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Gianmarco Pozzecco: a tu per tu con la Mosca Atomica del Basket italiano

Gianmarco Pozzecco: a tu per tu con la Mosca Atomica del Basket italiano

In questa delicatissima ed incertissima fase dove si susseguono proclami e protocolli di ogni genere, tra Bundeslighe che ripartono e calendari che si ipotizzano è molto difficile fare chiarezza in una la lotta contro un nemico così subdolo e invisibile che rende vana ogni certezza. Uno dei pochi sport che le idee le avute chiare sin dall’inizio è stata di sicuro la Pallacanestro che non ha esitato ad annullare, senza se e senza ma,  una stagione compromessa ed impossibile da traghettare a porte chiuse. Il presidente Petrucci non ha esitato a dichiarare chiusi i giochi grazie anche la buon senso e alla responsabilità dei singoli club con i quali un accordo è stato tempestivamente raggiunto.

Stagione archiviata e programmazione da reinventare per Gianmarco Pozzecco al secondo anno di panchina a Sassari, dopo una strepitosa prima stagione conclusasi con una  finale scudetto persa un gara sette contro Venezia, e le prestigiose vittorie in Supercoppa Italiana ed europea nella FIBA Europe Cup. Carriera da protagonista vissuta sempre in bilico tra talento e leadership, un temperamento geniale irriverente, goliardico e a tratti eversivo da prendere o lasciare, Gianmarco ci ha sempre messo la faccia nel bene e nel male risultando sempre un personaggio vero a trecentosessanta gradi. Non ha mai lasciato indifferente perché la Mosca Atomica o sia ama o si odia così com’è e il prezzo del suo modo di essere fuori e dentro dal campo l’ha sempre pagato in prima persona senza filtri o avvocati d’ufficio. Un trascinatore nato capace di prendersi sul campo le responsabilità dei palloni decisivi e allo stesso tempo un aggregatore in grado di coinvolgere col suo entusiasmo tutte gli ambienti nei  quali ha lavorato, il Poz ha vinto meno di quanto avrebbe dovuto sia a livello di club che di nazionale, che fu costretto a lasciare nel 1999 per un diverbio con coach Tanjevic poco prima che partisse la vittoriosa spedizione europea.

Ferita aperta avvenuta nello stesso anno in cui aveva portato per mano, insieme ai suoi compagni di merende De Pol, Meneghin e Galanda, Varese alla conquista di un incredibile decimo scudetto ritagliandosi in eterno un posto tra i grandi nella storia di questo club così ricco di successi e tradizione. Resterà altri tre anni a Masnago raggiungendo nel 2001 l’Oscar Giba per passare nel 2002 alla Fortitudo Bologna a caccia del secondo scudetto. Annate difficili e finali scudetto perse a ripetizione, un clima negativo in cui il Poz si snatura finendo fuori squadra nel 2005 per una evidente incompatibilità con coach Repesa. Con la nazionale ritrova il suo vate Charlie Recalcati e saprà rifarsi da protagonista nel 2004 ad Atene con uno splendido argento olimpico alle spalle dell’Argentina stellare di Ginobili e Scola, ultimo risultato di prestigio di un fuoriclasse pronto di nuovo a mettersi in gioco andando a giocare all’estero. Dopo la mini-parentesi a Saragozza seguiranno due stagioni in Russia al Khimki Mosca e un rientro in pompa magna a Capo d’Orlando, dove questo genio ribelle deciderà  di chiudere a trentasei anni la sua attività agonistica con oltre diciassette punti di media e otto assist.

Non male vero? Ma non finisce qui! La mosca atomica cotonata intraprende proprio dalla Trinacria la sua carriera da head coach, per poi ritornare sui suoi passi a Varese, che abbandonerà dimettendosi a febbraio 2015. Un’esperienza in cui metterà a fuoco chiaramente lo stress a cui è sottoposto chi è costretto a gestire un gruppo, dopo la quale accetterà di coadiuvare il suo amico Veljko Mrsic in un contratto biennale come vice al Cedevita Zagabria. Tornato rafforzato in Italia nel 2018 subentra a Matteo Boniciolli alla guida della Fortitudo Bologna, esperienza breve, ma emotivamente intensa  e ulteriore tassello professionale necessario per accettare l’incarico a Sassari. Questa è la parabola di questo super atleta-persona, mai scontato e mai banale, che abbiamo avuto l’onore di raggiungere per rivivere il film della sua vita umana e sportiva alle prese, come tutti, con le variabili di un futuro incerto e  tutto da decifrare.

Gianmarco buongiorno, partiamo ovviamente dalla stridente e stringente attualità. IL Basket si è dovuto fermare, scelta giusta?

