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Franco Scoglio, Professore di calcio e di vita

Franco Scoglio, Professore di calcio e di vita

Il 3 ottobre 2005 ci lasciava Franco Scoglio, storico e iconico allenatore del Genoa. Il nostro tributo al Professore, unico nel suo genere.

Eppure Franco Scoglio la propria fine l’aveva predetta. Un “morirò parlando del Genoa” dichiarato in una delle tante interviste pregne di frasi a effetto, immancabilmente finita in quel macro libro calcistico che annota anche il non detto, quello che viene anche solo attribuito ma diventa automaticamente leggenda. Ma Franco Scoglio era ben altro che una macchietta.

Quel vaticino ha finito per realizzarlo, in uno studio televisivo genovese, mentre discuteva con Enrico Preziosi, al quale aveva appena ribadito di voler essere chiamato Professor Scoglio, non signor Scoglio. Perché cultura e titoli di studio andranno pur ricompensati. Poi il malore, preso quasi per scherzo. Ma era tutto vero, in quel che non sarebbe più stato un anonimo 3 ottobre del 2005.

Poco più di ventiquattrore prima, il Genoa aveva anche vinto, col Pavia, nell’inferno di quella C arrivata via Tribunale, in contrasto col campo che invece i rossoblù li avrebbe voluti in Serie A dopo una decade amara, contrassegnata anche dalle andate e ritorni passionali e violenti di Scoglio. Sotto la Lanterna, il Professore c’era arrivato nell’88, per volontà di Spinelli. Ma il popolo del Grifone non sapeva minimamente a cosa sarebbe andato in contro.

Franco Scoglio arrivava il Liguria da quella sua Sicilia calcisticamente esplorata in lungo e largo. Da allenatore però, perché col pallone tra i piedi sarebbe rimasto solamente uno dei tanti sognatori a occhi aperti. Più difensore che centrocampista, lo Scoglio calciatore. Classe ’41, 2 maggio, sotto il segno del Toro. A Lipari, certo, ma frazione Canneto, col quale avrebbe iniziato a praticare la materia preferita.

Solo che il talento scarseggia, nonostante la testa sia di un altro passo. Studia già da allenatore, Scoglio. Soprattutto fuori dal campo, dove consegue laurea in Pedagogia e Diploma all’Isef, spingendosi fino a Roma per rimediare il pezzo di carta. Studente e poi subito professore, nonostante giochi ancora alla Palmese e si alterni tra campo e lezioni all’istituto agrario della città. Lo fa fino al ’71, poi lascia e passa dall’altra parte della barricata. I primi incarichi glieli assegnano però dall’altro capo dello Stretto. La Gioiese che trascina fino all’Interregionale, il settore giovanile della Reggina e nuovamente la Gioiese. La carriera di Scoglio è un andirivieni continuo, come non a caso dirà lui stesso, scomodando la terza persona: “gli allenatori vanno e vengono, Scoglio ritorna”. Altra frase entrata nel macro libro.

Il primo ammiccamento col professionismo arriva nel ’74, finalmente a casa sua. Il Messina gli regala la C, il Professore ringrazia e chiude la stagione al sesto posto. È ancora poco, ma ciò che lascia, Scoglio ritrova sempre. E infatti in giallorosso tornerà nel 1980, poi ancora nell’84 e lì finalmente sarà vero amore. Nel mezzo, l’uomo di Lipari aveva viaggiato da Reggio Calabria e Gioia Tauro e alla seconda aveva regalato il professionismo. Quando rimette piede a Messina, il Professore è un quasi quarantenne ancora lontano dalle cronache ma con le idee chiare. Pratica un calcio ancora raro in A e pressoché sconosciuto a Sud della massima serie. È spettacolo lontano dai riflettori, con una banda di ragazzi che Scoglio ribattezzerà “i miei bastardi”. E il Celeste roba del genere non l’ha davvero mai vista. Al primo giro si piazza terzo, al secondo brucia tutti gli altri. Del materiale a sua disposizione, il Professore plasma soprattutto un altro figlio di Sicilia, che però da Palermo ha dovuto spostarsi a Messina. È Totò Schillaci, che le notti magiche le vivrà solo qualche anno più tardi, ma di pomeriggi d’oro ai giallorossi ne regala già tanti: se nell’86 arriva la promozione in B, il merito è anche dei suoi undici gol. Scoglio piomba in cadetteria e ci resta, insieme al Messina. Due salvezze, la seconda leggermente più sofferta. Altri rampolli svezzati, dopo Schillaci, su tutti Susic, che con Nevio Scala saggerà la vittoria europea al gusto Coppa Uefa. Ormai Franco Scoglio è allenatore fatto e finito, a breve distanza dal diventare anche personaggio. Lo farà poco dopo, chiamato da Aldo Spinelli a Genova, dove i rossoblù annaspano mentre l’altra faccia della Lanterna vive il periodo più bello dell’era Mantovani. Spinelli ha preso il Grifo in B, ma da lì non è riuscito a smuoverlo. Ci ha provato con Burgnich e Simoni, ora cala la carta Scoglio. E quello è un inconsapevole asso.

