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Francesco Moser: a tu per tu con lo “Sceriffo” del ciclismo italiano

Francesco Moser: a tu per tu con lo “Sceriffo” del ciclismo italiano

In questa fase delicatissima che purtroppo siamo costretti a vivere gli occhi e la mente delle nostre coscienze collettive sono naturalmente orientate su temi e prospettive molto lontane dalla nostra più recondita immaginazione. Lo sport intero è totalmente fermo in attesa di capire se e quando ci saranno i presupposti per ripartire, ma la sensazione prevalente è che da un lato ci vorrà molto tempo, e dall’altro che niente sarà più come prima perché lo tsunami che si è abbattuto lascerà postumi e strascichi inevitabili ed economicamente devastanti. A farne le spese anche il ciclismo che, tolti i nomi blasonati, non vive di ingaggi faraonici, ma di gregari e portaborse stipendiati che vedono messa a repentaglio la loro sussistenza, mentre le classiche del nord sono già saltate e i grandi giri rischiano la stessa sorte lasciando le caselle vuote negli albi d’oro della storia delle due ruote. La storia l’ha fatta di sicuro Francesco Moser che da solido trentino purosangue ci ha regalato diverse pagine indelebili che rimarranno scolpite nel nostro immaginario per l’eternità , legate alla magia che solo questo sport è riuscito a regalare andando a braccetto con le mutazioni genetiche del nostro Belpaese.

Classe 1951, cresciuto in una famiglia numerosa in cui già tre fratelli avevano intrapreso la carriera professionistica,  Francesco ha raccolto nei suoi quindici anni di attività professionistica duecentosettantré successi su strada, record imbattuto in Italia e terzo di tutti i tempi dopo Merckx e Van Looy, frutto di talento, passione e determinazione che lo hanno reso competitivo negli anni senza mai abbassare la guardia. La grandezza di Moser sta nell’aver attraversato i settanta e gli ottanta gareggiando e spesso imponendosi contro tutti i big del ventennio,  partendo dagli anni giovanili segnati dal Cannibale e Gimondi fino ad arrivare alla piena maturità tra Bernard Hinault, Greg Lemond, e ovviamente Giuseppe Saronni, suo storico ad acerrimo nemico agonistico. A questa sua incomparabile unicità va aggiunto il suo genuino marchio di fabbrica montanaro, una schietta sincerità e un attaccamento al suo paese che lo hanno reso vera e propria icona vivente. La gente lo ha sempre amato accompagnandolo per mano nel trionfo di quell’indimenticabile maggio 1984 in cui si è tinto di Rosa all’Arena di Verona coronando a quasi trentatré anni il sogno della vita.

Oltre a quell’indimenticato Giro d’Italia lo Sceriffo Moser, soprannome datogli per le sue indiscusse doti di leadership in gruppo, vanta altri cinque podi nella corsa rosa, tre Roubaix consecutive, due Lombardia, una Sanremo, una Freccia Vallone e una Gand Wevelgem tra le grandi classiche a cui vanno aggiunti l’oro mondiale su strada del 1977 a San Cristobal e i due argenti di Ostuni e Nurburgring. Questi i suoi trionfi su strada, ma la carriera leggendaria di Moser si è arricchita di un oro e un argento mondiali nell’inseguimento su pista e del famigerato record dell’ora di Città del Messico 1984, poi tramutato nel 2000 in Migliore Prestazione sull’ora a causa dell’utilizzo di ruote lenticolari, consacrandolo tra i più grandi atleti di tutti i tempi dello sport italiano. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente tra le amate vigne della sua azienda di famiglia alle quali si dedica, con altrettanta passione, da quando ha smesso l’attività, per rivivere i momenti salienti della sua storia e per analizzare questo momento difficile che sta vivendo il mondo della bicicletta.

Francesco buongiorno. Come stai vivendo da cittadino e da ex atleta questo difficile momento?

Certamente è un momento estremamente complicato, da cittadino riesco ad andare un po’ in bici qui in campagna nell’azienda vinicola che per fortuna ci permette di lavorare stando all’aria aperta. Tra un po’ cominceremo coi trattamenti, certi lavori non possono differire altrimenti qui va tutto in malora e dopo aver potato e legato ci tocca irrigare a causa del gran caldo. Da ciclista appassionato è ovvio che mi manchino le corse, ho approfittato di alcune repliche trasmesse dalla rai per rivivere alcuni bei ricordi, ormai ci attacchiamo a tutto per vedere le due ruote girare un po’.