Certo, non si sarebbe potuto fare altrimenti. Cito una frase del mio amico triestino, il coach Matteo Boniciolli, che dice che per prendere un caffè bisogna fare la fila al bar mantenendo le distanze di sicurezza, figurati se possiamo radunare cinquemila persone a vedere una partita di basket. Petrucci è stato saggio, tempestivo e lungimirante non si poteva più andare avanti perché non c’erano le condizioni e il campionato andava annullato.  Il mio pensiero va a chi sta lottando per guadagnarsi da vivere, mi ritengo un privilegiato a non dovermi preoccupare di come andare avanti, gli sportivi tutti dovrebbero riflettere su questo in questa fase di grande emergenza socio economica.

Uno stop atletico di questa portata e senza precedenti metterà a dura prova le vostre metodologie di allenamento, quando partirà la terza fase. Un bel rebus per voi allenatori?

E’ inutile che qualcuno faccia il fenomeno pretendendo di avere la bacchetta magica, qui siamo di fronte ad uno stop forzato ed eccezionale che ha messo gli atleti a dura prova, la ripresa sarà una grande incognita per tutti. Qui parliamo di ragazzi che hanno un motore Ferrari tenuto per due mesi ai box, sicuramente quando ci ritroveremo tutti insieme farò tutte le valutazioni del caso col mio staff atletico e inizieremo un lavoro che ci accompagnerà tutta l’estate. Mi è venuto in mente che appena smisi di giocare dopo qualche mese ebbi dei problemi di digestione che non avevo mai avvertito prima, il medico mi rassicurò che era tutto ok, il mio organismo aveva semplicemente cominciato a girare ad un regime di giri più basso.

Il tuo rapporto con questa isola meravigliosa, sembra che tu abbia trovato la serenità e la chimica giusta, o è solo una mia impressione?

Assolutamente! Lo dico con la massima sincerità, qui sto da Dio perché ho uno staff e un organizzazione del lavoro di primissima qualità, sai per noi allenatori, a differenza dei giocatori che si adattano più facilmente, è fondamentale il fattore ambientale e la fiducia che hai intorno a te. Poi mi sono innamorato dei colori e dei sapori di quest’isola, del ristorante sotto casa al valore umano che ogni singola persona mi trasmette perché qui c’è cultura di basket ai massimi livelli. Credevo dopo l’esperienza in Croazia di aver raggiunto il top, ma qui ho trovato un nuovo angolo di paradiso e i risultati conseguiti fino ad oggi sono la risultante di una combinazione di fattori di cui sono orgoglioso di fare parte.

Per uno estroverso come te che da atleta trascinava la squadra non deve essere stato facile decidere di allenare. Grande lavorio mentale e controllo delle situazioni di gioco, come hai fatto?

Allenare, che tragedia! Scherzi a parte mi sono trovato nel 2012 ad allenare a Capo d’Orlando, dove avevo smesso da poco la carriera, ero ancora adrenalinico e la stagione e mezza passata lì mi ha dato delle buone sensazioni. La pressione è arrivata dopo quando mi sono imbattuto sulle panchine di Varese e Fortitudo con le quali c’era un rapporto emozionale troppo forte per essere gestito in maniera lucida e razionale. Li ho messo a fuoco meglio il peso e le responsabilità alle quali è sottoposto un coach. Quando Stefano Sardara mi ha chiamato per offrirmi la panchina di Sassari mi ha solamente detto: “non fare follie”, abbiamo stipulato un patto di sangue e io sto lavorando molto su me stesso per dare un indirizzo preciso alla mia gestione, questo mestiere ti permette anche di conoscere degli aspetti di te stesso che da giocatore ignoravi totalmente.

Le tue gesta da atleta, una carriera lunga e da protagonista assoluto. Credevi davvero che i tuoi centottanta centimetri potessero essere sufficienti ad arrivare così in alto?

Nella vita come nello sport nessuno ti regala niente, bisogna avere la fortuna innanzitutto di avere dei buoni maestri alle età giuste, ed io ho avuto in Tullio Micol un maestro che non smetterò mai di ringraziare abbastanza. Ha avuto un impatto decisivo sulla mia maturazione, mi ha trasmesso due valori fondamentali senza i quali non vai da nessuna parte: la passione che accende il motore e la sana e vitale competizione che serve a far girare i pistoni. Quando ho afferrato chiaramente questi due concetti ho capito che la fiamma che mi bruciava dentro era pronta ad esplodere, il resto lo fai tu col lavoro e la forza di volontà. Ho sempre pensato di aver avuto un gran culo nella mia vita, facendo coincidere quello che mi piaceva fare col mio lavoro però ho faticato duro con le baso solide, i piedi ben piantati per terra e quel pizzico di follia genetica.

