti su quali corse puntare e questo ha fatto sì che ci siano specialisti che riescono ad andare al 100% solo per una corsa all’anno perché sono programmati per quell’obiettivo. E’ cambiata anche la lunghezza dei percorsi, ci sono più gare ma mediamente più corte e per uno come me, abituato ad uscire alla distanza, oggi sarebbe di sicuro penalizzato. L’unico corridore che mi viene in mente oggi è Valverde, lui è l’ultimo baluardo di un ciclismo completo, come quello che ho vissuto trent’anni fa da professionista. E’ chiaro che ai miei tempi il pubblico si affezionava ai corridori perché li vedeva tutto l’anno in gara, oggi si fa più fatica ad appassionarsi al ciclismo anche se è comunque lo spettacolo in strada è sempre unico e godibilissimo.

Tante vittorie, la più bella? Rimpianti? Forse quei due Tour sul podio dietro il Navarro…

E’ difficile sceglierne una in particolare, le vittorie sono tutte belle e le ricordo tutte con gioia e orgoglio perché so benissimo che sono frutto di lavoro e sacrifici. Certo quei due Tour bruciano un po’, ma posso dirti che sia io che il Diablo ci abbiam provato in tutti i modi, ma abbiamo trovato sulla nostra strada uno specialista che basava la stagione su quell’evento, mentre per esempio io nel 1991 venivo da un quarto posto al giro, che andava fortissimo a cronometro per cui era francamente impossibile fare di più. Sono fiero in generale di tutto quello che ho fatto consapevole di aver dato tanto a questo sport.

Il ciclismo di oggi, tra business e mega ingaggi faraonici per i super team che dominano e accentrano il mercato. Ti piace questa nuova dimensione? Ti  ci saresti ritrovato?

Certamente è cambiato tutto il mondo dello sport professionistico in questi ultimi anni, sono talmente dentro a queste mutazioni che posso dirti che i corridori cercano ovviamente gli ingaggi più vantaggiosi che solo alcune squadre possono offrire, anche al costo di ridimensionare le loro aspettative. Se pensi ad un corridore come Landa, che ha tutte le carte in regola per poter vincere un grande giro, che nella sua carriera si è trovato a fare da gregario a Contador e a Quintana questo la dice lunga sul ciclismo di oggi. Io mi sarei dovuto per forza adattare e credo che mi sarei comunque giocato le mie carte. Senza fare distinguo temporali, ogni sport è frutto del suo momento contingente ed è inutile star qui a discutere su cosa sia meglio o peggio, certo è un peccato che poche squadre monopolizzino il mercato creando un oligopolio a discapito della concorrenza, ma da questo punto di vista c’è ben poco da fare anche se a mio avviso in generale gli ingaggi di una buona fetta di corridori non sono così alti come dovrebbero essere.

Il volo, la tua altra grande passione.

Sì, è una passione che è diventata ormai una professione, ho preso il brevetto appena ho smesso e ho iniziato da subito, poi ho avuto l’onore di seguire il Giro d’Italia in volo, un’esperienza che mi ha certamente arricchito e migliorato completandomi. E’ diventata col tempo un’attività a tempo pieno, che unita a tutti gli altri miei impegni mi permette poco di andare in bici, ma aver avuto la possibilità di fare entrambe le cose che sognavo da ragazzino nella stessa vita è stato ed  è molto gratificante.

Il doping che ha afflitto questo sport negli anni novanta è solo un ricordo lontano? Oggi nel ciclismo si gioca pulito?

Partiamo dal presupposto che il doping è un problema dello sport in generale, e non di una singola disciplina. Il nostro sport ha fatto da apripista approcciando per primo il problema in maniera seria e strutturale ed oggi è di gran lunga lo sport più controllato e, a mio avviso,  ha riacquistato nel tempo una sua credibilità. A me piaceva andare in bici e gli atleti devono pensare solo a questo, poi le istituzioni nazionali e internazionali hanno il compito di vigilare e deliberare in merito mettendo in atto tutta una serie di attività, ma ripeto che il problema  doping è trasversale e in continua evoluzione.

Un messaggio per chiudere ai giovani. Mettiamo i piedi sulla bici, perché?

Perché il ciclismo è uno sport che può insegnarti tante cose, dal rispetto della natura a quello della segnaletica stradale, può farti stare bene con te stesso, in salute e farti capire delle problematiche che stando a piedi o in macchina non riusciresti a capire Da un punto di vista agonistico può di sicuro aiutare nella gestione dei rapporti di gruppo e sulla cognizione dei propri limiti, mettendoti in contatto con una  realtà di cui sei partecipe. Andare in giro a visitare luoghi e realtà diverse dalla tua, entrare nelle case della gente passando in mezzo ad ali di folla, queste sensazioni solo le due ruote possono darle.  Ecco perché credo nella ripresa non a porte chiuse, ma in mezzo ad un pubblico che invito fin da ora ad essere responsabile.

Fabio Bandiera
A cura di

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