La tua incredibile carriera. Hai corso dal 1973 al 1988 attraversando due decenni a cavallo di generazioni di atleti straordinari, hai corso contro tutti i grandi dell’epoca mantenendoti sempre altamente competitivo.

Eh si ho iniziato con Merckx, Gimondi, De Vlamink che erano già all’apice della loro carriera, poi ho battagliato per anni con Saronni, Barochelli, Battaglin fino ad arrivare agli anni ottanta in cui mi sono imbattuto in Bernard Hinault e Greg Lemond. Ho fatto quel che si poteva contro questi grandissimi campioni, ma era un ciclismo più umano e completamente diverso da oggi. Da quando ho smesso è arrivato il Pro Tour poi il World Tour con squadre corazzate come multinazionali, ai tempi miei in una squadra eravamo tredici quattordici e non c’era il business odierno, adesso vedremo con questa crisi come andrà a finire, ma tira una brutta aria.

Gli inizi nella Filotex di Waldemaro Bartolazzi, pensavi di arrivare dove sei arrivato?

Ricordo perfettamente quegli anni. Ho cominciato a correre a diciotto anni, tardissimo per gli standard di oggi. Furono i miei fratelli, già professionisti, a spingermi a provare. Da li è iniziato tutto, prima vittoria al giro a Firenze al mio esordio, poi le prime classiche coi secondi posti alla Roubaix del 1974 e alla Sanremo del 1975. Questi risultati mi hanno fatto capire che avrei potuto farcela, ma di sicuro fare il ciclista non era il mio sogno da bambino, stavo bene in Trentino a fare il contadino, ma poi mi ci son trovato ed è successo quello che è successo. Ero un predestinato certo, ma se non avessi avuto la famiglia che ho avuto non lo avrei mai scoperto.

Hai vinto tantissime corse in linea e ottenuto cinque podi al Giro. Oggi sarebbe impossibile vincere una Roubaix e competere per una grande corsa a tappe, è solo colpa delle mutazioni genetiche del ciclismo, o Francesco Moser era una fenomeno?

Non esageriamo, anche Nibali è riuscito a vincere la Sanremo, e Valverde a quasi quarant’anni è competitivo nelle corse a tappa, certo sono eccezioni perché in generale queste supersquadre decidono a monte quali siano i corridori per le classiche e quali per le corse di tre settimane. E’ un ciclismo telecomandato da questi direttori sportivi che sono in costante contatto con gli atleti, ai miei tempi ci si armava e si partiva per la stagione senza far troppi calcoli. Il risultato è sotto gli occhi di tutti, grande equilibrio e chi fa la differenza lo fa inventandosi qualcosa negli ultimi chilometri perché il livello è mediamente altissimo. L’ultimo ricordo di un’impresa da altri tempi è quella di Froome sul Colle delle Finestre, li c’erano le condizioni e lui le ha sapute sfruttare improvvisando.

Tour e Vuelta non ti hanno mai particolarmente attratto, o mi sbaglio?

Facendo le classiche e ovviamente il Giro non mi rimaneva molto nelle gambe per il resto, ma rendiamoci conto che all’epoca i trasferimenti non erano così facili sia in Spagna che in Francia in cui le strade non erano agevoli e i premi non sempre così remunerativi. Ho vinto tappe e indossato tutte e tre le maglie almeno per un giorno portandomi dentro dei ricordi incredibili, come quello del Tour 1975 in cui da campione italiano vinsi la cronometro inaugurale in Belgio, a Charleroi, rovinando la festa al Cannibale e vestendo la mia prima maglia gialla. C’erano comunque tante corse in Italia per cui francamente andare in giro per il mondo a raccattare piazzamenti non era nelle mie corde, io gareggiavo sempre per provare a vincere.

Duecentosettantré vittorie da professionista, record ineguagliato in Italia e terzo di tutti i tempi. Qual è stato il segreto di Francesco Moser in tutta la tua attività? La vittoria più bella?