Uno scudetto vinto a Varese vale più di mille scudetti vinti a Bologna o a Milano?

Certamente! Porto dentro quel traguardo come una delle vere imprese della mia vita, una gioia nemmeno paragonabile a quelle di certi club abituati a vincere a ripetizione. Dopo ben ventun’anni abbiamo regalato lo scudetto della stella a questo club che negli anni settanta aveva stravinto tutto, come si può descrivere un’emozione del genere? Essendo un grande fan di Maradona mi son venute in mente le immagini del primo scudetto del Napoli, una piazza in festa a godersi questa festa attesa da tutta una vita. Per Varese il basket è proprio così e ringrazio ancora Charlie Recalcati per aver traghettato un gruppo di ragazzi terribili alla conquista di un posto nella storia. In questi giorni si commemora il ventunesimo anno di questo grandissimo evento che porto sempre dentro di me nel bagaglio dei ricordi indelebili.

Il basket di oggi, stradominato da una fisicità esplosiva e da una estrema reattività, è uno spettacolo ancora gradevole o un prodotto troppo standardizzato?

A volte capita di rivedermi in azione e ho la netta sensazione di quanto fosse tutto più lento e ragionato, la tecnica di base e la dilatazione dei tempi erano più marcati, ma il basket come tutti gli sport ha le sue dinamiche e deve necessariamente andare avanti. Pensate all’atletica, tutti i record vengono continuamente frantumati perché l’evoluzione della specie e i miglioramenti delle performance sono fattori fisiologici con i quali bisogna convivere. Aggiungiamo anche che dal 2004 si è passati ai 24 secondi, tutto si è velocizzato uniformando un po’ le opzioni offensive, ma io non sono così drastico e credo che il prodotto basket di oggi sia comunque altamente godibile perché nella vita è impossibile pretendere che le realtà siano immutabili. Pensiamo per esempio ai primi Star Wars e ai sequel che sono usciti in questi ultimi anni, non c’è paragone e meno male che le tecniche si siano evolute offrendoci visioni sempre nuove, ma per carità guai a disdegnare un film come C’era una volta in America perché in ogni campo i miti non tramontano mai.

Gli stranieri nel basket, una vera invasione con roster dove si fa fatica a contare gli italiani a referto. Un problema trasversale e generazionale? L’ultima ondata vincente in nazionale è stata la vostra, ma parliamo di vent’anni fa.

Cerchiamo di essere chiari, noi siamo cresciuti con altre regole e una solida formazione di base per cui sin da giovani eravamo già pronti e con le palle giuste per prenderci le nostre responsabilità nei club, e lo abbiamo fatto guadagnandoci i nostri spazi. Detto questo oggi la situazione è oggettivamente complicata, numeri e risultati scadenti sono il frutto di un mercato globale che ha aumentato da un lato l’impatto degli stranieri e dall’altro con la recente crisi ha fatto diminuire gli investimenti nel settore giovanile. Questo però non deve essere un abili perché le nuove generazioni sono più lente nella maturazione,  se non si suda in palestra e si migliora nessuno  può assicurati un posto al sole. La nazionale è il frutto di tutte queste situazioni che non hanno garantito adeguato ricambio, in più dobbiamo aggiungere le trasferte impossibili di chi gioca in NBA e le risorse economiche che sono quelle che sono. Turchia, Spagna, Grecia, gli Slavi e le repubbliche Baltiche che hanno cultura e tradizione sono rimaste sul pezzo, noi siamo rimasti indietro anche se attualmente Meo Sacchetti sta facendo un grande lavoro su un gruppo giovane e a mio avviso motivato che già sta incominciando a dare i suoi frutti.

Il Covid19 prima o poi sparirà, speriamo presto, dopo mesi di privazioni e reclusioni torneremo alla normalità. Un motivo in più per esortare i giovani a non isolarsi e a fare sport?

Indipendentemente da questa situazione esorto da sempre le nuove generazioni a fare movimento, a vivere la vita in mezzo agli altri perché è semplicemente più bello rispetto allo stare a casa davanti ad un computer. Io non sono un grande amante dei social, anche se li reputo utili quando usati nella giusta misura, perché sono troppo dispersivi e non sempre aggreganti, fare sport invece ci riporta ai valori condivisi dello stare insieme. Una cosa che la mia carriera mi ha insegnato è quella di guardare negli occhi le persone e chiamarle col  loro nome proprio, l’importanza e l’opportunità che lo sport ti da è quella di uscire dal guscio per provare a diventare un uomo insieme agli altri, vi pare poco?

Fabio Bandiera
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