Dal Genoa Scoglio avrà tanto, ma lui gli darà tutto. Se ne innamora perdutamente, ne sposa la causa, diventa parte di quella Gradinata della quale dirà di conoscere i suoi “5000 volti. I nomi no, ma i volti sì”. Sarà perfettamente ricambiato. Ma oltre al Professore c’è di più, c’è il tecnico. Non solo frasi a effetto, ma tanto calcio. Scoglio parla di rombo, investe prima di tutti su un Gianluca Signorini che pretende quasi alla sua corte, dopo un’opaca stagione a Roma, per farne il vertice basso del proprio centrocampo. È moderno perché vuole pressing, anche troppo perché introduce concetti di marcatura preventiva dove nessuno ne ha mai sentito parlare. E poi quel “io non faccio poesia, io verticalizzo”, che calibrava bene il concetto. C’è tanto calcio in Franco Scoglio, ben oltre quanto ne sarà mai ricordato. Un ad minchiam a Cremona lo rese quasi macchietta, le frasi a effetto enfatizzeranno tutto, fino all’imitazione di Maurizio Crozza, che ne consacrerà il personaggio. Ma allo Scoglio prettamente calcistico forse non s’è ancora fatta del tutto giustizia. Eppure Marassi ne conosce il pressing, le diagonali e le idee, innestate nelle gambe di Stefano Eranio, Marco Nappi, Gennaro Ruotolo, Vincenzo Torrente, Davide Fontolan. Il Genoa è un bunker che permette ad Attilio Gregori di piegarsi solo tredici volte, mentre davanti i gol saranno trentacinque. Solo il Bari di Salvemini tiene il passo, la differenza reti consacrerà i rossoblù come capolista.

Genoa si riscopre in Serie A, Genova si ritrova con due squadre al centro del palcoscenico. Scoglio difende la causa meno scintillante, mentre l’altra metà del cielo ammicca allo scudetto. Il Professore si fa la Sampdoria come nemico giurato, Boskov come omologo dai colori blucerchiati. A entrambi verrà dato sempre poco merito calcistico e troppa risonanza alle frasi a effetto. Ma di Scoglio emerge anche prepotentemente lo spessore umano.

Per il ritorno in A, Spinelli gli recapita un trittico uruguagio, formato da Rubén Paz, José Perdomo e Carlos Alberto Aguilera, che per la Gradinata sarà molto più semplicemente Pato. A Perdomo, Scoglio affida il vertice alto di un rombo che è marchio di fabbrica. Quello e la zona sporca, neanche minimamente parente della B Zona che Lino Banfi s’era inventato ne “L’allenatore del Pallone”, eppure troppo spesso minimizzata. Ma dietro il sorriso c’è un fiume di intelligenza.

Scoglio però non ride, almeno non in pubblico. Parla piano, parla aulico. Costruisce concetti complessi, sfugge alla comprensione di tanti. Con Boskov duella a distanza, denigra la Samp per ridimensionarla. Eppure il derby di andata lo perde, pur avendolo sbloccato con Fontolan, ma quando lo provocano è tagliente. La Coppa Italia che i blucerchiati hanno vinto? Vale quanto la Coppa del Nonno. La Mitropa che viceversa lui ha perso? Vale la Coppa delle Coppe. È tagliente Scoglio. Si esalta nella sconfitta, mette il Genoa e soprattutto i genoani davanti a tutto, tanto da credere esista un Dio a parte proprio per i rossoblù e ammettere di pensare, di tanto in tanto, che lo stesso Signore sia un tifoso del Grifone. Neanche ai presidenti dà molto retta. Niente esisteva eccetto lui e i tifosi. “Non me ne frega nulla di chi resta al comando del Genoa – dirà anni dopo, in uno delle sue tre avventure genoane -, il dottore Dalla Costa o il dottore Scerni, perché devono comunque capire che non contano niente: il Genoa è della sua gente”. Nessuna mitomania, solo pura genaonità.

Al ritorno in A, oltretutto, il suo Genoa rende. Stoppa il Napoli futuro campione d’Italia, pareggia col Milan e a Torino, sponda Juventus. Chiude undicesimo, sibila la voce di un interesse juventino, ma Genova la lascia per Bologna e lì andrà parecchio male: sei giornate, una sola vittoria, esonero.

