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Gay Pride: perché nel calcio nessuno è “libero” di amare davvero

Omosessualità e Sport: nel calcio nessuno è “libero” di amare davvero

Il 28 giugno di ogni anno si celebra il Gay Pride, la giornata in cui si manifesta per i diritti della comunità LGBT. In questo senso, malgrado gli sforzi, il calcio risulta essere ancora uno Sport in cui fare coming out risulta essere praticamente impossibile.

La discriminazione degli omosessuali è un tema ancora vivo nella società e interessa molto da vicino anche il mondo sportivo. In particolare, l’ambito in cui è più difficile far “coming-out” è, probabilmente, quello del calcio e degli port di squadra più in generale.

Sicuramente, gli episodi che spingono ad una chiusura del genere i calciatori sono visibili sotto agli occhi di tutti. Ve lo immaginate voi un Justin Fashanu, primo calciatore della storia a dichiarare la sua omosessualità nel 1990, che gioca una partita in uno stadio italiano durante la quale viene surclassato di cori denigratori ogni qual volta che tocca palla? Sono passati quasi 30 anni, ma la situazione è cambiata?

Le stesse dichiarazioni di giocatori tuttora in piena attività agonistica, d’altronde, non lasciano ben sperare in questo senso. Nel giugno 2018 Radja Nainggolan, attuale centrocampista del Cagliari ma a quel tempo tesserato della AS Roma, rilasciò al quotidiano online dell’Huffington Post le seguenti dichiarazioni: “I calciatori gay non rivelano di esserlo, si vergognano, in quel caso al giorno d’oggi saresti un uomo finito. In questo mondo, se ci fosse veramente qualcuno gay, non si sentirebbe a proprio agio, perché il calcio è noto per le belle donne”.

Parole molto simili rispetto a quelle pronunciate dall’attuale capo della Football Association Inglese, Greg Clarke che nel 2016 scatenarono un putiferio mediatico: “Sarei sorpreso se non ci fossero calciatori gay in Premier LeagueVorrei fortemente incoraggiare gli atleti a fare coming out ma credo che non sia ancora il momento giusto. Sarebbe per loro soltanto fonte di sofferenza a causa degli insulti ed i cori di scherno che immagino potrebbero subire in ogni stadio. Sono fermamente convinto, e mi vergogno di ciò, che i gay nel calcio non sarebbero ancora ‘al sicuro’ “, concludendo con: Prima di incoraggiare gli atleti a fare coming out dobbiamo metterli nelle condizioni migliori per poterlo fare”. Sarebbe il caso di capire quando e come esisteranno queste condizioni di cui parla.

Anche da un punto di vista istituzionale, sia a livello nazionale che internazionale, non è stato fatto molto per aiutare gli sportivi omosessuali a dichiarare il proprio orientamento in maniera esplicita. Da questo punto di vista risultano del tutto inutili le varie campagne a favore di tale tematica lanciate dalle più importanti federazioni calcistiche a livello mondiale, Fifa in primis, e da quelle associazioni che, pur partendo da nobilissime intenzioni, hanno messo in piedi iniziative dal forte impatto mediatico, come le fasce da capitano o i lacci arcobaleno, ma che non hanno purtroppo raggiunto l’obiettivo di sensibilizzare davvero.

Tutte questa iniziative rischiano di rimanere o sono rimaste solo belle parole se poi, quando si passa ai fatti concreti, si continua a dar voce ad attori che di certo non brillano di eccellenza in quelle che possono essere definite lotte a favore della comunità LGBT. Di seguito proviamo a fare qualche esempio del genere capitato negli ultimi tempi nell’ambito del calcio a livello mondiale.

Il primo caso da citare può essere la scelta di far disputare gli ultimi mondiali, uno degli eventi calcisticamente più importanti a livello globale, in un paese come la Russia in cui le comunità gay e lesbiche non possono certo ostentare i loro gusti sessuali. Mosca, infatti, non brilla per le libertà concesse loro e, negli ultimi anni, risulta occupare sempre le posizioni più basse nella classifica europea dei diritti della comunità LGBT.

Nonostante ciò, nel momento in cui si dovette decidere a chi affidare l’organizzazione dell’ultima coppa del mondo disputata, la Fifa non si fece troppe domande e optò di affidarla al più esteso paese dell’ex Unione Sovietica. Solo in un secondo momento ci si accorse, che proprio dalle parti di Mosca, non tutto filava liscio e si diede il via ad una ridicola, quanto inconcludente, campagna per cercare di cambiare la mentalità russa sotto quel punto di vista.

Da questa caduta di stile, però, la Fifa non sembra aver imparato nulla e si è nuovamente morsa la coda poco tempo dopo. Il 2 dicembre 2010, infatti, fu assegnata, tra mille dubbi e accuse di brogli, l‘organizzazione del mondiale 2022 al Qatar.

Anche nel piccolo stato insulare del Golfo Persico, infatti, i diritti delle comunità LGBT non sembrano essere tenuti in conto, come quelli di molte altre classi sociali. A farla da padrone, secondo buona parte dei cattivi pensanti, è stato, ancora una volta, il lato economico: troppo alta era, infatti, l’attrazione dei cosiddetti “petrol-dollari” che dalle parti di Doha sono stati capaci di mettere sul piatto delle offerte.

Per quel che riguarda il mondo del pallone nostrano possiamo citare un caso molto simile. Come sede della finale delle ultime due Supercoppe Italiane, infatti, è stata scelta l’Arabia Saudita.

Oltre ai settori divisi tra uomini e donne decisi per gli incontri, infatti, un altro problema, anche se messo poco in risalto, è quello dei diritti omosessuali che, nella Penisola Arabica, sono pari a zero. In questo caso, però, la FIGC è riuscita a coprire la questione con una bella foglia di fico che ha fatto spostare l’attenzione dei media nazionali su ben altre questioni.

Insomma, nonostante i vari messaggi lanciati da più parti, la questione dell’omofobia nel mondo del calcio non sembra incontrare, ancora oggi, molti sostenitori. Chissà cosa dovrà accadere affinché finisca sotto la luce dei riflettori, in maniera seria, un problema che continua a interessare il mondo calcistico sotto sempre più punti di vista ma che nessuno ha voglia di affrontare veramente ma solamente con le solite belle parole. Che, come noto, se le porta via il vento.

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