Queste vittorie sono quelle su strada, poi ci sono da aggiungere una quindicina di sei giorni e un mondiale su pista. Non c’è un segreto, ma una serie di componenti legate al temperamento, alle motivazioni e alla salute. Ho avuto una carriera senza nessun incidente particolare e la fortuna di fare sacrifici ed allenarmi senza problemi, il resto l’ho fatto io senza mental coach o figure specifiche. Il ricordo più bello è senza dubbio quello del Giro del 1984, l’ho rivista l’altro giorno su Raisport in replica, mi giocavo tutto in quel giorno e in quella cronometro ho dato tutto ed è andata bene, un ‘emozione indescrivibile. Poi ricordo con piacere le tre vittorie al Giro del Lazio in un percorso stupendo tra Caracalla, i Fori imperiali e l’arrivo al Colosseo, anni in cui Roma era meravigliosa e meno caotica di oggi.

Con quel ragazzaccio di Saronni, non c’è mai stato verso di andar d’accordo?

Eh si, non c’è mai stato modo di andare d’accordo con lui. Aveva un carattere difficile, avevamo  temperamenti diversi, ma entrambi testardi e non era facile all’epoca trovarsi in nessun modo. Abbiamo corso per anni da nemici alimentando una competizione che ha appassionato gli italiani e spronato noi a dare il meglio di se per anni. Il ciclismo è sempre stato a caccia di rivalità e dopo Coppi e Bartali è toccato a noi aggiungere un po’ di sale agonistico a questo meraviglioso sport.

Carriera molto longeva la tua, anomalia per l’epoca? Oggi la media è molto alta con corridori che spesso arrivano intorno ai quarant’anni ancora al top.

Prima citavo Nibali, Valverde e Froome che continuano a stupirci alla loro età, ma secondo me non è un fatto generazionale perché anche Gimondi a trentatré anni ha vinto il Giro. Non esiste a mio avviso una regola precisa, è ovvio che oggi le tipologie di allenamenti ti permettono di gestire il tuo fisico diversamente e questo si riflette sulle performance, ma conta anche la testa con cui arrivi ad una certa età e le motivazioni che hai dentro di te, che nel mio caso mi hanno spinto a dare sempre il massimo.

Il doping, problema risolto?

Innanzitutto devo dire che il fenomeno è stato gestito molto male con frequenti scandali che hanno amplificato il problema, questo ha creato nuove regole e tanta confusione a discapito del nostro sport. In molte altre discipline c’è stato molto meno clamore nonostante diversi casi venuti a galla, poi è ovvio che rispetto ai miei tempi la medicina abbia fatto passi da gigante e che molti ci abbiano provato, ma ribadisco che c’è stata un’esagerazione e un accanimento senza precedenti. Il fondo lo abbiam toccato con Armstrong, in molti ci hanno abbandonati sentendosi truffati, ma mai come oggi il ciclismo è pulito perché soggetto a decine di controlli che garantiscono soprattutto la salute dei corridori.

Chiudiamo con un appello generazionale. Vieni da una storica famiglia di ciclisti, c’è ricambio nel mondo delle due ruote o il futuro non sarà così roseo come accade spesso in altri sport.

Adesso in casa Moser non c’è più nessuno!! Abbiamo un nipote che sta iniziando, vedremo se ha davvero i numeri. La verità è che oggi c’è poca voglia di mettersi là a sudare e far sacrifici perché sti giovani sono troppo attratti e distratti da mille cose e fanno fatica a concentrarsi seriamente su qualcosa. Questa crisi a mio avviso non aiuterà, molte federazioni raccoglieranno della macerie dalla quali dovranno liberarsi per ripartire. Sarà un processo lungo, ma noi italiani abbiamo sempre trovato le risorse per ripartire dopo momenti complessi come questo.  

Lo lasciamo alle sue vigne con la reale consapevolezza di aver parlato con la persona della porta accanto, un mix di spontaneità, gentilezza e serenità che solo i grandi campioni sono riusciti ad avere, con l’umiltà e la dedizione di chi è attaccato alla propria terra. Duecentosettantrè volte grazie, Francesco.

Fabio Bandiera
A cura di

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