Peggio a Udine, l’anno successivo, meglio a Lucca e disastro a Pescara. Ha bisogno nuovamente del suo Genoa, il Professore, per tornare a insegnare. Spinelli lo richiama nel ’93, lui torna di corsa, al capezzale di una squadra dove la cura Maselli ha fatto male.  Ha ancora Ruotolo, Signorini e Nappi. In più la faccia nuova, per lui, di Tomáš Skuhravý. Stavolta dall’altra parte della città c’è Eriksson, “un gran signore. Proprio l’esatto contrario del sottoscritto. Lui pensa solo alla sua squadra, io, invece prima di addormentarmi prego Gesù che mi dia la squadra per battere la Sampdoria”. Nel derby però ci impatta anche stavolta, al ritorno, 1-1, con l’inopportuno gol di Vladimir Jugović a rovinare il vantaggio della meteora olandese Vink, che proprio quel pomeriggio a Marassi si era messo in testa di imitare Pelé e anticipare Weah. Riparte da Genova anche l’anno successivo il Professore, ma è un calvario. Sei giornate di inferno, esonero: arriverà la retrocessione.

Scoglio va a Torino, sponda granata, ma anche qui subentra in corsa e in una stagione disastrata. Prende il posto di Nedo Sonetti a dicembre, se ne va prima della fine con Rizzitelli e compagni ormai destinati alla cadetteria. Fa però in tempo ad affidare qualche pensiero a Maurizio Crosetti, su Repubblica, distillando il concetto della sua zona “bellissima”, nata per “duttilità, compromesso tattico ma solo contro le grandi squadre. Non posso affrontare il Milan a viso aperto, ho una Cinquecento contro una Ferrari”. E ancora “la prima cosa necessaria, è la coscienza di essere una squadra con valori forti. Il modulo è soggettivo, anche se l’identità coincide col modulo. Io parlo per me: nella mia zona, la palla e cioè il modo con cui viaggia ha la precedenza sullo spazio e, infine, sull’ uomo. Palla, spazio, uomo: è la mia regola. Devo essere chiaro nella didattica. Io non comando, guido. Concetti che in seguito farà risaltare Guardiola, solo che il Professore i giocatori non se li sceglie, se li ritrova. Anche per questo si definirà “un allenatore di strada, un po’ prostituta, che si arrangia”. Prova a farlo anche in Tunisia, dove viene chiamato per allenare la Nazionale. Tre anni, esperienza esotica. Torna solo per la mozione dei sentimenti, ovviamente chiamata Genoa, per salvare una barca che imbarca acqua sotto al gestione Gianni Scerni, su una panchina trafficata dal via vai tra Bruno Bolchi, Guido Carboni e addirittura Claudio Onofri. Arriva a marzo, quattro settimane dopo ecco il derby, solo che i rossoblù giocano per la salvezza, la Samp di Cagni veleggia verso la promozione e tutto direbbe Baciccia. E invece no. Scoglio lavora bene, fiuta il nervosismo doriano. La sblocca con Mutarelli e scappa definitivamente via con Carparelli, che il 2-0 lo sigla sotto la Sud. Difficilmente si vedrà un altro derby tanto teso.

Del carico emotivo il Professore se ne libera correndo sotto la Nord, con un pugno alzato che continua ad agitare durante tutto il tragitto verso il tunnel degli spogliatoi, dove con Pasquale Luiso si scambiano tutto tranne che complimenti. Forse gli occhi di Scoglio non hanno mai brillato come in quella notte di inizio aprile. E per di più, da lì in poi, la Samp non ne imbroccherà più una, perdendo il treno direzione A.

Vincerà anche la stracittadina successiva, Scoglio, nel campionato seguente. Una punizione di Francioso che però non gli salverà la panchina, nonostante il Professore fosse l’unico vero riferimento di una tifoseria sospesa tra le travagliate trattative per la cessione del club. È l’ultimo addio, seguiranno Napoli (male) e Libia, dove si fregerà di non aver fatto vedere il campo al figlio di Gheddafi. Poi basta panchina, ancora tante parole per il Genoa, fino alle ultime. Ma di Scoglio non se ne è mai dimenticato nessuno. Mitizzato, amato, odiato. Del suo insuccesso, il Professore aveva persino accusato Berlusconi, ma non intendendo la persona, quanto lo stile di fare calcio fatto di miliardi e modernità, destinato a demarcare troppo nettamente le differenze tra grandi e piccole squadre. Lo disse a modo suo, qualcuno vi ricamò sopra anche lì. Eppure, come sempre, Scoglio non aveva parlato ad minchiam.

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